Filosofia

L’umanità magnifica e la custodia della persona umana durante il regno degli algoritmi

22 Giugno 2026

 

Introduzione.

 

La Magnifica humanitas del Pontefice romano Leone XIV presenta una singolare attualità: consente di mettere a fuoco i termini del dibattito contemporaneo attorno ai due poli principali dell’attuale ecosistema digitale, le persone umane da un lato e gli algoritmi dall’altro lato.

Questa doverosa opera di interpretazione dei segni del tempo, però, necessita a sua volta di due precisazioni onde poter meglio comprendere l’intera operazione messa in campo. La prima, che attiene ad uno dei presupposti della politica papale, è che, a dispetto di suoi estimatori della prima ora, il magistero attuale non rompe affatto con il precedente, ponendosi nei confronti di quest’ultimo in termini di ortodossa continuità, salvo che è diversa l’ottica complessiva seguita ed alcuni temi al centro del precedente pontificato vengono sussunti sotto l’attuale interpretazione del tempo dell’intelligenza artificiale. La seconda precisazione, nondimeno, consente di collocare l’attuale lettera enciclica nel solco della tradizione pontificia, tant’è vero che la Magnifica humanitas dichiara apertamente di voler riprendere il discorso della dottrina sociale della Chiesa collocandola all’interno della temperie presente. Solo chi ignora la consuetudine della scelta del nome del pontefice eletto potrebbe non scorgere la precisa volontà di legarsi all’opera del predecessore Leone XIII. Ma, e qui sta uno dei pregi dell’enciclica, non si tratta di riprendere quella dottrina e ritenerla valida tout – court; al contrario, si tratta di interpretarla alla luce dei tempi presenti. È l’età dell’intelligenza artificiale il banco sul quale si chiede l’opera di discernimento.

Precisata la natura complessa del rimando interno della dinamica verità – tempo contingente, è ora possibile addentrarci all’interno della lettera enciclica.

 

Il discernimento storico alla luce della Verità eterna e dei segni dei tempi.

 

Leone XIV collega la Dottrina sociale con le domande che sorgono dalla contemporaneità: è a partire da questa sollecitazione che i tempi devono essere vagliati alla luce della Rivelazione (p. 23). Di conseguenza, l’intelligenza artificiale stessa va intesa come una trasformazione che interpella la dottrina sociale e ne richiede un ulteriore sviluppo pur nella fedeltà al Vangelo (p. 23).

Nel riconoscimento della natura propria di alcuni sviluppi storici, la Chiesa accompagna il cammino dell’umanità riservandosi però di sostenere ciò che tutela la vita delle persone (p. 27). Questa modalità viene fatta risalire al Vaticano II, e, per questo motivo, in assoluta continuità con la tradizione recente, la Dottrina sociale viene interpellata dai tempi presenti. Di conseguenza, l’ascolto dei tempi comporta il discernimento tra ciò che guida la storia verso il suo compimento sia ciò che offusca quest’ultimo obiettivo (p. 28). Non si tratta di adattare la Verità al tempo presente, ma di adoperarla quale criterio per orientare le scelte. La storia è uno dei luoghi ove la Chiesa viene istruita dallo Spirito sulla portata umanizzante del Vangelo e declina il proprio insegnamento al servizio della dignità di ogni persona e del bene dei popoli (p. 29).

Rispetto alla relazione triadica tra Verità, divenire del tempo e cura delle persone, però, non esistono delle soluzioni concrete predisposte; al contrario, si tratta prima di discernere tra ciò va a bene e ciò che nuoce alle persone e in seguito di indicare la direzione lungo la quale trovare le soluzioni necessarie. La prospettiva suggerita, pertanto, è di indicare dei principi a partire dai quali procedere ad un’interpretazione evangelica dei processi storici e delle scelte che questi comportano (p. 31). In linea con la tradizione, Leone XIV indica per la Chiesa il compito di sorreggere il discernimento umano in coerenza con ciò che valorizza la dignità delle persone.

