Eventi

Il volto di Ulisse

In attesa dell’Odissea di Cristopher Nolan e di Matt Damon nella parte di Ulisse, qual era il vero volto del re di Itaca?

8 Luglio 2026
Esce a giorni l’Odissea cinematografica di Cristopher Nolan, in cui il personaggio di Ulisse è interpretato da Matt Damon. Scelta giusta? Sbagliata? Il soma dell’attore evoca l’idea di un’infanzia nutriente, dei tornei di baseball a Corinto mentre Penelope fa la cheerleader, dei quadri svedesi al ginnasio prima dell’ora di scienze ioniche. Speriamo che lo salvi il talento di mister Ripley.
Qual è, però, secondo Omero, l’aspetto fisico di Ulisse? Non è alto (Agamennone lo sovrasta dell’intera testa), nulla di bello tranne gli occhi, ha spalle larghe, il colore dei suoi capelli muta nel corso delle storie: è biondo e forse glabro, ma quando Atena lo svela al figlio Telemaco e gli toglie per un attimo il travestimento da anziano mendicante, Ulisse diventa inspiegabilmente moro e con la barba bruna.
Quando deve impressionare Nausicaa, con il maquillage, ancora, di Atena, Ulisse appare improvvisamente giovane, imponente, con riccioli uguali a fiori di giacinto (sacri ad Afrodite, per evidente assonanza erotica). Quando torna a Itaca e deve soggiornare nell’ombra prima della vendetta, la dea stavolta lo incurva, lo spelacchia, lo avvizzisce.
L’unico fascino magnetico è quello della parola, che incatena e fa innamorare. Dicevano i Troiani che appena Ulisse apriva bocca, sembrava di vedere scendere la neve dal cielo.
Ovunque vada, Ulisse deve essere sempre àghnostos, irriconoscibile, il vantaggio dell’incognito gli serve per vincere l’oblio, l’estraneità, i numeri ostili degli altri e del destino. Il suo ritorno deve aleggiare sempre e non attuarsi mai, improvvido e tempestivo, atteso e impossibile, egli è l’uomo del rovesciamento, del cambio di scena, dell’entrata all’ultimo da una porta secondaria di cui fino a quel momento si era perduta la chiave.
Consumata la strage dei Proci, verso sera, quando Penelope lo rivede dopo vent’anni in una stanza buia rischiarata solo da un camino acceso, il baluginio della fiamma trasforma continuamente la faccia di Ulisse agli occhi della moglie, e in certi momenti le sembrava lui, e in altri no.
Al lume precario di quel fuoco eracliteo la forma soggettiva di Ulisse è sempre relativa, confutabile, il marchio contraffatto della sua essenza è l’impostura, solo con lo svelamento di un dato di sostanza materiale (il racconto di come lui le costruì il letto nuziale, vent’anni prima), Ulisse convincerà Penelope della sua reale identità. E lei finalmente toccherà Ulisse come un naufrago tocca terra, affonderà nel petto del marito la sua incredulità come Tommaso nel costato di Gesù.
A uno solo dei suoi nemici Ulisse svela il proprio nome, cioè a Polifemo, il ciclope cannibale. Il gigante è stato appena accecato con un palo rovente, il suo viso è una maschera bruciacchiata di sangue, Ulisse, già in salvo in mare coi compagni, da lontano e con voce tonante lo apostrofa irridendolo. “Ehilà bestione, hai presente che ieri ti ho detto che mi chiamavo Nessuno? Sbagliato, io sono Ulisse, re di Itaca, distruttore di città”.
Polifemo sbalordisce, non ci crede ancora. “Ma come è possibile? Un indovino mi aveva predetto che qui sulla mia isola sarebbe un giorno arrivato il famoso Ulisse ad accecarmi, e io stavo in guardia. Ma mi aspettavo un superganzo di forza bella e gagliarda, non uno sgorbio insignificante come te. Sei proprio un Nessuno da nulla”. Polifemo ribattezza Ulisse con lo stesso nome con cui Ulisse lo aveva appena ingannato: il re di Itaca invera la propria menzogna, disattende la propria verità. Riluttanze di senso, pendolo pirandelliano di un genio infinito dell’arte di esistere.
Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.