Letteratura
L’IA può già vincere lo Strega
E forse lo ha già fatto.
Da quando il modo di produzione capitalistico ha legato l’innovazione tecnologica alla competitività, la Tecnica è un automa che muove da sé e che non riusciamo più a controllare. Che essa sia sottoposta alla pianificazione di ristrette oligarchie pubbliche (nei Paesi eredi del comunismo) o che sia sottoposta al “libero mercato” (cioè alla pianificazione di ristrette oligarchie private), la sua natura è tale da sfuggire al controllo dei suoi controllori.
Per quanto, ovviamente, sia preferibile un ordinamento politico in grado di esercitare un controllo sul grande capitale – e dunque sulla Tecnica – essa prima o poi costringe a un escalation indomabile per non restare indietro nella competizione (tra privati o tra Stati). Viviamo in questa incertezza ormai da qualche secolo. Così l’IA è calata su di noi come un’incombenza metafisica, qualcosa che bisogna accettare perché ormai c’è, punto e basta. Le conseguenze sociali della sua esistenza sono enormi, ma qui vorrei concentrarmi sulle ricadute che registriamo nel mondo della letteratura.
Quasi in sordina, dal martedì al mercoledì, come un frutto cade dall’albero senza fare troppo rumore, con la disponibilità di massa dell’IA generativa qualcosa di profondo è mutato nel rapporto tra essere umano e scrittura. Forse non accadeva qualcosa di così dirompente da quando Gilgamesh oppose alla morte la parola scritta. Ciò che maggiormente è stato intaccato è il principio dell’autorialità, quella struttura sociale che si è solidificata in epoche posteriori a quella di Gilgamesh, probabilmente a partire da 3.000 anni fa, e che ha visto la sua definitiva vittoria sull’oralità a partire dall’epoca di Gutenberg.
Dall’invenzione dei caratteri a stampa al 2023 (anno della prima diffusione massiva delle IA), ciascuno scrittore ha potuto presentare le sue opere come parto del proprio ingegno, in un contesto pubblico in cui il plagio poteva essere empiricamente dimostrato. Ancor prima della stampa, quando le interpolazioni dei copisti potevano manomettere l’autorialità di un testo, gli umanisti italiani fondarono la filologia moderna, la ricostruzione genetica dell’originalità di un’opera.
Ma dal 2023, nessuno scrittore potrà più dimostrare la paternità della propria creazione (tralascio qui le ovvietà sul fatto che nessuno è mai stato vero “creatore” di alcunché). Dal 2023 la definizione di autorialità è mutata per sempre: l’autore non è più Demiurgo, ma Intelletto Regolatore. Egli non è più responsabile di ciò che scrive (non può dimostrare di averlo scritto), ma solo di ciò che propone, che lo abbia o non abbia scritto, che abbia compilato o meno materiali ibridi, in parte personali, in parte generati da IA.
Anche se non avrà scritto una sola parola con l’IA, i suoi lettori recepiranno un testo di cui ignorano il creatore, ma di cui conoscono il regista. Questo articolo, ad esempio, è interamente umano e l’umano in questione sono io, l’autore dell’articolo, ma non ho modo di dimostrarlo. I miei lettori non potranno mai sapere chi ha scritto queste parole, possono solo sapere che io ne prendo pubblicamente la responsabilità, qualunque “cosa” le abbia scritte.
Questa è una ferita narcisistica profonda per l’autore (e in generale per l’intellettuale, l’accademico, il giornalista ecc). L’importanza di questo evento è tale da potersi accostare alle tre grandi umiliazioni intorno alla quali gravita la modernità: l’aver scoperto di non essere più al centro dell’universo, l’aver scoperto di non essere più al centro della natura, l’aver scoperto di non essere più al centro della propria ragione e della propria psiche.
La modernità aveva reagito a queste ferite ripiegando nella “mania” dell’ispirazione creatrice, personalissima e profonda, viatico per l’assoluto, materia tellurica dell’Artista, che per i romantici diventerà il Genio, e per Leopardi “l’ultimo rifugio” della letteratura (”Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”). Il timore è che con l’IA generativa l’essere umano non sia più al centro nemmeno della propria creatività. Persino l’ultimo rifugio sarebbe perduto.