La Dottrina sociale, allora, non offre un prontuario pronto all’uso, ma consiste nell’impegno ad un’opera comune e faticosa di discernimento comunitario (p. 34) in forza del quale perseguire il bene comune. In tal senso, la Dottrina nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia (p. 34). Il volto dell’uomo è, dunque, deturpato ogni volta che la politica non risponde ai drammi dell’umanità o quando l’economia oltrepassa i limiti del suo stesso metodo. La Chiesa non domina, ma serve: la storia è il luogo in cui la Parola continua a farsi dialogo, memoria, profezia (p. 35). Così, i contenuti perenni della fede e della sapienza si articolano in una dottrina viva che, fedele al Vangelo, cresce nel confronto con le res novae di ogni epoca (p. 38).

Anche il Vaticano II insiste sul fatto che le strutture economiche sono giuste se, e solo se, servono lo sviluppo integrale della persona e favoriscono la partecipazione responsabile di tutti (p. 45). Si tratta, dunque, di operare dall’interno delle strutture economiche stesse al fine di aprire cammini di più grande umanità (p. 45). In continuità con il magistero di Paolo VI, Leone XIV avverte l’urgenza di evitare le strutture di peccato: strutture politiche ed economiche che sacrificano persone o popoli all’interno dei processi di sviluppo (p. 48). Dal canto suo, Giovanni Paolo II ha insistito sulla giusta mercede dell’operaio, ovvero la cartina di tornasole del trattamento del lavoratore, se come persona oppure come costo di produzione (p. 49). Questa tradizione è, infine, innovata dal magistero di Benedetto XVI per il quale lo sviluppo, la giustizia, le istituzioni e il mercato non sono delle realtà neutre, ma luoghi ove la carità nella verità deve assumere forma storica (p. 53). Si tratta, cioè, di ricomporre il rapporto tra economia e politica attorno al bene comune, e segnatamente di legare ogni modello di sviluppo all’inclusività e alla sostenibilità. Queste ultime esigenze molto sentite da Francesco per il quale, in modo particolare, va presa posizione contro un certo paradigma tecnocratico che riduce ogni cosa a oggetto di dominio e che minaccia il lavoro umano con la logica dello scarto (p. 54).

Alla luce delle visioni dei suoi predecessori, Leone XIV colloca la Dottrina sociale in termini di coerenza e di forza generativa per i nostri tempi presenti (p. 57), una vera e propria forma di sapienza capace di orientare la vita personale e sociale dei credenti (p. 59).

(immagine AI sulla base del testo presente)

 

I principi della Dottrina sociale.

 

Di contro alla tentazione funzionalista secondo cui ciascuno deve dimostrare il proprio valore (p. 64), Leone XIV recupera un principio ontologista caro alla Chiesa, e segnatamente l’appartenenza della dignità a ciascun essere umano per il semplice fatto di esistere (p. 65). Ne discende l’esistenza di un catalogo di diritti umani che non possono essere separati dai legittimi fruitori in nome di condizioni e limiti posti in essere dalle strutture storiche. Leone XIV individua due rischi per la tutela dei diritti umani: 1) la scissione tra enunciazione formale e pratica tecnologica: i diritti umani sono solennemente enunciati ma il progresso tecnologico viola in maniera dissimulata oppure palese la dignità umana; 2) la perdita del fondamento universale: abbiamo rinunciato ai principi alla base dei nostri ordinamenti. Contro questi due rischi, il pontefice fissa il primo principio della Dottrina sociale: il bene comune. Quest’ultimo non può prescindere dai tempi presenti. Di conseguenza, Leone XIV vi annovera anche le nuove forme di proprietà: brevetti; algoritmi; piattaforme digitali; infrastrutture tecnologiche e dati (p. 78). Se questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, si crea un nuovo disquilibrio che aumenta il divario tra inclusi ed esclusi, rispettivamente tra chi può partecipare alla e chi rimane escluso dalla rivoluzione digitale (p. 78). Il secondo principio della Dottrina sociale è la sussidiarietà, intesa nei temini della capacità d’azione dei corpi intermedi non necessariamente sussunta da parte di istituzioni di livello superiore (p. 79). Si tratta di valorizzare la vita associativa di modo che il popolo non si trovi di fronte a scelte già prese, ma possa partecipare al loro processo di decisione. Nell’attuale contesto digitale, il principio di sussidiarietà comporta di non risolvere la vita comune nelle politiche degli attori economici e tecnologici. I processi non dovrebbero essere imposti dall’alto in modo opaco ed unilaterale, ma dovrebbero al contrario essere orientati al bene comune «mediante trasparenza, responsabilità e forme di partecipazione» (p. 82). I tempi attuali richiedono cioè la costruzione di forme di cooperazione capaci di rispettare i diversi livelli della comunità mondiale e li rendano corresponsabili del bene comune (p. 82). Un terzo principio è quello di solidarietà: il riconoscimento concreto che il destino di ciascuno è legato al destino di tutti (p. 83). Benedetto XVI ha insistito sul fatto che lo sviluppo autentico richiede una solidarietà intergenerazionale, oltre che un’attenzione ai vincoli che ci uniscono all’ambiente naturale (p. 86). Nell’attuale ecosistema digitale ciò comporta che le scelte in materia di dati, algoritmi, piattaforme ed intelligenza artificiale tengano cono non soltanto del vantaggio immediato di pochi, «ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno» (p. 87). Un quarto principio è quello della giustizia sociale: capacità di un ordine sociale, economico e politico di permettere a tutti di vivere in un mondo davvero umano, senza che nessuno sia lasciato indietro (p. 88). Oggi questo principio deve confrontarsi con l’ambiente creato dalle tecnologie digitali: evitare che nuove forme di esclusione e di privazione di libertà si innestino sulle preesistenti. La giustizia sociale, dunque, da un lato custodisce il diritto alla speranza di chi è costretto a lasciare la propria terra, e, dall’altro lato promuove il diritto a rimanere nella propria terra in pace e in sicurezza (p. 91).

