Letteratura
La rosa inversa di Maria Attanasio
Rassegna Premio Strega 2026
Maria Attanasio—La rosa inversa— Sellerio, Palermo 2026.
Do come avantesto la trama di questo romanzo estratta col forcipe della sintesi più rarefatta perché invero non è stato facile venirne a capo. Non è proprio la mia tazza di te il romanzo storico.
Nel 1900, a Calacte (nome artistico di Caltagirone, un paese molto bello del catanese secondo il mio ricordo di espatriato) l’ex professore di liceo Giacomo Flerez, eredita dopo una lunga procedura un antico palazzo nobiliare appartenuto alla sua famiglia. Uomo inquieto, omosessusle represso e profondamente conservatore, Flerez scopre (e ti pareva!) nel palazzo una botola che conduce a una stanza segreta rimasta intatta dal Settecento: uno spazio carico di libri proibiti degli illuministi, simboli massonici e memorie clandestine. Qui trova il manoscritto autobiografico intitolato La rosa inversa, scritto dal suo avo, il barone Ruggero Henares.
Attraverso la lettura del diario si apre il secondo piano temporale del romanzo. Ruggero, nato nel 1743 e rimasto presto orfano di madre, cresce sotto la rigida disciplina dei Gesuiti, dominati dalla figura repressiva del rettore Salvatore Crisafulli. In collegio stringe amicizia con Giuseppe Balsamo, il futuro Cagliostro, condividendo con lui curiosità intellettuale e spirito ribelle. Da adulto, Ruggero aderisce agli ideali dell’Illuminismo e fonda la loggia massonica “La rosa inversa”, simbolo di opposizione all’oscurantismo religioso e aristocratico.
Accanto alla dimensione politica emerge anche quella privata: Ruggero vive un amore intenso con Amalia, vedova indipendente e modernissima, che rifiuta il matrimonio pur ricambiando l’amore, per non rinunciare alla propria autonomia economica e personale. La loro relazione —una libertaria liaison la definisce l’autrice che ci tiene a esibire il suo lato libertario e liberatorio — diventa un altro emblema della tensione tra libertà individuale e imposizione sociale.
Sul fondo agisce la grande storia: gli entusiasmi della Rivoluzione francese, la paura del contagio delle idee illuministe e la repressione esercitata dal potere contro ogni forma di pensiero libero. Attraverso persecuzioni, diffamazioni e manipolazione della verità, lo Stato e la Chiesa trasformano le società segrete in nemici pubblici dopo averle spesso tollerate o utilizzate. Il romanzo nasce infatti da una falsa cronaca del 1790 — una sorta di settecentesca fake news (così la stessa Attanasio la chiama su youtube) — che l’autrice rielabora per riflettere su un tema sempre attuale: il modo in cui il potere costruisce narrazioni, altera i fatti e combatte le idee considerate sovversive. La rosa inversa diventa così un romanzo storico e politico sulla libertà di pensiero, sulla memoria e sulla persistente lotta contro ogni forma di oscurantismo.
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Ora, Arbasino sosteneva all’alba degli anni Sessanta che il romanzo tradizionale tipo la marchesa uscì alle cinque era una forma stramorta, e scriverne uno era un po’ come voler «rifondare nuovamente la Fiat o invadere oggi l’Abissinia» (“Certi romanzi”). Immaginatemi perciò: io che rifuggo sia dalle narrazioni volumetriche e seriali, sia dagli intrecci di risoluzione dei gialli, io che di Camilleri non ho letto un solo Montalbano ma La bolla di componenda, La concessione del telefono e Il birraio di Preston (sì, belli), immaginate dicevo la mia riluttanza a imbarcarmi nella lettura di un romanzo come questo di cui sospetto e poi realizzo si voglia rifondare non la Fiat ma ancora più indietro le carrozze, i palazzi aviti, gli intrighi di Cagliostro (ancora?), lo scioglimento della Compagnia di Gesù, l’ascesa della Massoneria, i vecchi libri sepolti nei tettimorti o soffitte a cui si accede con la classica botola al lume di candela e vi si trova un librone di quelli chiusi con lucchetto, come i vecchi diari, e invece si tratta di un romanzo dal titolo La rosa inversa col suo bel motto latino (ce l’hanno di prammatica i libri che recano il termine rosa nel titolo come il Nome della rosa, «stat rosa pristina nomine» e quel che segue) mentre qui è «Sub rosa dicta velata est»…
