Letteratura

La bergameide di Alberto Ravasio tra risate e rasoiate

Una prosa vorticosa, esuberante, spesso irresistibile, che alterna registri colti e triviali, aforismi e iperboli, impennate filosofiche e comicità da avanspettacolo

1 Agosto 2026

Alberto Ravasio— Il grande mantenuto— Quodlibet, Macerata, 2026.

Reduce dal penitenziagite dell’ultimo Premio Strega — dove, a partire dall’afflittivo  Lo sbilico, ho trovato ben poco da salvare — ho aperto Il grande mantenuto di Alberto Ravasio con aspettative moderate e ne sono uscito un tantino riconciliato con la narrativa italiana. Qui ritornano infatti il piacere dell’invenzione, il gusto dell’affabulazione e soprattutto una lingua che non si limita a raccontare la realtà, ma la deforma fino a renderla più vera. Tutto sembra parodico perché, in fondo, parodica è ormai la realtà stessa.

Il romanzo alza di un po’ il livello medio della produzione narrativa contemporanea,  credo. Lo fa anzitutto attraverso una prosa vorticosa, esuberante, spesso irresistibile, che alterna registri colti e triviali, aforismi e iperboli, impennate filosofiche e comicità da avanspettacolo. Talvolta questa ricchezza degenera in compiacimento: alcune pagine cedono alla verbosità e certe immagini sembrano cercare l’effetto a tutti i costi. Ma persino gli eccessi trovano una loro giustificazione nella vocazione satirica dell’opera. La prolissità non è un semplice esercizio stilistico: diventa il modo stesso con cui Ravasio disseziona un segmento antropologico dell’Italia contemporanea, quello che gira attorno ai libri.

Sotto la superficie del romanzo di formazione si nasconde infatti qualcosa di più ambizioso: una feroce anatomia della provincia lombarda, dell’editoria italiana e dell’illusione stessa della vocazione letteraria. La vicenda procede come una moderna bergameide, un poema eroicomico in cui il protagonista attraversa famiglia, università, amori, premi letterari, case editrici e pandemia, scoprendo progressivamente che lo scrittore contemporaneo è soprattutto un lavoratore senza lavoro, un autore che vive della speranza di vivere di ciò che scrive.

Il primo segmento narrativo è forse il più compatto. La famiglia bergamasca viene osservata con una penna intinta nel fiele, ma senza mai perdere il gusto della caricatura. «Tutti erano cattolici, chi parlava era cattolico e chi taceva era ancora più cattolico», scrive Ravasio, condensando in poche righe un intero universo antropologico. È un cattolicesimo insieme materiale e identitario, più democristiano che cristiano, abitato da «analfabeti emotivi» che trasformano ogni dialogo in una gara a «bergamaschizzare la complessità». La provincia non è soltanto uno sfondo: è un sistema linguistico e mentale.

In questo ambiente cresce il protagonista, aspirante scrittore, che scopre ben presto la propria estraneità al mondo circostante. «Volevo fare lo scrittore… avevo la bugia facile», confessa con un’autoironia che attraversa tutto il libro. Ancora più felice è la definizione della propria vocazione: «Scrivevo come l’adolescente si masturba, cioè di nascosto e in mancanza di alternative». In poche righe Ravasio smonta l’agiografia dello scrittore e ne restituisce l’origine più prosaica: solitudine, frustrazione, desiderio di fuga.

La satira raggiunge qui alcuni dei risultati migliori del romanzo. La scelta della facoltà di Filosofia viene vissuta in famiglia come una disgrazia domestica; la docente di religione, ribattezzata Diocistupri, diventa insieme educatrice e fantasia erotica adolescenziale; perfino il lessico familiare viene ricostruito come documento etnologico di una civiltà contadina incapace di distinguere le persone dalle categorie sociali. Sono pagine ricche di eccessi e di libertà inventiva, ma che puntano a celebrare il contrasto tra la  concretezza provinciale e gli squilibri dell’intelligenza letteraria solitaria.

Il secondo segmento, dedicato alla parentesi delle ragazze lesbiche lecchesi, rappresenta invece una lieve flessione. L’invenzione linguistica continua a produrre lampi felici, ma la macchina narrativa gira talvolta a vuoto e alcune battute sembrano inseguire l’effetto più che costruire significato. È qui che si avverte uno dei limiti del libro: Ravasio fatica talvolta a rinunciare alla trovata brillante, dimenticando che la vera forza della comicità risiede anche nell’economia dei mezzi. Qualche immagine appare forzata e persino qualche svista lessicale — come il fantomatico «riso bianco bismati» che dovrebbe  essere basmati — tradisce una revisione non sempre rigorosa. Rimane però una frase che illumina l’intero progetto narrativo: «Avevo ironia e studi per sdottorarci sopra». È quasi una dichiarazione di poetica.