La sinergia tra questi quattro principi consente di leggere i tempi presenti. In tal senso, lo sviluppo in quanto tale dovrebbe armonizzarsi con il bene comune, nel senso che è umano nella misura in cui mette al centro le persone e non l’accumulazione di beni. Parimenti, è umano anche quanto riguarda i popoli, e non soltanto gli individui (p. 92). In altri termini, la qualità dello sviluppo deriva dalla capacità di tenere assieme la giustizia verso le persone e la custodia della casa comune (p. 93).

Alla luce di questi principi, Leone XIV avverte sulla natura non neutrale delle innovazioni tecnologiche dal momento che «possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare diseguaglianze, controllo ed esclusione» (p. 94).

 

(immagine AI sulla base del testo presente)

 

 

Il potere tecnocratico.

 

In modo particolare, il pontefice riprende la lezione del suo predecessore per applicare la nozione di paradigma tecnocratico allo stato presente. In virtù di quest’impostazione, il potere detenuto da pochi attori può sia aiutare lo sviluppo umano sia aumentare le diseguaglianze (p. 101). Senza un’adeguata maturazione etica e sociale, lo sviluppo tecnologico è senza dubbio un “avere di più”, ma non anche un “essere di più” (p. 102).

Allo stesso tempo, il controllo delle infrastrutture, delle piattaforme, dei dati, delle capacità di calcolo non è appannaggio degli stati, ma di grandi attori economici e tecnologici i quali «fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione» (p. 103). La Dottrina chiede di verificare se il potere tecnocratico favorisca la partecipazione e la responsabilità, protegga i più fragili, assicuri un accesso equo alle opportunità e se resti ordinato al bene di tutti.

Le presenti considerazioni investono anche l’ambito dell’intelligenza artificiale. In tal caso, il discernimento impone di attribuire all’intelligenza umana il compito di guidare le innovazioni tecnologiche e di stabilirne l’uso e i limiti (p. 105). Al dispetto della sensazione antropomorfica riguardo ai servizi di intelligenza artificiale, il Pontefice sottolinea come questi ultimi non vivano un’esperienza; non possiedano un corpo; non transitino lungo la gioia e il dolore; non maturino nella relazione; non conoscano ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità; non abbiano una coscienza morale; non capiscano ciò che producono. Ogni loro output è il risultato di un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può risultare particolarmente efficace, ma che non implica una crescita interiore (p. 106). Se da un lato la tecnologia indubbiamente può aiutarci a vivere le nostre vite, dall’altro lato invece, e purtroppo, può spingerci a delegare e a cercare risposte pronte (p. 107), con l’effetto di indebolire il giudizio personale e la creatività. La stessa adozione non ponderata espone a diversi rischi, tra i quali va annoverato quello ambientale (p. 108). L’auspicio, allora, è quello di adottare delle soluzioni più sostenibili.

