Storia

Fascismo e anarchismo: davvero due facce della stessa medaglia?

Fascismo e anarchismo condividono una critica radicale dell’ordine liberale, ma propongono modelli opposti: il primo esalta lo Stato e l’autorità, il secondo punta all’autogoverno e alla libertà. Non sono due facce della stessa medaglia

29 Luglio 2026

L’affermazione secondo cui il fascismo costituirebbe la «faccia opposta» dell’anarchismo possiede un’indubbia forza retorica. A prima vista, infatti, il confronto sembra semplice: il fascismo esalta lo Stato fino a farne il centro assoluto della vita politica, mentre l’anarchismo ne auspica la scomparsa. Da questa prospettiva, le due ideologie sembrano occupare i poli estremi dello stesso asse. Tuttavia, la storia del pensiero politico insegna che le categorie ideologiche non possono essere ridotte a una mera contrapposizione geometrica. Se è vero che fascismo e anarchismo divergono radicalmente sul ruolo dello Stato, è altrettanto vero che la loro distanza riguarda una concezione molto più profonda dell’uomo, della libertà, dell’autorità e della convivenza civile.

Ogni ideologia nasce infatti da una determinata antropologia filosofica, ossia da una particolare idea di ciò che l’essere umano è e di ciò che dovrebbe diventare. Per comprendere davvero il rapporto tra fascismo e anarchismo è necessario interrogarsi non soltanto sulle loro istituzioni politiche, ma anche sulla visione della società che le anima.

Il fascismo rappresenta una delle più radicali affermazioni del principio di autorità elaborate nel Novecento. Nella celebre formula pronunciata da Benito Mussolini – «tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato» – è racchiusa l’essenza della sua filosofia politica. Lo Stato non è semplicemente un apparato amministrativo, ma diventa un organismo etico, depositario della volontà collettiva e interprete del destino storico della nazione. L’individuo non possiede diritti originari indipendenti dalla comunità politica; al contrario, trova il proprio significato soltanto all’interno di essa.

Lo storico Emilio Gentile ha efficacemente descritto il fascismo come una religione politica. Il regime non si limitava infatti a governare, ma pretendeva di modellare le coscienze, educare i cittadini, costruire un “uomo nuovo” pienamente identificato con lo Stato e con la nazione. La politica assumeva una dimensione quasi sacrale, fatta di simboli, riti, miti e liturgie collettive. Il capo, la patria e lo Stato diventavano oggetti di una vera fede civile.

Questo progetto si fondava su una concezione gerarchica della società. Le differenze sociali non erano considerate un problema da eliminare, bensì un elemento naturale dell’ordine politico. L’obbedienza, la disciplina e il sacrificio individuale erano elevati a virtù fondamentali. La libertà veniva interpretata non come autonomia personale, ma come adesione consapevole ai fini superiori della nazione.

L’anarchismo nasce invece da presupposti quasi diametralmente opposti. Sin dalle riflessioni di William Godwin alla fine del Settecento, passando per Pierre-Joseph Proudhon, Michail Bakunin e Pëtr Kropotkin, il filo conduttore del pensiero anarchico è la convinzione che il potere politico tenda inevitabilmente a trasformarsi in dominio. Lo Stato non appare come garante della libertà, bensì come il principale strumento attraverso il quale una minoranza esercita il proprio controllo sulla maggioranza.

È importante ricordare che l’anarchismo non coincide con il disordine, come suggerisce spesso il linguaggio comune. L’etimologia stessa del termine – an-arché, assenza di comando – non indica l’assenza di regole, ma l’assenza di un’autorità imposta dall’alto. La società immaginata dagli anarchici è fondata sull’associazione volontaria, sul federalismo, sull’autogestione delle comunità e sul principio del mutuo appoggio, che Kropotkin considerava un fattore decisivo dell’evoluzione umana tanto quanto la competizione.

L’anarchismo, dunque, non rifiuta l’ordine sociale, ma propone un ordine costruito dal basso, attraverso il consenso e la cooperazione spontanea. In questa prospettiva la libertà individuale non rappresenta un ostacolo alla convivenza, bensì la sua condizione essenziale.

Da questo punto di vista, fascismo e anarchismo sembrano davvero opposti. Il primo concentra il potere; il secondo tende a disperderlo. Il primo esalta la gerarchia; il secondo privilegia relazioni orizzontali. Il primo identifica l’interesse collettivo con l’autorità dello Stato; il secondo diffida di ogni istituzione che pretenda di incarnare il bene comune.

Tuttavia, questa apparente simmetria rischia di essere fuorviante.

