Storia
L’orrendo luglio 2001 di un poliziotto a Genova
La testimonianza di un protagonista delle drammatiche giornate del G8 a Genova
I tragici fatti di Genova del luglio 2001, avvenuti contestualmente alla riunione del G8, sono stati in questi giorni ampiamente ricordati non solo sulla stampa nazionale, ma anche in volumi appena usciti riportanti testimonianze dirette e contrapposte dei protagonisti degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Da una parte Vittorio Agnoletto, portavoce nazionale del Genoa Social Forum (che raccoglieva una rete di contestazione no-global formata da associazioni, partiti, centri sociali, sindacati e ONG italiane ed estere), ripercorre con forte vis polemica quegli accadimenti nel volume Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani edito da Tab. Dall’altra Gianpaolo Trevisi, allora poliziotto incaricato di presidiare la zona rossa con un nucleo di pronto impiego, narra con drammatica partecipazione e amaro disincanto la propria esperienza di uomo e di servitore dello Stato in un libro pubblicato da People, Faccia a faccia, a metà tra diario, cronaca e sogno. Gianpaolo Trevisi (Roma 1969) è attualmente Consigliere regionale del Veneto per il Partito Democratico, ma in precedenza ha coperto diversi incarichi di rilievo nella Polizia di Stato (dirigente dell’Ufficio Immigrazione, della Squadra Mobile e Vice Questore a Verona, direttore della Scuola di Polizia di Peschiera del Garda dal 2012 al 2025), distinguendosi anche nell’attività di formazione e dialogo nelle scuole sui temi della legalità, dell’integrazione, della lotta alla droga, della violenza di genere e del bullismo: temi a cui ha dedicato vari volumi di narrativa e di inchiesta. Scandito in diverse giornate a partire dal giugno precedente al summit delle otto potenze mondiali, l’allora funzionario di Polizia poco più che trentenne, narra il suo arrivo al casello dell’autostrada di Genova intasata da volanti, motociclette e mezzi blindati, e il misterioso incontro con un ragazzo che – fantasia o realtà – lo accompagnerà per tutto il corso della narrazione. Spettinato e allegro, i versi di De Gregori incisi sulla maglietta, il giovane lo osserva con un sorriso a tratti solidale e divertito, più spesso beffardo e colpevolizzante. Solo il profumo del mare sarà altrettanto costante nel seguire il protagonista durante le settimane genovesi, con ben altra finalità, comprensiva e consolatoria nella freschezza del suo ondoso azzurro.
Subito critico rispetto alla scelta del capoluogo ligure, considerato inadatto a garantire una prudente gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico in una manifestazione internazionale di così vasta portata, il narratore condivide con alcuni colleghi il disagio rispetto alla dislocazione logistica del personale di sorveglianza, in parte ospitato presso i padiglioni della Fiera, in parte alloggiato in alberghi della Riviera, e costretto a un pesante pendolarismo giornaliero. La perplessità del protagonista non si limita al giudizio negativo nei riguardi dell’organizzazione, ma si manifesta esplicitamente anche verso le massime autorità di Polizia intervenute alle varie riunioni preliminari, come Gianni De Gennaro e Arnaldo La Barbera, e agli stessi compagni di servizio presenti: alcuni flosci e spossati, altri compiaciuti di un’eleganza posticcia e servile. A tutti i presenti viene distribuita un faldone di ordinanza di cento pagine, illustrante i luoghi caldi della città da sorvegliare, la composizione dei cortei dei contestatori e la loro definizione ideologica. Gianpaolo Trevisi, che non ha “la faccia da sbirro”, e nemmeno l’anima, avverte da subito il proprio sdoppiamento personale nella sigla attribuitagli: Gamma 151. A capo di un reparto di ottanta uomini (carichi di paura, rabbia, pregiudizi radicati, aggressività e revanscismo fascista) a cui dover infondere coraggio e fiducia nelle istituzioni, li invita a mantenere sangue freddo davanti alle provocazioni e agli insulti, mentre il clima intorno diventa sempre più feroce, l’ostilità tra le forze dell’ordine, i civili e i manifestanti non più governabile, in una città presidiata dal cielo e dal mare, controllata nelle fogne e blindata nei maggiori accessi stradali, perquisita nelle abitazioni e nelle vetture.
