Storia
La “civiltà giudaico-cristiana”, un’invenzione che forza il passato e nega il futuro
Si scrivono molti libri. Se ne leggono pochi. Quando, però, accade che un autore alleggerisca la testa, liberi spazio, allora un libro lo consigli. Così funziona il piccolo dirompente volume di Sophie Bessis, pubblicato in italiano col titolo La civiltà giudaico-cristiana è un’impostura? (Giulio Einaudi Editore, 2026). In francese il punto interrogativo non c’è. Il piacere, tuttavia, sta nel modo non assertivo di procedere, decostruendo certezze che occupano le menti e forse al lettore già vanno strette. Interrogare è qui sinonimo di liberare, perché i luoghi comuni – d’improvviso – appaiono costretti, artificiali, recenti. Irrompe la complessità, non come un problema. Al contrario, come possibilità.
«Per decenni, il concetto di civiltà giudaico-cristiana ha dominato il discorso politico e mediatico dell’Occidente», ma a Bessis basta l’esercizio onesto della memoria per incrinare questo mainstream che ci spinge bellicosamente alla periferia del futuro. «Dalle elementari al liceo, vale a dire per me tra il 1955 e il 1967, tutti i professori di storia mi avevano insegnato, in perfetto accordo, che la civiltà europea era greco-latina. Greca era la matrice, mentre latina ne era stata l’evoluzione e la diffusione fino ai confini dell’Impero romano. Discorso chiuso». L’attenzione si sposta all’inizio degli anni Ottanta, quando l’accostamento «giudaico-cristiano» diventa di uso comune, fino a imporsi come una sorta di auto-evidenza.
La cattiva coscienza di un’Europa cristiana in cui l’ebraico fu isolato e annientato non basta a spiegare tutto, ma aiuta. Non basta, perché Bessis osserva il ripudio nell’ebraismo stesso della sua matrice orientale, rimozione che costò il disprezzo e l’emarginazione delle sue comunità non occidentalizzate e la tragica impossibilità di avvertire ciò che del mondo arabo è tanto prossimo. Aiuta, perché spiega il perdurare, sotto nuova veste, del restringimento del “civile” al conosciuto, al dominato, all’europeo di prima classe. Sbiadiscono, del mondo greco e latino, l’inclusività nel segno della ragione e del diritto. Scompaiono i fecondi intrecci fra Islam ed Europa, dove tensioni e conflitti non impedirono – e persino favorirono – il reciproco arricchimento. Illeggibile si rende non solo la storia religiosa, ma un dinamismo della civiltà ancora in corso, ancora possibile.
Il senso di alleggerimento, di apertura d’uno spazio, in effetti, viene da ciò che il libro dischiude. L’invenzione di un’identità giudaico-cristiana, infatti, è da Bessis contestata per allargare il futuro a opportunità altrimenti negate. È un semplice cambio di postura, la potenza di una più ricca narrazione, a rendere più fattibili quei passi di avvicinamento che ci siamo preclusi. Abbiamo più vicini di quanti ne accettiamo, più storia di quella che raccontiamo, più radici di quelle che esaltiamo, più futuro di quanto immaginiamo.
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