Con il terzo segmento, in ambiente milanese, il romanzo ritrova pienamente il proprio respiro grazie all’incontro con Sofia. La relazione amorosa non costituisce soltanto una vicenda sentimentale, ma diventa il luogo dove si scontrano due differenti capitali culturali. Se il protagonista usa i libri per prendere le distanze dal mondo in cui è nato, Sofia appartiene invece a un ambiente nel quale la cultura rappresenta un’eredità naturale. «Se io adoperavo i testi per non vedere il contesto in cui ero nato, per disimpararlo, per bestemmiarlo, Sofia aveva attorno a sé un contesto che al contrario i testi glieli confermava, li integrava.»

Anche nelle pagine amorose Ravasio evita il sentimentalismo. «Ero troppo ateo per credere ai miracoli e ancora troppo cattolico per credere nel piacere»: è una battuta che vale quasi come diagnosi psicologica del protagonista. Perfino l’erotismo, spesso felicemente sboccato, mantiene una funzione narrativa precisa e diventa il contrappunto fisico di un rapporto destinato a incrinarsi sotto il peso della precarietà economica. È già qui, infatti, che affiora il vero tema del romanzo: non la difficoltà di diventare scrittore, ma l’impossibilità materiale di esserlo senza qualcuno che continui a mantenerti.
Nella seconda parte di questo segmento entreranno in scena il mondo editoriale milanese, la grande satira della Repubblica delle lettere, la crisi con Sofia, il ritorno durante la pandemia e la conclusione, dove il romanzo, pur conoscendo qualche cedimento strutturale, approda a un finale di particolare intensità.

L’ingresso nella Milano editoriale costituisce il quarto grande movimento del romanzo ed è forse quello che ha attirato maggiormente, unitamente alla corrosiva bergameide, la mia attenzione. Qui la vena satirica di Ravasio raggiunge il bersaglio con impressionante continuità. Direttori di collana, editor, agenzie letterarie, scuole di scrittura creativa, giornalisti, autori di bestseller occasionali, promoter culturali: nessuno viene risparmiato. Più che personaggi sono maschere di una commedia ferocemente realistica, nella quale la letteratura sembra sopravvivere soltanto come accessorio del mercato.

Emblematico è il ritratto dell’Emporio di scrittura ricreativa “David Foster Carver”, irresistibile deformazione dell’industria della formazione letteraria, così come memorabile è Giulio Camorro, editor onnipotente che commercia favori, recensioni e relazioni. In pagine di questo genere soffia un’ironia corrosiva che ricorda il miglior Arbasino (circola peraltro nel testo la sua famosa battuta portata al successo da Edmondo Berselli di «brillante promessa, venerato maestro, solito stronzo») ma aggiornata all’epoca delle agenzie, dei festival e del marketing editoriale. Il bersaglio, tuttavia, non è soltanto il costume. Ravasio mette sotto processo un sistema nel quale il valore letterario diventa secondario rispetto alla capacità di occupare stabilmente lo spazio mediatico.

L’incontro con il Totem – il vecchio scrittore fallito e insieme venerato – introduce il nucleo tragico dell’opera. È uno dei personaggi  non saprei dire se meglio riusciti dell’intero romanzo, certo è quello su cui più punta l’autore visto che lo fa rientrate nel finale.  In lui il protagonista vede materializzarsi il proprio possibile destino: «scrittore validissimo e quindi finanziariamente invalido». L’intuizione è acuminata. Il fallimento economico dello scrittore non appare come incidente biografico, bensì come esito quasi fisiologico di un sistema che celebra la letteratura e insieme la rende materialmente impraticabile.

La successiva esperienza presso il Gruppo Editoriale Volabasso accentua ulteriormente questa diagnosi. L’editore, anziché custode della cultura, diventa un imprenditore improvvisato, sospeso fra narcisismo, dilettantismo e precarietà economica. Anche qui non mancano immagini e battute di straordinaria efficacia, benché qualcuna riveli quella tendenza all’iperbole che costituisce talora il limite più evidente della scrittura di Ravasio. Quando ogni frase vuole essere memorabile, inevitabilmente alcune finiscono per esserlo meno, arrivano sgonfiate alla metà.

