Letteratura
Storia di un’amicizia, di Ermanno Cavazzoni
Rassegna finalisti Premio Strega 2026
Ermanno Cavazzoni —Storia di un’amicizia— Quodlibet, Macerata 2026
Un romanzo riuscito è una rarità. Personalmente, dalla narrativa non mi attendo il rispetto di regole compositive o formule prestabilite, ma una porzione di realtà attraversata e restituita da uno sguardo artistico. La definizione è di Zola, ma continua a sembrarmi la migliore.
Da questo punto di vista Storia di un’amicizia è un libro particolare: un romanzo senza finzione, che assomiglia piuttosto a un memoir, che ai giorni nostri sembra essere diventata la forma idealtipica del narrare. Da una parte c’è Ermanno Cavazzoni che ricorda, dall’altra Gianni Celati che viene ricordato. Il vero protagonista, infatti, è proprio Celati, amico, compagno di avventure e interlocutore privilegiato per decenni.
Io stesso conosco poco la sua opera. Nella libreria domestica possiedo soltanto Finzioni occidentali, una raccolta di saggi accademici, che ho ripreso in mano durante la lettura. Vi è trattato, detto in estrema sintesi, il tema di come il romanzo moderno abbia cercato di imporre la razionalità e la “coscienza civilizzata” per spazzar via le credenze e le finzioni tradizionali, finendo però per creare nuove convenzioni e falsificazioni.
I titoli di Celati che ricorrono più spesso in queste pagine di Cavazzoni sono però La banda dei sospiri e Narratori delle pianure, libri che sembrano costituire il nucleo ideale di questa amicizia letteraria.
I due si conobbero a un convegno ariostesco e da allora condivisero passeggiate, trattorie, discussioni e osservazioni sul mondo. Uno degli episodi più divertenti riguarda in esordio la storica trattoria Angeli di Bologna, trasformata a un certo punto in locale di “alta cucina”. La reazione di Cavazzoni e Celati alla retorica dell’“esperienza gastronomica” è esilarante e diventa, in piccolo, una satira dell’Italia che ha smesso di fare le cose semplici per approdare all’alta sofisticazione come forma di distinzione : non pù cibo ma farsa sociale.
Questo è il tono del libro: affettuoso, ironico, spesso comico. Le passeggiate nel Delta del Po, le discussioni su Ariosto e Boiardo, gli incontri con personaggi eccentrici e visionari costruiscono un mondo in cui il confine tra realtà e invenzione sembra continuamente dissolversi. C’è chi sostiene che le stelle cadenti siano elettrodomestici provenienti dal futuro e chi propone improbabili teorie cosmologiche con assoluta convinzione. È il territorio ideale di Cavazzoni e Celati: una provincia dove la fantasia non è evasione dalla realtà, ma una sua componente costitutiva fondamentale.
Uno dei temi più interessanti del libro è proprio la continuità che Cavazzoni individua tra il paesaggio emiliano, l’immaginazione cavalleresca di Ariosto e Boiardo e la poetica sviluppata da lui e da Celati. Il mondo reale appare spesso più fantastico di qualsiasi invenzione letteraria, perché la realtà non si preoccupa di essere verosimile in quanto è vera, e perciò talora esonda e strafà.
Accanto a questa dimensione favolistica emerge anche il ritratto di una generazione intellettuale. Tornano le letture formative, il marxismo vissuto come fede civile e il successivo disincanto. Alcune pagine dedicate al tramonto delle grandi ideologie sono tra le più riuscite del volume, perché riescono a raccontare un passaggio storico senza nostalgia né risentimento. Però i furti dei libri alla libreria Rinascita che aiutarono degli squattrinati a farsi una cultura, non sono comunque un bel vedere: non è bello apprendere che un commesso infedele della libreria rifornisse i lettori squattrinati, e ciò a danno dell’impresa culturale del partito per il quale presumibilmente votavano o avevano simpatie politiche.
