Storia
Fare i conti con i propri errori non e’ virtu’, ma necessita’
Dopo una guerra e’ difficile ammettere che ci sia stata responsabilita’ dalla propria parte. La politica, infatti, maldigerisce la storiografia perche’ svelare i misfatti e le ideologie infrange la retorica nazionale. La letteratura puo’ aiutare: vediamone un esempio.
Doveva essere una guerra d’occupazione rapida nei confronti di un nemico orientale ormai disfatto. Comincio’ bene con la presa della citta’ principale e truppe che subito avanzavano nell’interno. Fini’ invece oltre tre anni dopo e con una sconfitta totale, disastrosa, commemorata ipocritamente in patria senza soffermarsi sulle responsabilita’. Al dibattito sul disastro arrivato piu’ di mezzo secolo dopo contribui’ un romanzo, Il labirinto (Guanda, 2004), che merita di essere riletto proprio oggi in tempi di alleanze eterodosse da un lato e rivendicazioni di uno spazio vitale contrarie al diritto internazionale dall’altro.
Parliamo della guerra greco-turca del 1919-22. Ripasso: dopo la fine del primo conflitto mondiale i vincitori programmano di spartirsi l’impero ottomano. L’Italia sgomita ma la cosa suscita malumori oltremanica, per cui nel 1919 il primo ministro Lloyd George persuade l’Intesa ad assecondare un intervento greco in Anatolia. A sorpresa, quindi, torna in vita la Megali idea, ossia il desiderio di mettere sotto un’unica bandiera gli oltre tre milioni di greci che vivono – male, cosi’ come tutte le altre minoranze – ancora in territorio ottomano. Il premier greco Eleftherios Venizelos ne approfitta per perseguire un progetto di rifondazione neo-bizantina, velleitario e insostenibile per un Paese ancora giovane e con mezzi amministrativi e militari limitati; i generali nutrono dubbi ma la chiesa ortodossa lo sostiene.
Il 15 maggio navi alleate supportano l’occupazione greca di Smirne, citta’ cosmopolita e modello mediterraneo di modernita’ e progresso; l’esercito marcia poi alla volta dell’Anatolia centrale. La campagna si blocca quando la politica ateniese va in subbuglio: mentre Eleftherios Venizelos perde il posto di primo ministro, il supporto internazionale all’iniziativa cade. Nel campo avverso il generale Mustafa Kemal riesce intanto a raccogliere le forze mentre stringe accordi internazionali: il trattato con Lenin nel marzo 1921 gli fa acquisire le armi necessarie per una controffensiva mentre quello con la Francia in ottobre lo tranquillizza a sud-est. Errori tattici grossolani e una leadership militare mediocre fanno perdere terreno all’esercito greco, mentre il malumore delle truppe aumenta.
E’ qui, nell’Anatolia occidentale del settembre 1922, che ha inizio il romanzo di Panos Karnezis ed e’ attraverso le tribolazioni dei suoi quattro anti-eroi che possiamo capirne il senso. Il primo e’ Nestor, generale a capo di un battaglione ormai in ritirata. Crede nelle istituzioni ma e’ lasciato solo proprio mentre sale la pressione delle milizie turche; fiuta aria di sconfitta e come se non bastasse lui e i suoi si sono persi. Nestor trova sollievo ormai solo in due cose: la letteratura classica che gli fa sognare un passato glorioso e la morfina che si inietta tutti i giorni. La morte della moglie l’anno prima gli ha danneggiato la psiche, la tossicodipendenza il corpo; ed esser stato responsabile di un massacro di civili lo tormenta. Da salvare e’ rimasto poco, ma sulla disciplina non transige – e’ pur sempre un ufficiale.
Il suo collaboratore piu’ stretto e’ il maggiore Porfirio, un soldato pluripremiato che pero’ dopo uno scambio epistolare e’ diventato comunista. Niente piu’ patria da difendere per lui, la vera lotta da combattere e’ quella di classe; percio’ stampa e fa circolare dei volantini di propaganda marxista e incita al sabotaggio a rischio di venir giustiziato. La trasformazione che lo riguarda lo porta ad uno scontro irrimediabile con il sistema di cui e’ parte.
In mezzo a loro troviamo due figure antitetiche. Uno e’ il cappellano militare, padre Simeon: cinquant’anni, volontario, un occhio perso sul campo. La sua speranza e’ nella religione anche se non ha piu’ fedeli che lo seguano. Anti-scientifico, disprezza l’illuminismo e sogna un mondo di ignoranti; al contempo, crede nella virtu’ del perdono e intercede con il generale in un caso drammatico. Al suo opposto vi e’ il medico, indifferente alla guerra e in servizio solo per far pratica di chirurgia. E’ un filantropo che crede nella scienza come unica salvezza del mondo; prova anche lui a mitigare gli animi ragionevolmente, ma si rivolge ad orecchie che non vogliono ne’ possono ascoltare.
