Letteratura

Platone. Una storia d’amore, di Matteo Nucci

Rassegna Premio Strega 2026

15 Maggio 2026

Matteo Nucci —Platone. Una storia d’amore — Feltrinelli  2025

È un dato di fatto inoppugnabile che chi scrive di Platone in forma narrativa invocando implicitamente come titolo privilegiato di essere uno specialista di Platone non deve dimostrare di sapere di Platone, ma di narrativa. Deve sapere narrare,  non spiegare Platone: per quest’ultimo c’è già il saggio  Platone di Giovanni Reale nella nostra libreria domestica.
Per altro verso, una volta scelta la forma narrativa un diverso giudizio si attiva.  Se nella saggistica che si sostanzia della forma logico-discorsiva si attiverà il giudizio vero o falso; nella forma narrativa di contro sarà il giudizio bello o brutto di lode o di sanzione a essere preminente. E  questo, lo dico in anticipo, non mi è parso un bel libro ahimè.

Nel dettaglio, e a termini di deliberato  parallelo, la monografia classica di Giovanni Reale (Platone. Alla ricerca della sapienza segreta, Rizzoli 2013) ci ha detto che la filosofia di Platone si colloca in quel momento speciale della nostra civiltà in cui la cultura orale vacilla in seguito all’irrompere della diffusione della scrittura (nasce proprio in quegli anni la figura del lettore solitario) e che al declinare di quella oralità poetico-mimetica (quella degli aedi alla Omero per intenderci) Platone oppone, con quegli splendidi dialoghi delle sue opere, l’oralità dialettica (che tuttavia è fedelmente riportata in scritti che sono arrivati fino a noi: di Platone ci è pervenuta grazie proprio alla scrittura quasi l’opera omnia).

Ora, quello che abbiamo tra le mani è proprio un romanzo, o forse una prosa narrativa, sicuramente  non un saggio. Un romanzo a base documentale: ci sono in fondo al libro fitte note che rimandano ai documenti diretti (le opere di Platone) o a quelli indiretti (l’immensa bibliografia su Platone) che costituiscono il graticcio su cui l’autore ha imbastito le singole scene del “romanzo”. Il libro è ancorato dunque a un «ma anche» di fondo:  non saggio «ma anche» romanzo,  sì romanzo «ma anche» un saggio iperdocumentato, ma alla fine ahimè non è né l’uno né l’altro.

La voce narrante iniziale che dice “io” è un sedicenne, un  testimone interno. È una voce intradiegetica dice la  narratologia, sta dentro la narrazione, la quale viene portata dunque all’interno del perimetro del suo sguardo interno. Il “romanzo” inizia con questo giovane che assiste al Pireo alla partenza di Alcibiade e Nicia per la Sicilia contro Siracusa. Qui tra la folla fa la conoscenza di tre giovani quasi suoi coetanei: Adimanto, Glaucone e Aristocle. Occhio a quest’ultimo, chi ha ricordi liceali non può sbagliarsi,  è lui, Aristocle dalle spalle larghe, detto perciò Platone. Ma aspettiamo il momento in cui il nostro narratore ce lo rivelerà. Per adesso indugia con la tecnica del ritardo—in francese si dice noyer le poisson—nella rievocazione storica del suo peplum filosofico, “annega” il pesce  nel colore locale, su mangiate di pesce per esempio (spolpa una testa di scorfano) ma la notiziola del  famoso  soprannome ormai è in canna e viene sparata poco dopo, e già ci siamo scolate le prime trenta pagine. Ne restano, al dio Dioniso piacendo, altre 778 nel formato kindle (570 a stampa) e già sentiamo irresistibilmente il rilascio delle pareti  della uàllera.