L’attuale accelerazione, d’altra parte, mostra la tendenza a trasferire compiti e responsabilità agli algoritmi. In questo contesto, vengono allora meno tanto l’empatia verso l’escluso quanto la responsabilità politica. In questo ultimo caso, ed in modo particolare, si osserva come lo scarto dei più deboli viene «ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare» (p. 110). Ne discende, dunque, la necessità di non considerare l’intelligenza artificiale moralmente neutra. Infatti, ogni artefatto tecnico reca con sé scelte e priorità (p. 110), e ciò che parametra, valorizza o scarta ha conseguenze sulle persone. In questo senso, allora, il discernimento non può limitarsi allo scopo buono in forza del quale adoperare le soluzioni tecnologiche attuali, ma deve interrogarsi su come vengano progettate e a quale idea di persona e di società si faccia riferimento (p. 111). L’intelligenza artificiale deve rispettare la dignità umana. A tal fine, devono essere chiare le responsabilità in tutti i passaggi, dalla progettazione all’addestramento dei modelli; da chi li utilizza sino a chi decide di affidare ad essi le scelte concrete. Tuttavia, i sistemi tecnologici appaiono oggi piuttosto opachi; ragion per cui, diviene cruciale l’accountability, ossia la possibilità di identificare chi debba render conto delle decisioni, motivarle, controllarle, eventualmente contestarle e rimediare ai danni arrecati (p. 112).

La questione etica è cruciale. Leone XIV, però, predica prudenza: non si tratta solamente di chiedere un allineamento dell’intelligenza artificiale ai valori umani, ma di sottoporre il codice etico da adoperare ai criteri di giustizia sociale condivisa (p. 113). Questo anche per evitare che chi controlla l’intelligenza artificiale possa imporre la propria visione morale. Il bene comune serve qui anche per evitare il rischio del monopolio nel controllo dei sistemi di intelligenza artificiale. Più incisivamente, il pontefice invita a disarmare l’intelligenza artificiale, e segnatamente a sottrarla alla logica della competizione, tanto di quella bellica vera e propria quanto di quella corsa all’efficienza degli algoritmi (p. 115). Disarmare significa rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare (p. 115), impedirne il dominio sull’umano. Il paradigma tecnocratico tende a far sembrare giusta e normale una visione antiumana in virtù della quale la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre le fragilità, nell’eliminazione dell’imprevisto, nel controllare ogni cosa (p. 117). La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire e dalla capacità di riconoscere l’altro come volto, e non come funzione (p. 118).

Ad un’altra considerazione, le tentazioni tecnocratiche attuali sembrano contigue con la narrazione transumanista secondo la quale la condizione umana va superata per mezzo della tecnologia. Alla luce della Dottrina sociale questa tentazione rende conto della visione soggiacente in forza della quale, infatti, l’essere umano è trattato come un materiale da perfezionare. Ma ciò ha il suo costo, ovvero accettare l’idea che alcuni siano meno utili di altri, e, quindi, meno desiderabili, meno degni (p. 121). Contro queste narrazioni, Leone XIV ribadisce la prospettiva della Chiesa in forza della quale bisogna accompagnare il cambiamento e la crescita umani. Se per un algoritmo l’errore è qualcosa da correggere, per una persona può essere l’inizio di un cammino, ma quest’ultimo ha bisogno della libertà, e non della modellazione quantitativa.

L’umanesimo cristiano, dunque, richiede che l’intelligenza artificiale sia una possibilità buona da abitare con responsabilità (p. 131).

 

Custodire l’umano

 

Alla luce della transizione digitale attuale, Leone XIV propone di riformulare la nozione di bene comune.

Le piattaforme digitali modificano la comunicazione pubblica e politica. Se è vero che la disinformazione non nasce con l’intelligenza artificiale, è pur vero che viene da questa moltiplicata. Il problema è tanto culturale quanto morale. Infatti, la qualità della comunicazione pubblica dipende dalla fiducia sociale ed incide su di essa (p. 134). Non soltanto la verità dei fatti possiede una dimensione razionale, ma possiede anche una dimensione relazionale: si costruisce attraverso legami di fiducia e pratiche condivise (p. 134). Chi controlla le piattaforme digitali e i mezzi di comunicazione possiede una «notevole capacità di incidere sull’immaginario collettivo e di proporre come desiderabile una certa visione della realtà» (p. 138).