E dunque a furia di andare a ramengo il battaglione arriva in un paesino sino a quel momento rimasto, chissa’ come, fuori dalla guerra. Per meta’ cristiani e meta’ musulmani, i suoi abitanti tirano a campare: ma l’arrivo dei soldati ne cambia le sorti, portando scompiglio all’inizio e dissoluzione poi. Armeni e greci hanno paura di una vendetta dei turchi, ormai vicini: meglio fuggire verso il mare, sperando che qualche nave li porti in Grecia od ovunque possano ricominciare una nuova vita.
La storia ci dice che nessuna possibilita’ di salvezza li attendeva al porto di Smirne: ne’ le navi greche ne’ quelle (ex) alleate permisero ai fuggiaschi di salire a bordo. Tutto questo mentre i nazionalisti comandati da Nurettin Pasha appiccavano il fuoco ai quartieri cristiani della citta’, che brucio’ in massima parte. I turchi sognavano di ricostruirla meglio di com’era prima: gavur (infedele) Smirne cambio’ nome e divento’ Izmir. La ricostruzione in realta’ fu incompleta, e avvenne a fatica: il danno economico, culturale e sociale che ne scaturi’ non venne mai recuperato pienamente. Morirono piu’ di centomila persone.
Che cosa ci fanno capire gli anti-eroi del Labirinto? Nestor innanzitutto rappresenta lo smarrimento delle istituzioni elleniche, che indirettamente causarono l’accelerazione della pulizia etnica dei cristiani d’Anatolia. Ma lui e’ anche il responsabile di un crimine di guerra: e di militari greci che in ritirata si accanirono contro la popolazione civile ve ne furono parecchi, al punto da incitare le rappresaglie e l’invio da parte dei turchi ai lavori forzati (leggi: marce della morte) di migliaia di greci tra i 18 e i 45 anni. Per anni di questo non si parlo’ perche’ ufficialmente i torturatori erano stati solo i nemici; i documenti e le testimonianze, pero’, distribuivano le responsabilita’.
Di contro, Porfirio capisce tardi le insensatezze dei nazionalismi e tradisce invischiandosi in un altro labirinto ideologico, quello della lotta di classe. Ecco, i soldati greci che sabotarono e disertarono furono molti piu’ di quanto non si pensi; successivamente anche questo venne omesso dalle narrazioni perche’ nuoceva alla retorica di entrambi. Innanzitutto sminuiva i vincitori e il proprio leader: chi, infatti, vorrebbe mai far sapere ai posteri che il nemico ha perso anche perche’ si e’ azzoppato da solo? In Grecia, poi, avrebbe evidenziato la scarsa coesione interna e il caos dei piani di Venizelos, del suo dante causa e di chi lo assecondava.
Piu’ subdola e’ la figura di padre Simeon, la cui fede in corto circuito con l’ideologia gli obnubila la ragione: ed e’ esattamente cio’ che accadde alla chiesa ortodossa di Smirne e al suo leader, il metropolita Chrysostomos. Costui, un nazionalista fanatico, si oppose al pragmatismo della comunita’ greca locale che voleva negoziare e cosi’ la condanno’ alla dissoluzione. Che un pezzo di stato greco potesse sopravvivere nell’Anatolia turca era una pazzia: che a sostenere questa idea ci fosse stata la chiesa era un abominio.
E mentre la fede che i personaggi si ostinano a praticare crolla, sia essa verso lo stato, la scienza, il comunismo, il nazionalismo, i testi sacri o che altro, il romanzo si chiude con i musulmani del villaggio rimasti che saccheggiano il palazzo comunale e la biblioteca alla ricerca di tesori nascosti immaginari, bruciano le opere d’arte e alla sera fanno addormentare i propri figli all’ascolto del mito della loro vittoria. Si infilano cosi’ anche loro in un labirinto, quello del credo cieco, che impedisce agli individui di imparare dai propri errori e li porta a ignorare i dubbi o tutt’al piu’ nasconderli fingendo di averli risolti.
Traslato dalla fiction al mondo reale, il messaggio e’ questo: glissare su fatti e responsabilita’ per evitare di mettere in discussione il proprio credo, convinzioni e ideali ha nuociuto alla societa’ greca come a quella turca: ed e’ capitato, mutatis mutandis, a tanti altri popoli, noi inclusi – basti pensare a quanto tempo c’e’ voluto perche’ la consapevolezza sui crimini del passato coloniale italiano diventasse condivisa. Fare i conti con i propri errori e’ vitale per continuare a vivere da individui liberi: e lo e’ soprattutto oggi che abbiamo a che fare con crisi internazionali che si intersecano le une alle altre. Che cio’ accada con la storiografia, la letteratura o le arti poco importa: Karnezis c’e’ riuscito con un gran bel romanzo da riprendere in mano.
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