A partire  dal primo capitolo ufficiale di questa biografia romanzata di Platone “Il cigno di Apollo” che  segna la nascita del filosofo nel 428 — se le pagine  fin qui lette ne sono l’avantesto o l’analessi  detto in greco visto che siamo in ambiente greco—, la voce narrante intradiegetica (quella di un testimone  interno alla storia che riporta solo ciò che  cade sotto il suo sguardo ricognitivo) sparisce, esce dal racconto, e subentra la voce narrante classica, extradiegetica, cioè che sta fuori dalla narrazione ma che  è  informata di tutto e  narra storie di altri (eterodiegetica): di Platone in questo caso, di cui questa entità  elocutrice sa ogni cosa tanto vero che la si scorge già battagliare tignosamente con le fonti: è insomma il classico narratore onnisciente dei romanzi, il deus absconditus che tutto vede e tutto sa e tutto  narra. (Manzoni nei Promessi sposi per intenderci subito). Ma è solo un momento: più avanti questa voce riprende le fattezze, sotto il termine di Straniero (che appare solo a pagina 116 dell’ebook), ossia del testimone interno che interloquisce direttamente  con Aristocle/Platone. Mi soffermo su questi aspetti tecnici  per capire con la migliorie disposizione di spirito la strategia testuale del racconto e catturare le intenzioni dell’autore, per meglio comprendere il senso della sua  operazione letteraria. Che è quello che è ahimè: un peplum filosofico, uno di quei film mitologici che si giravano nei Sessanta. Direbbe Gozzano «Rinasco, rinasco nel 428 (a.C)» anno di nascita del protagonista, anzi il 415 il momento in cui il nostro  è adolescente ed appare la prima volta in scena al Pireo. Scivolare liricamente lungo il pendio della storia.

Si fa fatica a comprendere un’operazione come questa intorno al filosofo più grande dell’umanità di questa nostra parte di mondo al di là della rievocazione sensuosa di un mondo antico che sta alle fonti della nostra civiltà, mondo rievocato con erudizione fredda, millimetricamente, e nei modi romanzeschi tutti affidati a verbi di movimento e ad aggettivi suggestivi. Quelli che si muovono sulla pagina in un romanzesco tutto convenzionale non sono personaggi vivi, ma mere ombre, e morti due volte: nella realtà e sulla pagina. Una prosa gonfiata, ottundente, vagamente pompier «assieme alla folla improvvisamente stordita, attonita, muta» si legge con efflorescenza di aggettivi. E altri passi che vorrebbero assecondare momenti narrativi di un solido chic, e che invece approdano a tristanzuoli referti di scrittura: «Il mare, adesso che eravamo lì a due passi, sembrava salmastro, ristagnante nel caldo che era feroce come fuoco», oppure «si sentiva un leggero vociare e il fumo della brace saliva in cielo attorcigliandosi grigiastro», «mentre le acque si facevano spumose come vino» (sta parlando delle onde marine), «guardando il mare che schiantava gli occhi in una deflagrazione di luce»… che tu lettore  ti chiedi a che serve tanta  profusa dottrina se poi si scrive in un italiano narrativo così ordinario, basico,  così anodino e convenzionale e diciamo anche piatto, oppure di contro quando  vuole essere espressivo vien fuori sforzato, enfiato, bombastico?

Soffocati dai dettagli informativi d’ambiente vediamo gli alberi ma non la foresta, l’insieme dell’operazione ricognitiva dotta, piena di notiziole amene ma non il suo significato, l’intenzione di fondo, l’idea madre. La vita e le opere di Platone? va bene; la sua presenza filosofica?, oppure quella storia d’amore messa nel titolo come specchietto per le allodole?, e va bene, eppure quanti dettagli insignificanti offerti solo dall’ansia della completezza erudita che l’autore  antepone al principio della selezione epica, ovvero la scelta e la messa a fuoco di quegli elementi dirimenti davvero eloquenti, necessari a comprendere d’emblée un autore, una filosofia, un mondo morale, un’epoca. Potrebbe essere questo passo:  «una riflessione filosofica capace di eternità e al tempo stesso a tal punto potente da offrire risposte pratiche e indicare un cammino politico». Ma è un’idea seppur vaga quanto suggestiva, intravista nel testo, che forse avrebbe richiesto di essere martellata con convinzione. Ma è lasciata lì.

Un dettaglio eloquente
Il racconto dell’Aristocle/Platone treenne è di un aneddotico stordente che ti lascia a boccaperta pensando che uno studioso di Platone così dotto e certamente documentato  abbia tuttavia immaginato il filosofo infante spinto dal padre in una gara di bevute di bicchierini di vino (seppur allungati con l’acqua) e lo inciti a vincere (in nota in fondo volume si legge «ho chiamato “giorno dei bicchieri”, il “giorno dei choes”, il più importante delle Antesterie, Aristoph. Ach. 1000 – 1002» ma non è rivelata la fonte di questo specifico fatterello.) D’altronde  fin da quando era in fasce Aristocle era stato «abituato a bere latte da un biberon» (letterale)  dove il padre «spillava del vino rosso per rendere il bimbo forte e dal sangue puro.» Ma veramente si può scrivere  una cosa del genere e partecipare al premio letterario Strega? Ma certo: trattandosi  di un liquore… si è dopotutto splendidamente in tema…

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