Avverso a questi rischi da concentrazione monopolistica, il Pontefice oppone un’ecologia della comunicazione in forza della quale delle norme, che rendano più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono trattati e suggeriti, si accompagnano ad un rafforzamento dei corpi intermedi.

Affinché l’ecologia della comunicazione possa concretamente esplicare i suoi effetti, è necessaria una vera e propria alleanza educativa. Se gli apprendimenti hanno bisogno di tempi lunghi, in contrasto con la velocità degli strumenti digitali, allora dobbiamo educare al digiuno dall’intelligenza artificiale, ovvero proteggere i più giovani dalla seduzione che fa sembrare il pensiero umano inutile proprio quando invece è più necessario (p. 141). La mancata educazione ai media espone i più giovani alle dipendenze, al bullismo, a pressioni indebite (p. 142). Al contrario, è indispensabile un’alleanza tra la politica, le istituzioni educative e le famiglie, che affianchi gli adulti nei loro compiti genitoriali. Anche gli adulti sono impreparati oltre che incalzati dall’accelerazione tecnologica. Di conseguenza, vanno aiutati nelle loro responsabilità educative. In questa luce, particolare importanza viene attribuita alla scuola. Quest’ultima, però, si trova esposta ad alcune sfide cruciali. La prima è quella sociopolitica: nonostante il perdurare di forti diseguaglianze, molti stati non hanno ancora investito le risorse necessarie per garantire a tutti un’educazione di qualità (p. 144). La seconda sfida è pedagogica: bisogna aggiornare i programmi, la valutazione nonché gli operatori ai cambiamenti in corso, affinché sia promosso «un uso responsabile, critico e creativo e a non subirne passivamente l’influsso» (p. 145). La terza sfida è intellettuale: non cedere alla tentazione di sostituire la verità con un flusso incessante di informazioni (p. 146).

La Dottrina sociale invita famiglie, scuole, comunità ed istituzioni ad un’alleanza educativa rinnovata (p. 146). D’altra parte, infatti, la scuola non è chiamata ad inseguire la velocità del mondo digitale, ma «a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili» (p. 147).

Grande attenzione viene riservata anche al tema del lavoro. In continuità con i suoi predecessori, Leone XIV sostiene come il rischio disumanizzante, derivante dall’introduzione delle novità tecnologiche all’interno del mondo del lavoro, vada evitato alla radice per mezzo della progettazione di sistemi produttivi «centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione» (p. 149). Più nel concreto, è richiesto uno sforzo convergente di responsabilità politica, di organizzazioni dei lavoratori, del mondo imprenditoriale, della comunità scientifica, e volto all’elaborazione in tempi rapidi di regole e tutele adeguate e condivise a livello internazionale (p. 154). La transizione digitale in atto non va subita; al contrario, occorre governare in anticipo la trasformazione (p 154).

 

(immagine AI sulla base del testo presente)

 

D’altra parte, se la proprietà privata è considerata legittima, ciò non autorizza a considerare la libertà economica come assoluta, vale a dire del tutto slegata dal bene comune (p. 155). Bisogna uscire dall’illusione che le nuove tecnologie portino automaticamente beneficio a tutti. Al contrario, in assenza di un loro governo, le trasformazioni creano nuove disparità. In tempi di intelligenza artificiale e di robotica non è più possibile affidarsi alla mano invisibile del mercato: sta alla politica, invece, orientare le dinamiche economiche verso il bene comune (p. 161).

Inoltre, in tempi di intelligenza artificiale, proprio perché gli algoritmi incidono su erogazione del credito, sulla selezione del personale, è necessario che le decisioni siano comprensibili, contestabili e sottoposte a controllo affinché la «persona non sia ridotta a profilo» (p. 162). La profilazione presenta anche un ulteriore rischio: utilizzare i dati per discriminare i più vulnerabili (p. 167). Più in generale, se la tecnica diventa criterio assoluto, allora la persona rischia di essere trattata come dato (p. 176).

