Beni culturali
Che cosa è noto dell’arte rubata agli ebrei durante l’Olocausto e approdata coi nazisti in Argentina?
Dopo il ritrovamento di un dipinto rubato ad un mercante d’arte ebreo durante la seconda guerra mondiale, si riaccende l’interesse per le opere confiscate dai nazisti ed esportate illegalmente in Argentina. Ne parliamo con l’esperto Wesley A. Fisher.
Nell’estate del 2025 un annuncio per la vendita di un immobile a Mar de la Plata in Argentina fece scalpore. Un quotidiano olandese riporto’ che nella foto dell’inserzione si intravedeva un quadro settecentesco italiano, poi identificato come il Ritratto di donna di Giacomo Ceruti, che era stato rubato molti anni prima al mercante d’arte ebreo Jacques Goudstikker. Il funzionario nazista in fuga Friedrich Kadgien lo aveva fatto arrivare dall’Europa e lo teneva in casa, lasciandolo poi in eredita’ alla figlia. Poco dopo la pubblicazione dell’articolo la polizia argentina perquisi’ l’immobile, portando via numerosi oggetti di provenienza incerta. L’investigazione sta per terminare, ma altri casi simili potrebbero emergere improvvisamente: per anni, se non decenni, i nazisti che scappavano dalla giustizia erano riusciti a trasportare una quantita’ enorme di oggetti di valore, inclusa arte d’ogni tipo, sottratti illegalmente agli ebrei durante l’Olocausto. Per capire meglio il contesto e lo stato della ricerca sulla provenienza degli oggetti d’arte nelle collezioni in Argentina abbiamo parlato con Wesley A. Fisher, direttore delle ricerche della Conferenza sulle rivendicazioni materiali ebraiche nei confronti della Germania e dell’Organizzazione mondiale per la restituzione ebraica.
Dott. Fisher, com’è cominciato il suo interesse nei confronti dei beni degli ebrei rubati dai nazisti durante l’Olocausto e finiti in Argentina?
Nel 1998 ricoprivo il ruolo di vice-direttore della conferenza di Washington sugli asset del periodo dell’Olocausto; facevo parte dell’amministrazione americana perche’ lavoravo per il Museo Commemorativo dell’Olocausto. L’Argentina era presente alla conferenza con i propri rappresentanti e condivise i principi sull’arte confiscata dai nazisti elaborata in quella sede. Li’ vi fu anche il primo meeting di quella che anni dopo venne denominata l’Alleanza internazionale per la commemorazione dell’Olocausto (IHRA). Il dipartimento di stato americano voleva che vi fosse un membro di lingua spagnola perche’ la componente ispanofona e’ molto significativa negli Stati Uniti e non solo; percio’ nel 2000 io e un membro del Dipartimento di Stato volammo a Buenos Aires per provare a convincere il governo argentino ad unirsi all’IHRA, cosa che poi avvenne due anni dopo. Quest’anno l’Argentina ha assunto la presidenza dell’IHRA e ha accolto l’assemblea plenaria a Buenos Aires.
La volonta’ di cooperare era da prendere per assodata?
Niente affatto. Storicamente, il Paese ebbe relazioni discontinue con la Germania nazista. Un colpo di stato militare nel giugno del 1943 e la scoperta di una rete di spionaggio nazista nell’operazione Bolivar indusse l’Argentina a rompere i rapporti diplomatici con la Germania. Ciononostante il colonnello Juan Peron guido’ una rivolta di palazzo e venne insediato un nuovo presidente. Gli Stati Uniti lo ritennero un governo fascista e di conseguenza richiamarono il proprio ambasciatore nel luglio del 1944; segui’ una campagna di pressione che si materializzo’ nel blocco dei depositi d’oro argentini negli USA. Alla fine il Paese si allineo’ agli Stati Uniti e dichiaro’ guerra alle forze dell’Asse nel marzo del 1945.
Oltre a tutto questo bisogna considerare la questione delle duecento e piu’ societa’ tedesche che si stabilirono nel Paese tra il 1942 e il 1944; fino al 1945 era stato loro permesso di operare liberamente e senza alcun controllo statale. La collaborazione stretta con la Germania e gli ufficiali nazisti continuo’ anche dopo la guerra. Uki Goni ha dimostrato nel suo libro Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Peron (Garzanti, 2003) come il presidente argentino realizzo’ delle reti internazionali per aiutare i criminali nazisti a fuggire nel suo Paese prima di tutto attraverso la Svizzera. L’Argentina forni’ ottomila passaporti nazionali all’ambasciata tedesca, parte dei quali anche dopo la fine del conflitto; questi permisero a molti criminali nazisti, inclusi Adolf Eichmann e Josef Mengele, di trovare rifugio nel Paese. E non arrivarono solo persone: il flusso di oro e altri beni verso l’Argentina continuo’ a lungo, cosa che allarmo’ l’allora ministro del Tesoro Henry Morgenthau.
Ci sono state delle indagini su quanto accaduto in quel periodo?