Parallelamente si consuma la crisi con Sofia. Ed è probabilmente questo il momento in cui il romanzo smette di essere soltanto satira per trasformarsi in autentico romanzo sociale. Il vero ostacolo non è la mancanza d’amore, ma la mancanza di reddito. «Il problema erano i soldi»: è questa, spogliata di ogni retorica sentimentale, la verità che l’episodio mette al centro. Da qui prendono forma alcune delle riflessioni più riuscite: «Solamente i ricchi potevano occuparsi davvero di letteratura, entrare nel dibattito e restarci, senza il terrore di impoverirsi, senza la preoccupazione quotidiana di differenziarsi dall’indifferenziata». «Senza soldi però ero costretto a tornarmene indietro, sul luogo del battesimo, la cultura non era più uno strumento di riscatto, era un discensore sociale.» È forse la tesi stringente dell’intero romanzo. Lo scrittore contemporaneo non appartiene più alla figura romantica del bohémien, ma a quella del mantenuto. La libertà creativa dipende ormai dal patrimonio familiare, dalle rendite, dal sostegno economico del partner e dalla disponibilità ad abbandonare la scrittura se si ha di che vivere.

Il quinto segmento prolunga questa diagnosi attraverso la satira del mondo degli aspiranti autori. Premi letterari, manoscritti, finalisti, scrittori emergenti, autori già emersi e subito dimenticati: tutta la Repubblica delle lettere viene rappresentata come una gigantesca competizione fra esclusi. L’autoritratto del protagonista — morto di fame convinto d’essersi inventato la povertà — è forse la pagina più lucida e spietata del libro, perché la satira, dopo aver colpito chiunque, si rivolge infine contro chi racconta. È il momento in cui Ravasio dimostra di non essere soltanto un moralista che giudica gli altri, ma anche il primo imputato del proprio processo.

Qualche riserva, invece, suscita la lunga digressione sulla riforma dell’editoria italiana. Le proposte sono spesso ragionevoli e persino condivisibili, ma interrompono il ritmo romanzesco e introducono una certa sensatezza in chi non crede in essa (visto che finora ha puntato alla propria sventatezza alla Zeno Cosini, diciamo) oltre  che dimensione saggistica che stride con il tono fin lì mantenuto. È uno dei pochi punti nei quali l’autore sembra spiegare ciò che fino ad allora aveva saputo mostrare.

L’ultimo segmento riporta il protagonista nella Bergamasca del 2020, chiudendo il cerchio narrativo. Il ritorno al paese d’origine, durante la pandemia, restituisce alcune pagine di intensa malinconia con la vicenda del padre che non spoilero, come si ama dire. Il paesaggio familiare diventa il luogo dove memoria individuale e tragedia collettiva si sovrappongono. Tuttavia è anche qui che il romanzo mostra qualche segno di sfilacciamento. Come osservava E. M. Forster in Aspetti del romanzo molti romanzi tendono a indebolirsi nel finale; Il grande mantenuto non sfugge del tutto a questa legge. Più che chiudere le linee narrative, ne apre di nuove; la “verbofilia”, fin lì energia propulsiva, rischia talvolta di trasformarsi in inerzia verbale.

Ma Ravasio possiede abbastanza talento da ritrovare la misura proprio nelle ultime pagine. Il ritorno del Totem e la rinuncia momentanea alla scrittura restituiscono alla narrazione una sobrietà inattesa. Il finale, con il protagonista che ritrova nei libri non più la promessa del successo ma il semplice conforto della bellezza, riconduce il romanzo al suo significato più profondo. La frase conclusiva — «Sono finiti i soldi ma tutto il resto c’è ancora» — vale insieme come epitaffio, manifesto poetico e dichiarazione di resistenza.

Il grande mantenuto non è un libro perfetto. L’autore indulge talvolta nella propria felicità verbale; alcune sequenze potrebbero essere alleggerite e certe immagini guadagnerebbero forza se meno insistite. Ma sono difetti di abbondanza, non di povertà inventiva. In compenso Ravasio possiede ciò che oggi manca a gran parte della narrativa italiana: una lingua riconoscibile dopo tre righe, un autentico talento comico e il coraggio di costruire una satira che non risparmia nessuno, nemmeno il proprio autore.

Soprattutto, ha intuito una verità che pochi romanzieri italiani hanno raccontato con altrettanta chiarezza: oggi il problema dello scrittore non è pubblicare, bensì riuscire a scrivere senza che qualcun altro gli paghi il tempo necessario per farlo. Il “grande mantenuto” del titolo non è allora soltanto il protagonista di questa irresistibile bergameide. È, in fondo, una figura simbolica dello scrittore contemporaneo.

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