Di contro a questi rischi, la Dottrina sociale della Chiesa oppone una responsabilità condivisa: i processi vanno governati da istituzioni «capaci di regolare senza soffocare e di proteggere senza sostituirsi» (p. 176). Lo sviluppo tecnologico dev’essere sviluppo umano integrale, e non fattore di esclusione e di dominio (p. 177).

La civiltà dell’amore

 

Infine, Leone XIV postula la necessità di un orizzonte futuro che si concreta, ai sensi della Dottrina sociale della Chiesa, nei termini di una civiltà dell’amore, che si staglia contro la vigente cultura della potenza. In effetti, osserva come una delle più gravi ricadute dell’intelligenza artificiale sia la guerra, ovvero di una tecnica separata dall’etica e dalla responsabilità (p. 179). Senza pace non è possibile il bene comune, banco di prova della maturità morale dei popoli. Gli stessi conflitti stanno mutando sulla spinta dell’accelerazione tecnologica con una tendenza a rendere opache le responsabilità e a delegare capacità decisionali alle stesse macchine. I principi di dignità delle persone, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia devono servire per giudicare se le tecnologie siano al servizio dell’uomo oppure assoggettino quest’ultimo (p. 180).

Rispetto ad un mondo che corre ad armarsi, e ad implementare precipitosamente l’intelligenza artificiali a fini bellici, il pontefice oppone la civiltà dell’amore, non un’utopia, ma un progetto che esige di tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro un alleato per la costruzione del bene comune. In questa maniera soltanto la coesistenza armata diverrà una comunità di destino (p. 182). D’altro canto, il giudizio morale non può essere risolto a un calcolo perché comporta coscienza, responsabilità personale e riconoscimento dell’altro come persona. L’intelligenza artificiale non toglie disumanità al conflitto, soltanto lo rende più rapido ed impersonale, abbassando sempre più la soglia del ricorso alla violenza (p. 191). L’etica non è sufficiente; è necessario indicare puntuali criteri di discernimento: 1) identificabile e verificabile la catena delle responsabilità; 2) bilanciamento tra decisioni irreversibili e tempo della coscienza; 3) distinguere e proteggere i civili (p. 192).

La cultura della violenza è a tal punto dentro l’immaginario politico che lo stesso linguaggio informativo sembra voler preparare lo sconto, con un’estensione della fenomenologia bellica: guerra ibrida; guerra sporca; disinformazione. Il meccanismo alla base, però, è semplice: convincere che nulla è veramente vero e che i principi siano un involucro vuoto. In questa maniera, si accendono micce di intolleranza e di aggressività nel cuore delle persone (p. 198).

Per costruire la civiltà dell’amore sono necessarie cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole; costruire la pace nella giustizia; assumere lo sguardo delle vittime; coltivare un sano realismo; rilanciare il dialogo e il multilateralismo (p. 203).

Rispetto ad una certa retorica pubblica, tutti noi possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia (p. 204), ma ciò solo a patto di esercitare il dialogo (p. 207).

 

Conclusioni

Sono degni di nota tanto l’acume con cui Leone XIV diagnostica la condizione moderna al tempo dell’intelligenza artificiale quanto la capacità di legare la contingenza storica presente al magistero della Chiesa. Non si tratta, infatti, di un mero adeguamento della Dottrina sociale al XXI secolo, e alle sue formidabili sfide, ma di interpretare il presente sulla base dei presupposti secolari di fede.

È sorprendente, sotto certi aspetti, vedere il pontefice difendere i diritti umani e la dignità delle persone mentre la sensibilità comune, così come l’opinione politica, sembrano anestetizzate davanti all’accelerazione della tecnologia o rassegnati all’inevitabilità del potere tecnocratico o del monopolio da parte di singoli attori delle big tech.

Rivelando i compromessi e le decisioni amorali dei tempi presenti, Leone XIV mette in guardia dai rischi dell’intelligenza artificiale ed invita ad un dialogo che possa sempre aprirsi al futuro del progresso umano. Il presente, infatti, non è una necessaria fatalità, ma sempre muova occasione di custodia dell’umano. Di conseguenza, il futuro non è scritto, ma sta a noi, come singoli e come comunità, operare per realizzarne una possibilità più umana.

 

 

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