La narrazione prosegue puntuale nel ripercorrere le varie situazioni precedenti la terribile giornata del 20 luglio, con gli scontri di Piazza Alimonda, l’uccisione del ventitreenne Carlo Giuliani da parte del carabiniere ventenne Mario Placanica. “Penso fossero semplicemente due ragazzi: uno non c’è più e l’altro, da quello stesso giorno, non è stato più un ragazzo”, scrive Trevisi, che quel pomeriggio non si trovava in quella piazza, ma nell’albergo di Santa Margherita in cui era acquartierato. Munito di tuta ignifuga, micidiali bombolette di spray urticante e laringofono per impartire ordini oltre la protezione della maschera antigas, il trentaduenne vicequestore Trevisi assisterà in seguito al “più grande fallimento nella storia della Polizia”, come ha recentemente asserito in un’intervista a Repubblica. Il giorno dopo la morte di Giuliani viene assegnato al nucleo di riserva davanti alla Questura di Genova dove si teneva una riunione con i massimi rappresentanti della Polizia italiana, “nomi mitici” temuti e discussi. Viene in seguito spostato a presidiare la scuola Diaz, al cui interno operavano gli uomini del VII nucleo del Reparto Mobile di Roma per individuare i manifestanti ritenuti più pericolosi, i famigerati black bloc e altri sospettati di anarco-terrorismo provenienti da tutta Europa per unirsi alle proteste contro il summit del G8. Vede uscire dal portone della scuola “ragazzi e ragazze con le teste rotte, le labbra tagliate e i denti da sputare a terra come nocciole di ciliegie amare”. Barelle, feriti e autoambulanze mentre intorno si raduna una folla di giornalisti, medici, persone comuni che coprono di insulti e sputi il suo reparto. Tra di loro, Trevisi incontra proprio Vittorio Agnoletto, e dal suo sguardo scandalizzato e interrogativo comprende che all’interno dell’edificio si sta compiendo qualcosa di estremamente grave e illegale, una “macelleria messicana”, come verrà definita in seguito dai media. Circondato da una folla urlante, il reparto al suo comando indietreggia confuso e intimorito, rifugiandosi su un mezzo blindato per allontanarsi dalla scena. Da venticinque anni lo stesso incubo rivive nella mente del narratore: “Ogni volta che si continua a parlare di quella notte, ogni volta che mi costringono a raccontare, a ricordare, ogni volta che si scopre una molotov che non c’era e che non si trova più, ogni volta che si cerca di trovare, senza mai riuscirci, chi ha dato l’ordine, chi ha dato direttive, chi ha deciso, tollerato, avallato, firmato o chi semplicemente non ha detto niente”.
Prima di lasciare la città, di nuovo gli appare il fantasma del giovane dal sorriso indecifrabile la cui immagine persecutoria lo ha accompagnato per un mese, e finalmente riconosce in lui se stesso ragazzo, spettinato e un po’ cialtrone, innamorato della vita e delle canzoni di De Gregori. Le ultime pagine del volume, polemicamente amareggiate, esprimono il rancore verso i superiori che non hanno saputo assumersi le loro responsabilità, riconoscendo gli errori di valutazione commessi, e scaricando le colpe sui sottoposti impossibilitati a difendersi, ma rivendicano anche l’orgoglio dell’autore riguardo a una vita trascorsa al servizio della divisa blu, l’omaggio ai tanti poliziotti caduti in servizio, la fedeltà agli ideali democratici dello Stato: “Sono felice di essere un cittadino di un Paese in cui ogni giorno, anche in una stessa piazza, ci possono essere una manifestazione e una contro-manifestazione”. La postfazione del volume è affidata alle parole elogiative di Franco Gabrielli, che nel 2001 era capo della Digos per la Questura di Roma e dal 2016 al 2021 Capo della Polizia di Stato: in Gianpaolo Trevisi riconosce “un educatore capace di trasferire ai più giovani non solo tecniche operative, ma il senso profondo del nostro mestiere, la consapevolezza del ruolo che siamo chiamati a svolgere e il valore umano che deve accompagnare l’esercizio di ogni funzione pubblica”.
GIANPAOLO TREVISI, FACCIA A FACCIA – PEOPLE, BUSTO ARSIZIO 2026
Postfazione di Franco Gabrielli. Pagine 122
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