Letteratura

Ricordare una poeta: Margherita Guidacci

Fede, tenerezza e rigore nei versi di Margherita Guidacci

13 Luglio 2026

Le poesie. Nuova ediz. - Margherita Guidacci - copertina

“Non ho scelto di essere poeta. Lo sono stata perché tale è la mia natura (…). La poesia non è un atto di volontà, è un atto di vita, e come la vita, contiene in sé motivazione e gioia sufficienti”. Con questa esplicita confessione, Margherita Guidacci diede di se stessa e della sua scrittura il ritratto più veritiero, al di là di qualsiasi interpretazione critica sia stata tentata negli anni della sua produzione letteraria, iniziata nel 1946 con la pubblicazione presso Vallecchi del primo volume di versi La sabbia e l’angelo, e prolungatasi fino alla morte. Poeta dunque, in primo luogo, ma anche saggista ed esperta traduttrice, Guidacci nacque a Firenze nel 1921, si laureò nella stessa città con una tesi su Giuseppe Ungaretti, specializzandosi poi in letteratura inglese ed americana. Già dall’infanzia sperimentò situazioni luttuose, che incisero profondamente sul suo carattere introverso e meditativo, producendo nel corso degli anni frequenti crisi depressive, fino al ricovero in una clinica neurologica negli anni ’60. Non smise mai di insegnare, dapprima nei licei, quindi all’università, e seppe coniugare i propri vivaci interessi culturali con l’impegno familiare, sempre costante e generoso anche nei momenti di forte crisi psicofisica. Con il marito e i tre figli si trasferì nel 1958 a Roma, dove morì nel 1992 per le conseguenze di un ictus.

Presenza appartata e coerente nella letteratura del nostro ’900, Margherita Guidacci nutriva una fede profonda e inquieta, non confessionale, capace di indagare senza fariseismi il mistero della morte, della grazia e della resurrezione. Già nelle poesie d’esordio esprimeva in senso severamente oracolare una consapevole dipendenza dal versetto biblico, orizzontalmente disteso in lunghezza: “Chi grida sull’alto spartiacque è udito da entrambe le valli. / Perciò la voce dei poeti intendono i viventi e i morti”. Altri titoli successivi rivelano un uguale interesse per temi tratti dal Nuovo e Vecchio Testamento: “Morte del ricco”, “Giorno dei Santi”, “Promessa di Adamo”, “Ismaele”, “Caino e Abele”, “Poiché tu sei eterno”. A volte questi testi ricalcavano la forma dell’oratorio medievale, altre volte si facevano portavoce di un sentimento di fede ingenuo e corale. La pratica assidua della traduzione la portò a confrontarsi con le voci di classici internazionali: John Donne, Emily Dickinson, Eliot (a cui dedicò un intero volume di saggi), che sentiva particolarmente vicini per la stessa profonda sensibilità spirituale. L’orizzonte della sua  poetica non rimase comunque limitato esclusivamente alla meditazione religiosa. Molte composizioni erano dedicate agli amici e agli affetti familiari, all’amore per il marito e per i tre figli, come questi scritti per la terzogenita Elisa: “Che dirti, amore mio, che dirti? / Le parole hanno un senso / Soltanto se le nutre la memoria. / Ma tu non hai ricordo di stagioni, / Tanto meno ricordo di ricordi: / Sei nuova e fresca, intatta dal declino / Che rattrista lo sguardo di tua madre / Mentre fissi serena / Questo tuo primo autunno”. O altri, più tragici, dopo una dolorosa separazione dal marito: “Quietamente ci siamo distrutti / a vicenda la vita. / Non occorre un ciclone per rovinare un albero: / un chiodo rugginoso nella scorza / farà altrettanto, con meno clamore. / Così tra noi gli sguardi, le parole / ed i silenzi, prima scrigni / ora pieni di lame, / di veleni. / Oggi sono questi i miei tristi tesori / e li riconto, / mentre la morte avanza sulle sue vecchie strade / e sulle nuove che noi le abbiamo preparato”.

Ma non le era nemmeno  estranea la corda dell’impegno politico e civile, che manifestò in alcune intense composizioni dedicate alla guerra, allo sfruttamento del proletariato, alla morte di Allende, alla strage della stazione di Bologna del 1980. Della sua poesia, che aveva radici abbarbicate nel terreno ma poi si slanciava verso l’alto con rami e foglie (un’antologia che si trova ancora in commercio, curata da Giovanna Fozzer, si intitola appropriatamente “Poesia come un albero”), lei stessa scrisse: “Io cercavo una conoscenza, e quindi uno dei miei capisaldi è stata la chiarezza, perché la conoscenza mira a raggiungere una sua interna chiarezza e a trasmettersi con chiarezza”. E ancora: “Meglio scrivere un libro importante nel deserto / … che diventare celebre per equivoco”; “Mio Dio, salvami dalla parola condotta in parata come un vitello nel giorno di fiera”. Un’istanza etica fortissima, quindi, animava la scrittura di Margherita Guidacci, forse proprio per il suo terso rigore così raramente compresa. Eppure le erano stati attribuiti importanti premi (Le Grazie, Lerici, Carducci, Scanno, Dessì), ma l’originalità della sua posizione intellettuale, estranea a mode od ortodossie ideologiche e letterarie, e nella perpetua aspirazione verso il disvelamento della verità, la ridusse in uno spazio culturale minoritario.  Non aveva mai nascosto il suo fastidio per il mito della poesia pura, cerebrale e anti-comunicativa, privilegiando “l’accostamento drammatico di significati”. L’esperienza dolorosa vissuta in clinica le aveva dettato i versi tormentati di Neurosuite (1970), da lei definiti una “radiografia dell’anima umana, colta tra dimensione cosciente e tensioni dell’inconscio”, dove le immagini della natura assumevano un aspetto deturpato e minaccioso, sullo sfondo angosciante del silenzio di Dio e del mondo circostante: “Questo nodo di pietra, questa città murata! / La medesima ansia fa cercare una porta / a chi è dentro, a chi è fuori. / Ma se appena potessero vedere / di là dal muro, pregherebbero forse, / gli uni e gli altri, di non trovarla mai”. Il ritorno alla vita e alla salute fu celebrato anni dopo nelle pagine di “Inno alla gioia” e “Il buio e lo splendore”, in cui l’amore ritrovato, insieme alla pienezza di una felicità riconquistata, veniva così salutato: “Il nostro è amore d’anima. / E noi siamo più grandi / di tutto quello che ci può accadere”. La poesia come ricerca e scavo interiore si è rivelata quindi per Margherita Guidacci, poeta tenera e rigorosa, anche un fondamentale esercizio di catarsi, di sfrondamento dell’inessenziale per recuperare la parte più vera di sé.

 

MARGHERITA GUIDACCI, LE POESIE – LE LETTERE, FIRENZE 1999 e 2020.

a cura di Maura Del Serra. Pagine 658

 

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