Musica

Dolly Parton, oltre le paillettes: autrice, imprenditrice, filantropa

Si è spenta il 25 agosto 2026 a Nashville, a 80 anni. Lascia oltre 3.000 canzoni, milioni di libri donati ai bambini e un articolato sistema di attività nel turismo, nell’intrattenimento e nel licensing.

29 Agosto 2026

Dolly Rebecca Parton Dean è morta al Vanderbilt-Ingram Cancer Center dopo una breve malattia oncologica. L’annuncio l’ha dato in video il nipote Bryan Seaver, che per vent’anni è stato capo della sua sicurezza: «È un onore misto ad assoluto orgoglio e grande tristezza. Ma la tristezza è nostra, non di Dolly».  Lascia oltre 3.000 canzoni, milioni di libri donati ai bambini e un articolato sistema di attività nel turismo, nell’intrattenimento e nel licensing. A suggellarne la grandezza, uno straordinario omaggio: il pomeriggio del 25 agosto, davanti a Buckingham Palace, la banda delle Coldstream Guards ha suonato «9 to 5» durante il Cambio della Guardia. Quel brano, celebre in tutto il mondo come l’inno delle impiegate nato nel 1980 — simbolo di riscatto e ironia contro la fatica del lavoro d’ufficio —, è stato eseguito solennemente con gli ottoni della Corona britannica. Probabilmente nessuno l’avrebbe trovato più divertente di lei.

Le origini povere, la filantropia e la vita semplice lontana dai riflettori

Quarta di dodici figli, nata in una baracca di legno con una sola stanza sulle montagne del Tennessee, Dolly Parton cominciò prestissimo: da bambina cantava in chiesa e alla radio locale; a tredici anni debuttò al Grand Ole Opry, presentata da Johnny Cash. Il padre lavorava la terra e non sapeva leggere; la madre cuciva vestiti con ritagli di stoffa colorata, e da uno di quei cappotti sarebbe nata anni dopo «Coat of Many Colors», scritta sul retro di una ricevuta di lavanderia.

Partì per Nashville il giorno dopo il diploma, nel 1964. Lì, a diciotto anni, incontrò Carl Dean: un lungo matrimonio lontano dai riflettori, di cui Dolly ha sempre ricordato con tenerezza gli anni felici passati in camper attraverso gli Stati Uniti. Quando lui morì, nel 2025, lei scrisse una riga sola: «Le parole non possono rendere giustizia all’amore che abbiamo condiviso per oltre sessant’anni». E raccontò anche che «Jolene» era nata dalla gelosia per una giovane donna dai capelli rossi che mostrava troppa attenzione a Carl.

Figli non ne ha avuti, e ne parlava senza malinconia. «Dio non mi ha permesso di avere figli perché i figli di tutti potessero essere miei», disse a Oprah Winfrey nel 2020. Dal 1995 l’Imagination Library — il programma di beneficenza gestito dalla “Dollywood Foundation” — spedisce un libro al mese a ogni bambino iscritto, dalla nascita fino ai cinque anni. Attualmente attivo in cinque Paesi, il progetto distribuisce oltre due milioni di volumi ogni trenta giorni. Un tributo a suo padre, che non aveva mai potuto leggerne uno.

Una visione imprenditoriale chiara e potente

Sotto l’iconica parrucca cotonata si nascondeva una delle menti imprenditoriali più lucide dello show business. Nel 1967, a ventuno anni, fondò con gli zii Bill e Louis Owens la casa di edizioni musicali Owepar: da allora il catalogo è rimasto in famiglia. Al quotidiano statunitense “The Tennessean”, nel 1982, dichiarò: «Ho un grande sogno, un impero da costruire a Nashville. Quello che voglio davvero fare è ciò che ho sempre fatto: essere padrona di me stessa».

Già nel 1974, quando Elvis Presley volle registrare «I Will Always Love You», il colonnello Tom Parker, manager del cantante, ne pretese metà dei diritti editoriali. Dolly pianse tutta la notte, ma disse no. Diciotto anni dopo, Whitney Houston rese celebre il pezzo con il film «The Bodyguard» e i diritti erano ancora tutti suoi. Guadagnò, raccontò lei stessa, «abbastanza per comprare Graceland», la leggendaria tenuta di Memphis in cui viveva proprio Elvis. Quel denaro lo investì in un quartiere afroamericano di Nashville, perché le sembrava il modo più giusto per onorare l’eredità della Houston.

Nel 1986 trasformò il vecchio parco Silver Dollar City in Dollywood, il celebre parco a tema sviluppato con Herschend Family Entertainment. Disse di averlo costruito perché, da bambina, non poteva permettersi Disneyland. Oggi Dollywood richiama milioni di visitatori e, attraverso il programma “GROW U”, offre ai dipendenti percorsi di formazione e università gratuiti nei corsi convenzionati.

Dietro i lustrini: l’arma dell’ironia e il coraggio di sfidare i tabù dell’America puritana degli anni ’70 

Nel dicembre del 1977, durante un’intervista sulla ABC, Barbara Walters commentò i suoi abiti di scena con scarsa diplomazia — «Ti piacciono davvero? A me sembrano un orrore» — fino ad arrivare alla domanda rimasta negli annali: «Ti senti mai una barzelletta?». Lei sorrise: «The joke’s on the public. So bene che la gente mi prende in giro. Per tutti questi anni hanno creduto di ridere alle mie spalle, ma in realtà il vero bersaglio dello scherzo sono sempre stati loro. Sono pienamente consapevole dell’immagine che offro e, se volessi, potrei cambiarla in qualsiasi momento».

Un’ironia affilata, la stessa con cui amava ribadire: «Non mi offendo se mi danno della bionda stupida, perché so di non esserlo. E so anche di non essere bionda». Dietro quella facciata apparentemente leggera, però, si nascondeva un’autrice coraggiosa. Lo dimostrò sfidando il suo stesso mentore, Porter Wagoner, quando decise di pubblicare «Down from Dover», una ballata potente sulla solitudine di una madre non sposata e sulla perdita del figlio durante il parto. Un brano talmente crudo che le radio di settore la boicottarono.

«Se vuoi l’arcobaleno, devi sopportare la pioggia»

Nella sua autobiografia del 1994, «Dolly: My Life and Other Unfinished Business», raccontava il suo approccio positivo e tenace alla vita: «Se vuoi l’arcobaleno, devi sopportare la pioggia».

Più di tremila canzoni, oltre cento milioni di dischi, dieci Grammy e la Rock and Roll Hall of Fame. Impossibile dimenticare i centoquarantamila di Glastonbury che cantavano «Jolene» sotto la pioggia, o la pecora clonata battezzata con il suo nome, che Dolly raccontava ridendo. Da Beyoncé, che l’ha chiamata «la stella polare», a Paul McCartney e Taylor Swift, in tanti ne hanno celebrato il mito. Senza dimenticare la sua amata figlioccia, Miley Cyrus: legate da un affetto profondissimo, è lei la popstar che, agli occhi del pubblico e della stessa Dolly, sembra averne ereditato tutto l’immenso spirito.

In sessant’anni di carriera non ha mai lasciato trasparire un momento di stanchezza o di scortesia. Il suo rifugio felice sono sempre state le amate Smoky Mountains, nel Tennessee, dove, appena ne ha avuto la possibilità, ha ricomprato la fattoria della sua infanzia. Persino a ottant’anni, a pochi giorni dalla scomparsa, dall’ospedale faceva sapere di essere ancora al lavoro, ribadendo con la sua solita inesauribile grinta: «Ho ancora così tanti progetti che voglio realizzare».

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