Non mancano gli aneddoti memorabili: le vetrine animate da modelle in carne e ossa, il celebre Bombardiere, benefattore erotico delle donne più sfortunate, fino all’incontro con Fellini durante la lavorazione di La voce della luna tratto da un testo di Cavazzoni, che dimostra la consonanza dell’artista riminese con questa atmosfera ad un tempo onirica e stramba. Ogni episodio sembra confermare la convinzione che il mondo possieda molta più fantasia di quanta ne possiedano gli scrittori o gli artisti.
La struttura del libro, però, è anche il suo limite principale. Cavazzoni segue il movimento della memoria, non quello del racconto, delle sue ragioni strutturali e formali, non ultima a mio parere, che manca, la messa in tensione del materiale narrativo, qui steso invece su un nastro trasportatore. I ricordi si accumulano senza una vera architettura narrativa e il linguaggio riproduce spesso il parlato, con tutte le sue ripetizioni e divagazioni. Il racconto di Cavazzoni è sbobinato seguendo le modalità delle ondate della memoria e talora con il linguaggio scucito del parlato come di seguito: «Però poi era già fine estate, era venuto cattivo tempo, abbiamo posticipato, poi posticipato ancora e non siamo più partiti, però a me m’è rimasto qui, come una cosa non fatta, ogni tanto ci penso.» Che francamente non sembra il massimo in fatto di stile che ci si possa attendere da una scrittura. La sensazione è quella di assistere a una lunga conversazione tra amici più che alla costruzione di un’opera narrativa compiuta.
A tratti il procedimento funziona benissimo. Altrove, invece, la lettura perde mordente. Storie, personaggi e digressioni si susseguono senza gerarchie evidenti: i ricordi di famiglia, Antonio Delfini, il cambiamento climatico, perfino le crociate, l’aldilà, Dante… Tutto entra nel flusso della memoria e tutto ne esce centrifugato con la stessa importanza. Circola un’aria frizzante e allegra in questa prosa di memoria, con qualche flessione alla mestizia quando si realizza la caducità del vivere. E poi, sarà un caso, ma alcuni degli amici radunati dal duo Celati e Cavazzoni e cioè Mario Valentini, Ugo Cornia, Daniele Benati e il suo eteronimo Learco Pignagnoli su cui Cavazzoni inscena una lunga e non sempre frizzante digressione sulla sua identità e opera, sono tutti editi da Quodlibet, l’editore del libro che abbiamo tra le mani: già che ci siamo, a un un po’ di autopromozione occulta non si rinuncia.
È una narrativa erratica, rapsodica, guidata più dall’associazione mentale che da un progetto compositivo, un nucleo centrale forte. Ci sono pagine riuscite e pagine che assomigliano a quei discorsi da tavolata estiva o da scompartimento ferroviario che una volta, prima dell’avvento degli smartphone, potevano durare ore. Il lettore procede così tra lampi di lucidità, episodi esilaranti e inevitabili momenti di stanchezza.
Alla fine, però, ciò che resta è il ritratto di un’amicizia fuori dal comune. Più che raccontare Celati, Cavazzoni cerca di trattenerne la voce, il modo di guardare il mondo e la sua capacità di sottrarsi a ogni forma di irrigidimento intellettuale.
Storia di un’amicizia è dunque un libro generoso, a tratti divertente e talaltra ridondante. Procede per accumulo, come una lunga conversazione davanti a un bicchiere di lambrusco: ricco di trovate, di umorismo e di affetto, ma anche incline alla dispersione. Nonostante la dichiarazione di intenti: «Ho solo raccontato la sua costante fuga, da tutto quello che si impaluda e lo inchioda a una parte, a una recita, a una maniera», si fa una certa fatica a portare a termine la lettura e non solo per le continue divagazioni narrative ed extranarrative di Cavazzoni. Il lettore continua perciò a frantumare pagine su pagine in vista ansiosa dell’epilogo, tra pochi applausi e qualche sbadiglio.
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