Letteratura

L’amicizia tra due scrittrici

Gli ultimi giorni di vita di Ingeborg Bachmann raccontata dall’amica Fleur Jaeggy

30 Maggio 2026

Gli ultimi giorni di Ingeborg - Fleur Jaeggy - copertina

Chi ami la scrittura di Ingeborg Bachmann, non dovrebbe lasciarsi scappare questo breve ed elegante racconto di Fleur Jaeggy appena pubblicato da Adelphi, Gli ultimi giorni di Ingeborg. In copertina, una fotografia scattata dal marito di Jaeggy e fondatore della casa editrice milanese, Roberto Calasso, che ritrae le due amiche a Vienna nel 1970. Bachmann, nata a Klagenfurt nel 1926 e morta a Roma in circostanze drammatiche nel 1973, era stata poeta, saggista, drammaturga, narratrice (famosi i racconti Il trentesimo anno, Tre sentieri per il lago e il romanzo Malina): rimane tuttora uno dei nomi più rilevanti della letteratura tedesca del XX secolo. Jaeggy (Zurigo 1940), autrice raffinata di romanzi di successo (I beati anni del castigo, premio Bagutta nel 1990), saggista e traduttrice, negli anni ’60 era divenuta intima amica della scrittrice austriaca a Roma, dove avevano frequentato importanti personalità della cultura europea.

Il racconto si apre con la descrizione di un mese trascorso dalle due donne a Forte dei Marmi nell’agosto del 1971, in una vasta casa con giardino affittata per l’occasione, con il proponimento di dedicare a se stesse e alla propria amicizia un periodo di tempo privo di impegni e appuntamenti culturali. “Ingeborg aveva appena detto: Via da Roma, non pensare a niente, niente lettere, telefonate e dover rispondere”. In realtà, il loro proposito non era stato mantenuto con assoluta fedeltà: oltre alle due testimoni di Geova cui era affidata la cura della casa, il loro sodalizio era stato importunato da alcuni incontri e cene con ospiti importanti, dalla cui compagnia non erano riuscite ad esimersi. Fleur Jaeggy descrive il carattere dell’amica con poche e illuminanti frasi, sottolineandone la riservatezza e silenziosità (“die schwierige Ingeborg”, “Voleva non uscire di casa… era gentile e un poco distratta”, “Mi ha sempre colpito in lei l’ineluttabile delicatezza d’animo”), la squisita eleganza (“Cambiava spesso i suoi vestiti, era molto curata. La sera si metteva degli abiti lunghi e … quando scendeva lo scalone sembrava una regina”), la scattante fisicità (“Ingeborg nuotava benissimo… Ha un’aria così giovane, una misteriosità naturale… Le sue bellissime gambe”). Il mese trascorso al mare era scandito secondo orari e abitudini condivise: “Poco al mare. Poco al sole… Chi voleva faceva colazione, un sedano e qualcos’altro. Sul lungo tavolo per dodici persone. Alle ore quattordici, sempre uguale. Il pomeriggio ognuno andava nella propria stanza e ci si trovava per l’ora del tè. La sera si cena in casa. E poi chiacchiere notturne. A Ingeborg credo non dispiacesse quella monotonia familiare”. I progetti di Jaeggy su un futuro da trascorrere insieme in vecchiaia venivano accolti da Bachmann con disincantata malinconia e perplessa incredulità, quasi presentisse la sua imminente fine. Che avvenne infatti due anni dopo. Dopo l’intenerita e appassionata introduzione, il racconto di Fleur Jaeggy registra infatti un’improvvisa e tragica svolta: “Una mattina, lunedì primo ottobre, una telefonata da Zurigo. «Die Ingeborg hat sich verbrannt». Ingeborg si è ustionata”. Qui la narrazione si fa concitata, a tratti rabbiosa. Fleur si precipita in aereo da Milano a Roma all’ospedale del centro ustionati Sant’Eugenio, per due settimane rimane vicina all’amica ricoverata in una stanza asettica, le parla attraverso il citofono, incoraggiandola a resistere, piange e chiama disperata il marito Roberto Calasso e altri amici chiedendo solidarietà e trasfusioni, ottiene consulti privati di specialisti. Riesce per qualche minuto a vedere Ingeborg, che la riconosce e le manda un bacio, ma poi inizia a delirare, tremando convulsamente. I tentativi di ricostruire l’incidente accaduto nell’appartamento di Via Giulia si scontra con un muro di omertà e imbarazzati silenzi da parte di alcune vicine di casa e parenti della Bachmann, tra varie insinuazioni dei medici, e censure riguardo alle cure inadeguate dell’ospedale. A mala pena riesce a sapere che l’amica in dormiveglia aveva incendiato accidentalmente la sua vestaglia di nylon con la brace della propria sigaretta.

La morte arriva alle sei di mattina del 17 ottobre. Gli infermieri caricano la famosa scrittrice austriaca su una barella, nuda.  Prima di andarsene saluta “Flora” con una frase in tedesco, “siamo state bene”. E Fleur le risponde mentalmente: “volevo dirle addio e (chiedevo perdono) mi scusavo di vederla nuda – e guardai solo il suo viso. L’ho amata, e forse è vero, «Wir haben es schön gehabt».

 

 

FLEUR JAEGGY, GLI ULTIMI GIORNI DI INGEBORG – ADELPHI, MILANO 2026, pagine 44.

 

 

 

 

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