I tentativi di riparazione di questo cataclisma sembrano votati alla sconfitta. Le IA possono essere obbligate per legge (e in parte già lo sono) a inserire dei watermark o delle filigrane per certificare l’artificialità di un testo, ma aggirare questi sistemi con programmi pirata non è difficilissimo (torniamo al punto iniziale: non la controlli neanche se la controlli). Inoltre, i detector IA non riescono a restituire risultati affidabili al 100%, e questo è drammatico soprattutto nelle istituzioni scolastiche e universitarie. Insomma, non sembra esserci modo per tornare all’attribuzione personale di un’opera di ingegno, se non come responsabilità legale della sua pubblicazione, non più come merito sociale della sua “creazione”. La vecchia concezione dell’autorialità è ormai finita.
Ricordo inoltre che l’intelligenza, la creatività, l’ingegno, hanno sempre ricoperto un ruolo primario nella storia evolutiva della nostra specie: sono stati gli artigli di una scimmia nuda. Non parliamo dunque solo di una “vanità” autoriale che viene colpita, ma di una struttura valoriale profonda, a fondamento del nostro essere nel mondo. Albert Einstein, icona del genio, dovette sudare su centinaia di fogli sparsi sul suo pavimento, per dotare le sue intuizioni assurde di un’impalcatura matematica coerente. Le IA auto-migliorative potranno combinare milioni di dati e calcoli per partorire teorie impensate e innovative ad alta complessità. L’odierna cosmologia è in buona parte una modellizzazione matematica. Significa che l’IA potrebbe “scoprire” qualcosa che noi nemmeno comprendiamo. I fisici del futuro non avranno più il compito di comprendere l’universo, ma di comprendere cosa l’IA ci sta dicendo sull’universo.
Non finisce un’epoca, ma un’era: non saremo più noi le entità più intelligenti sul pianeta.
Non dico che la nostra intelligenza non sarà più necessaria. Dico che non sarà più la nostra esclusiva. E che vedrà inflazionato quel “valore” che le abbiamo sempre attribuito, frutto di fatica, ricerca, coraggio, sfinimento, tempesta e impeto. Strutture mentali che dovremo ricalibrare, ma non sappiamo ancora come farlo e questo ci spaventa. Paradossalmente, sarà proprio qui che il genio artistico avrà la sua rivincita, e con lui la letteratura, e con la letteratura la poesia, la meno automatizzabile delle cose umane.
Le IA, per definizione, tendono a generare testi “medi” e statisticamente conformi. Ora, la quasi totalità dell’offerta editoriale italiana, quasi tutti i premi Strega degli ultimi 30 anni, l’ottusa calca contemporanea che intasa le librerie e i festival perbene, è composta perlopiù da testi medi e statisticamente conformi. Significa che l’IA è ormai in grado di sostituire i suddetti operatori culturali. Negli ultimi decenni scrittori, lettori, editori e giornalisti si sono omologati sempre di più al linguaggio piatto e standardizzato della macchina. È dunque giusto che le macchine, che a far le macchine son più capaci, li sostituiscano.
Rimangono, oggi come ieri, gli insostituibili.
Le IA potranno forse generare teorie matematiche extra-ordinarie in autonomia, ma non potranno generare testi letterari extra-ordinari, se non su input di persone già extra-ordinarie. Cattivi scrittori possono diventare scrittori decenti con l’aiuto dell’IA e intasare il mercato (possono diventare “medi”, cioè vendibili, pubblicabili, anche godibili), ma nessuno scrittore medio può usare l’IA per diventare la Yourcenar. Devi già essere Yourcenar per ottenere dall’IA risultati extra-ordinari, ed eventualmente espandere le possibilità del tuo genio.
È sbagliato credere che l’IA non potrà mai scrivere come Marguerite Yourcenar. Potrà farlo, ma solo se istruita, guidata, manipolata dalla Yourcenar in persona. Altrimenti si limiterà a “imitare” la Yourcenar, e imitare i grandi è precisamente ciò che fanno i piccoli scrittori.
Questo significa che l’IA non ha affatto ucciso la Letteratura, ma “solo” quella specifica concezione di autorialità che abbiamo avuto per molti secoli. Nessuno potrà sapere se la nuova Yourcenar sarà l’autrice integrale di ogni suo testo, ma i testi della nuova Yourcenar continueranno a distinguersi dalla massa degli scrittori medi – e in questo iato, di nuovo, ritorna la dignità esclusiva dell’artista Yourcenar. Quel dislivello, quel fossato che separa i pochi scrittori dai tanti scriventi, non è opera di una macchina ma di un mistero che origina dalla vita, e nessuna macchina potrà mai riempirlo.
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