Fu vertigine, mancamento, dice l’autrice calatina (di Caltagirone dove facevano i cantri diceva mia madre, i vasi da notte) per invogliarci nella lettura. E dunque dal 1900 o giù di lì (a seguito di una lite durata decenni) in cui ci trovavamo in esordio veniamo ricacciati nel 1743 e a me viene subito voglia di scappare o di tagliarmi le vene perché mi aspetto la costruzione più lambiccata (e così sarà) del romanzesco, quello in cui la trama è tignosa e piuttosto intrecciata (quando si riesce a ricostruirla!) e io che amo Flaubert e il suo rifiuto delle trame romanzesche (la “storia” nel senso di racconto è nulla: conta lo stile in scrittura, che qui è quel che è) mi sembra di tornare al Gil Blas di Lesage (che però è citato da Dostoevskij nell’Adolescente a comprova che il nevrotico russo traffiacava col narrativo popolare e tangeva talora il romanzo di appendice, e io sono tolstojano mica a caso). Temo il rinculo al romanzo a trama proliferante insomma, più vieta e più bieca, e già antivedo la trasposizione televisiva e io che mi annoiavo a morte coi Montalbano televisivi e che non sono più il ragazzino che si ciucciava in TV La baronessa di Carini temo per la mia salute letteraria. E ho solo voglia di chiudere al più presto questa lettura e scappare, e terminare anche la rassegna critica degli Strega mannaggia a me che mi ci sono imbarcato…
E poi ci sono troppi cambi di prospettiva in cui però le connessioni logico-narrative (la successione dei meri eventi) restano spesso nella penna e non passano nella pagina, vista la scelta tacita dell’autrice di tendere a lasciare in una soffusa nebbiolina lo sviluppo lineare degli accadimenti al fine di creare l’aura attorno ad essi. Dovrei fare degli esempi ma appesantirei il testo più di quanto già non è.
Un periodare pesante, protocollare e senza colore e spesso senza respiro, con incisi, subordinate e frasi, seppur non frequenti, in dialetto siciliano stretto che credo confonderanno i lettori non isolani, come qui. «Mi mittu a tutti intr’a sacchetta: u sacciu ju commu aja fari ppi tunnari. Nenti ni po’ spartiri» disse Peppino all’amico.» Soprattutto l’ultima battuta, che si può tradurre se si sa dove far cadere l’accento tonico dell’ultima parola. Ma in un test somministrato alla mia bolla social è risultato comprensibile ai più. Amen. Epperò io non sono riuscito a salire sulla giostra narrativa di Peppino, al secolo Giuseppe Balsamo, palermitano, noto come Cagliostro di cui qui si rinnovella la vita avventurosa e truffalfina …
Ultima nota.
Ad un certo punto leggo «nella libreria c’erano tutti i malpensanti del secolo ateo e libertino–D’Alembert, Diderot, Voltaire, il barone Helvetius, Montesquieu, persino il famigerato Cagliostro». Ora, per essere precisetti Helvétius (con la seconda “é” accentata acuta) non era barone, ma medico e borghese e soprattutto fermier général ossia esattore delle imposte (fosse vissuto qualche decennio in più sarebbe stato ghigliottinato sotto la Rivoluzione francese come Lavoisier che faceva lo stesso mestiere ma che, poveraccio, non era delle stesse idee progressiste di Helvétius, idee che spianarono la strada alla Rivoluzione. Barone era invece d’Holbach che tra i filosofi del ‘700 insieme a Diderot meritava una menzione speciale come il massimo dei malpensanti. Chi ha curiosità troverà Helvétius e tutti i pensatori illuministi radicali, tali non solo perché atei, in quell’ agile e ben scritto volumetto che è The wicked company.Freethinkers and Friendship in pre-Revolutionary Paris, 2011, di Philipp Blom, un divulgatore colto tedesco tutto dalla parte del terribile Barone che ritiene His own philosophy—so fresh, so humane, so liberating—does not even appear in many histories of philosophy).
Questo di Attanasio è un romanzo pensato per coloro che amano le narcosi narrative dei secoli perenti in costume o le scivolate lungo il pendio della storia, quella che per Joyce è un incubo dal quale ci dobbiamo ancora svegliare e che qui è invece, nonostante gli intenti, perlopiù distrazione, trastullo, e in parte vago ammonimento.
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