Filosofia
Intorno a qualcosa chiamato «Civiltà giudeo-cristiana»
Molti anni fa Yeshayahu Leibowitz, interrogandosi sul profilo della fede nella esperienza ebraica, preso atto della impossibilità di dare una definizione formale di «fede», descriveva il credente come «la persona conscia del fatto che la sua esistenza si svolge alla presenza di Dio». Perciò identificava nella tradizione ebraica due forme di fede: una intesa come mezzo per ricevere la salvezza, in cui Dio è per l’uomo e agisce in base al premio e al castigo; la seconda considera la fede per se stessa come il fine dell’uomo al servizio di Dio, senza altri scopi, essendo il premio della fede la fede stessa. Leibowitz non riteneva impropria la prima, ma preferiva la seconda ossia la fede fine a se stessa.
Questa distinzione è importante se guardata se il tema delle fede si trasforma in progetto.
Il tema è tornato a occupare la discussione pubblica di recente anni fa quando Michel Onfray ha dichiarato che la crisi della cultura occidentale e il profilo di una sua dissoluzione stava esattamente nella crisi di quel principio di civiltà.
“Dopo duemila anni, sostiene Onfray nel suo Decadenza – il giudeo-cristianesimo ha fatto il suo tempo. Come con qualsiasi organismo vivente, arriva l’ora della morte. La nostra civiltà sta volgendo al termine. L’edificio giudaico-cristiano è aggredito come termiti nel quadro di una cattedrale. Arriva il giorno in cui la struttura in legno dell’edificio si sgretola in polvere”.
Anche ammesso che questo sia il profilo Sophie Bessis con il suo libro sul concetto di civiltà giudaico-cristiana propone un viaggio nel paradigma concettuale di questo nostro tempo. Un tema quello della civiltà giudaico-cristiana (da non confondere con il dialogo ebraico-cristiano) che ha come primo obiettivo la teorizzazione della superiorità di un segmento di mondo su tutto il resto.
Quel concetto-chiave è importante per le cose che teorizza. Soprattutto perché uno specchio della filosofia politica di questo nostro tempo. Un profilo, insiste Bessis, che nel mentre propone un Occidente che si proclama bastione avanzato della civiltà giudaico-cristiana di fronte al nemico arabo-musulmano, allo stesso tempo non indaga come quello stesso profilo in atto nei paesi e nelle esperienze nazionaliste arabe, anch’esse in cerca di un fondamento di purezza etnica.
L’osservazione è corretta ed è preziosa, Al netto che non sarebbe guastato un confronto conni temi che molti anni fa proponeva Arnaldo Momiglliano con il suo Saggezza straniera, un testo che aveva al centro l’idea che la purezza non esiste e che ogni cosa, così come ogni idea, è frutto della combinazione, tutti noi siamo figli, non del caso, ma degli incontri.
L’effetto della lettura Bessis per il lettore è quello di uno spunto interessante, ma anche di un’occasione sprecata che alla fine risulta una conseguenza di uno sguardo orientalista in cui, implicitamente, quello che si dichiara uscire dalla porta – lo sguardo di superiorità di un Occidente virtuoso che sceglie di anche di criticare la propria parte di appartenenza, continua a guardare con un occhio di indulgenza all’altra parte. Significativamente testimoniato da uno sguardo che Bessis dedica ai mondi diasporici come se rappresentassero la parte “salva” o “salvata” dal profilo etnicista delle culture di appartenenza.
Così non è perché oggi le comunità all’estero, non si vivono come diaspore, ovvero attraversate da processi di trasformazione che assorbono in parte culture e pezzi delle culture delle realtà geografiche e culturali a cui approdano, ma come esuli, il cui sforzo principale è rappresentato dall’impegno a “non perdere la propria identità” (anche indotte dalle politiche nazionaliste ed etniciste dominanti nelle realtà politiche in cui quei flussi di esuli approdano.
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