Si’ ma non hanno portato a risultati tangibili. Nel 1997 l’Argentina diede vita ad una commissione d’indagine sulle attivita’ naziste nel Paese, la CEANA, che tra l’altro avrebbe dovuto esaminare la provenienza degli oggetti d’arte presenti in collezioni private e pubbliche. Il rapporto finale venne pubblicato nel 1999 ma il contenuto fu deludente, soprattutto riguardo i musei statali. La commissione riusci’ a fare qualcosa per cio’ che riguardava il mercato dell’arte: le opere – non solo dipinti e sculture, ma oggetti d’ogni tipo – venivano spedite attraverso la penisola iberica e poi via mare giungendo soprattutto in Argentina e, in misura minore, Brasile. Si compirono degli accertamenti su due gallerie d’arte, la Witcomb e la Müller, ma vennero utilizzate solamente fonti secondarie. Inoltre, esistevano degli indizi secondo i quali la galleria Wildenstein – significativa soprattutto per quanto riguardava l’arte del passato fino agli Impressionisti – aveva ricevuto degli oggetti nella loro sede di Buenos Aires per poi inviarli in quella di New York. Detto cio’, i ricercatori della CEANA lamentarono delle restrizioni nell’accesso agli archivi della Wildenstein nonostante il decreto presidenziale del 1997 avesse garantito loro ampi poteri d’indagine. Va menzionato il fatto che la Wildenstein venne coinvolta in varie cause negli anni ’90, una delle quali promossa dagli eredi del mercante d’arte ebreo Alphonse Kann nel luglio del 1999 contro la loro sede newyorkese. Altre gallerie d’arte potrebbero essere state coinvolte in traffici illeciti ma l’investigazione fu debole e inefficace. Insomma, in Argentina la ricerca sulla provenienza delle opere in musei e istituzioni cosi’ come nelle gallerie d’arte deve cominciare il piu’ presto possibile.
La situazione è rimasta la stessa?
Direi che nel tempo l’Argentina e’ cambiata per cio’ che riguarda il rapporto tra i propri governi e le liberta’ civili. La comunita’ ebraica di quel Paese e’ oggi la piu’ numerosa del Sud America, con stime che parlano di 180 mila persone. E’ diventata piu’ forte, e la situazione politica con la quale si confronta e’ oggi molto diversa.
Detto cio’, ci sono ancora delle controversie. Ad esempio, durante una sessione dell’ultima plenaria dell’IHRA alcuni membri del Museo dell’Olocausto di Buenos Aires provarono a convincere i partecipanti del fatto che la percentuale di criminali nazisti basati in Argentina non fosse maggiore di quella di molti altri Paesi, inclusi gli Stati Uniti. Hanno mostrato delle tabelle con dei dati comparati, ma l’audience e’ rimasta molto perplessa. Da un lato e’ vero che varie figure naziste vennero vezzeggiate ad esempio per la loro conoscenza tecnica, come nel caso dello scienziato aerospaziale Werner von Braun negli USA; dall’altro, pero’, ci sono prove inoppugnabili per le quali i criminali piu’ efferati fuggirono e risiederono in Argentina.
Quando qualcuno dal pubblico ha chiesto ai conferenzieri perche’ pensassero che la presenza massiccia di nazisti nel loro Paese fosse un mito, quelli hanno risposto che era in parte a causa di una delle aziende colluse, Standard Oil, in parte per via delle accuse americane… Insomma, per loro la causa principale era propaganda ostile contro l’Argentina.
‘Propaganda ostile’? Le sembra una risposta credibile?
No, anzi e’ poco probabile. E’ un dato di fatto che Peron andasse pazzo per l’apparato militare tedesco, e non certo in termini formali. Piu’ in generale, il problema dell’antisemitismo in Argentina va preso in considerazione: il fatto che non permettessero agli ebrei di arrivare nel Paese anche dopo l’Olocausto lo conferma. Decenni dopo si verifico’ una certa foga antisemita durante la cosiddetta Guerra sporca (1976-1982) durante la quale gli ebrei vennero presi di mira: benche’ costituissero solo l’1% della popolazione, il 10% delle vittime furono ebree. Certe tendenze antisemite sono rimaste anche dopo la fine di quel periodo e portarono all’attacco terroristico contro l’ambasciata israeliana nel 1992, durante il quale morirono 29 persone e oltre 200 rimasero ferite. Solo due anni dopo l’edificio dell’Associazione Mutua Israelitica d’Argentina (AMIA) subi’ un attentato, causando 85 morti.
E arriviamo a oggi. La questione non e’ solo quella del Ritratto di donna trovato per caso attraverso un’inserzione immobiliare online un anno fa; riguarda anche e soprattutto gli archivi delle banche svizzere come quelli che sono stati trovati nel 2020. Come riportato a suo tempo dalla BBC, i file contengono i nomi di migliaia di nazisti residenti nel Paese, molti dei quali avevano aperto dei conti presumibilmente rimasti dormienti. Infatti, mentre scappavano in Argentina questi individui portavano con se’ molto di cio’ che possedevano incluso denaro e anche – ma non esclusivamente – oggetti rubati. La questione non e’ ancora stata studiata come meriterebbe.
Sicuramente il Museo dell’Olocausto di Buenos Aires vorrebbe ricevere in prestito il dipinto ritrovato per esporlo, ma pensano che non sia possibile. Secondo me sono interessati alla vicenda, ma se insisteranno o piu’ in generale se le ricerche sulla provenienza degli oggetti d’arte nelle collezioni partira’ o meno in Argentina e’ cosa ancora tutta da vedere.
Per saperne di piu’:
Holocaust era looted cultural property: A current worldwide view (2024), WJRO Claims Conference, A cura di Wesley A. Fisher e Ruth Weinberger. Reperibile online:
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