Norberto Bobbio osservava che le ideologie politiche non possono essere comprese soltanto in funzione della quantità di Stato che propongono, ma soprattutto attraverso i valori che perseguono. La distinzione decisiva riguarda il rapporto tra libertà, uguaglianza, autorità e pluralismo. Due movimenti possono essere ugualmente radicali e tuttavia perseguire fini completamente incompatibili.

Anche Hannah Arendt offre strumenti preziosi per comprendere questa differenza. Nella sua analisi del totalitarismo, la filosofa descrive sistemi politici che mirano a eliminare ogni spazio di spontaneità e pluralità, sostituendo la libera iniziativa degli individui con un’organizzazione totale della società. Pur non confrontando direttamente fascismo e anarchismo, Arendt individua nel controllo assoluto dell’uomo una caratteristica essenziale dei regimi totalitari. È difficile immaginare una prospettiva più distante dall’ideale anarchico, che attribuisce proprio alla spontaneità sociale e all’autorganizzazione il fondamento della libertà.

Isaiah Berlin, nel celebre saggio Due concetti di libertà, permette di approfondire ulteriormente il confronto. Berlin distingue tra libertà negativa – essere liberi dalle interferenze – e libertà positiva – partecipare al governo della propria vita. Alcuni regimi autoritari hanno giustificato la limitazione delle libertà individuali sostenendo di incarnare un bene superiore, una volontà collettiva o un destino storico. L’anarchismo, al contrario, diffida profondamente di qualsiasi autorità che pretenda di conoscere meglio degli individui ciò che è bene per loro.

Esiste, tuttavia, un elemento che spesso induce a mettere in relazione fascismo e anarchismo: entrambi manifestano una critica radicale all’ordine liberale sorto nell’Ottocento. Entrambi ritengono insufficiente la democrazia parlamentare e aspirano a una trasformazione profonda della società. Questa comune radicalità, però, riguarda il metodo della critica, non il contenuto delle rispettive proposte.

Lo storico delle idee sa bene che il termine “estremismo” descrive la distanza dal centro di un determinato sistema politico, ma non dice nulla sulla natura delle idee professate. Collocare due movimenti agli estremi dello stesso spettro non significa considerarli equivalenti. Un’estrema concentrazione del potere e la sua radicale dissoluzione rappresentano fenomeni concettualmente opposti, pur essendo entrambi lontani dalle forme moderate del costituzionalismo liberale.

Anche Karl Popper, nella sua critica alle filosofie della storia, mette in guardia contro tutte quelle dottrine che pretendono di possedere una verità assoluta sul destino dell’umanità. Sebbene il suo bersaglio principale non fosse l’anarchismo, la sua riflessione invita a distinguere tra sistemi che impongono una visione unica della società e tradizioni che, invece, difendono il pluralismo e la possibilità del dissenso.

La storia concreta, inoltre, mostra che sia il fascismo sia alcune correnti anarchiche hanno conosciuto esperienze molto diverse tra loro. L’anarchismo comprende infatti orientamenti individualisti, collettivisti, comunisti, mutualisti e sindacalisti rivoluzionari. Analogamente, il fascismo storico italiano presenta caratteristiche differenti rispetto ad altri movimenti autoritari europei, pur condividendone numerosi elementi. Ridurre entrambe le tradizioni a schemi troppo semplici significa perdere di vista la loro evoluzione storica.

Dire, dunque, che il fascismo è la faccia opposta dell’anarchismo può risultare corretto soltanto se ci si riferisce alla funzione attribuita allo Stato. Nel fascismo lo Stato costituisce il fondamento stesso della vita politica; nell’anarchismo esso rappresenta un’istituzione destinata a scomparire. Ma questa osservazione, pur vera, è insufficiente per comprendere il significato delle due ideologie.

La vera differenza risiede nella diversa concezione della libertà, del potere e della natura umana. Il fascismo ritiene che l’ordine derivi dall’autorità e dalla disciplina; l’anarchismo sostiene che esso possa nascere dalla cooperazione volontaria e dall’autonomia degli individui. Il primo attribuisce valore alla gerarchia; il secondo alla reciprocità. Il primo considera l’obbedienza una virtù politica; il secondo vede nella libertà il presupposto di ogni autentica convivenza.

La storia del pensiero politico insegna, in definitiva, che gli opposti non sono necessariamente speculari. Essi possono condividere il rifiuto di un determinato ordine storico, ma differire radicalmente nei principi, nei metodi e negli obiettivi. Comprendere questa distinzione significa sottrarsi sia alle semplificazioni ideologiche sia alle false equivalenze, restituendo alla riflessione politica quella complessità che costituisce il suo autentico valore.

 

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