Storia
La magistratura e il fascismo: tra compromissione, continuità ed epurazione mancata
La magistratura italiana fu coinvolta, con responsabilità diverse, nel fascismo. La mancata epurazione favorì la continuità di uomini e culture, anche nella nuova Repubblica democratica.
Il rapporto tra magistratura italiana e fascismo costituisce uno dei capitoli più complessi della storia istituzionale del Novecento. Non è possibile descriverlo né attraverso l’immagine di una magistratura completamente asservita al regime, né attraverso quella opposta di un corpo professionale rimasto estraneo alla dittatura. La realtà fu più articolata e comprese adesioni ideologiche, conformismo istituzionale, opportunismi di carriera, collaborazione con il regime e, al tempo stesso, comportamenti individuali differenti e forme di resistenza. Il fascismo, infatti, non abolì la magistratura ordinaria, ma la inserì progressivamente nel proprio sistema di potere, intervenendo sulle sue gerarchie, sulle carriere e sulle condizioni della sua autonomia.
Come hanno evidenziato gli studi di Guido Neppi Modona, la compromissione fu particolarmente significativa ai livelli più elevati dell’organizzazione giudiziaria, nella Corte di cassazione, nelle corti d’appello e negli apparati del Ministero della Giustizia. La continuità formale delle istituzioni dello Stato liberale consentì al regime di utilizzare strutture professionali già esistenti, adattandole alle esigenze dell’ordinamento autoritario. In questo processo, la fedeltà alle gerarchie amministrative e la fedeltà politica al fascismo finirono spesso per sovrapporsi. Non era quindi necessario trasformare ogni magistrato in un militante fascista: il controllo delle carriere e degli apparati poteva favorire comportamenti di adeguamento e di conformismo.
La repressione politica rappresentò uno degli ambiti nei quali questa trasformazione divenne più evidente. Accanto alla magistratura ordinaria operò il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, istituito per colpire gli oppositori politici del regime. La costruzione dell’apparato repressivo coinvolse così non soltanto il potere politico, ma anche magistrati, giuristi e funzionari chiamati a dare applicazione alle nuove norme. Gli studi di Antonella Meniconi e Guido Neppi Modona hanno ricostruito, tra gli altri aspetti, le vicende dei magistrati che operarono nel Tribunale speciale, di quelli coinvolti nell’applicazione della legislazione antiebraica, dei giudici della Repubblica sociale italiana e dei vertici della Corte di cassazione.
Particolarmente significativa fu l’introduzione della legislazione antiebraica a partire dal 1938. Le leggi razziali trasformarono radicalmente il rapporto tra diritto, cittadinanza e appartenenza, privando gli ebrei italiani di una serie di diritti sulla base di criteri razziali. La loro applicazione coinvolse direttamente l’amministrazione pubblica e il mondo giuridico, ponendo una questione fondamentale sulla responsabilità del giurista e del magistrato di fronte a una legislazione apertamente discriminatoria.
In questo contesto si colloca la vicenda di Gaetano Azzariti, particolarmente significativa per comprendere la continuità tra l’apparato fascista e quello repubblicano. Magistrato e alto funzionario del Ministero della Giustizia, Azzariti partecipò alla vita delle istituzioni fasciste e nel 1938 aderì al Manifesto della razza. Nel 1939 fu nominato presidente della Commissione sulla razza, organismo incaricato di esaminare le richieste di coloro che chiedevano di essere riconosciuti come appartenenti alla cosiddetta “razza ariana”. La sua posizione lo collocò quindi all’interno di un apparato amministrativo direttamente coinvolto nell’applicazione della legislazione razziale.
La rilevanza storica della sua esperienza non consiste soltanto nelle funzioni svolte durante il fascismo, ma soprattutto nel percorso successivo. Dopo la caduta del regime, Azzariti riuscì infatti a reinserirsi nelle istituzioni della nuova Italia e proseguì la propria carriera nel settore della giustizia. Nel dopoguerra ricoprì incarichi di rilievo presso il Ministero della Giustizia – fu capo di gabinetto del ministro Palmiro Togliatti – e, nel 1957, fu nominato giudice della Corte costituzionale, diventandone nello stesso anno presidente, carica che mantenne fino alla morte nel 1961.
Questa parabola professionale costituisce uno degli esempi più evidenti del problema della continuità personale tra fascismo e Repubblica. Non significa naturalmente che la Repubblica fosse una prosecuzione del regime fascista: il nuovo ordinamento costituzionale rappresentò una netta rottura politica e giuridica, fondata sui principi democratici, sulla tutela dei diritti fondamentali e sull’indipendenza della magistratura. Tuttavia, la trasformazione dell’ordinamento non comportò automaticamente il completo rinnovamento del personale che aveva amministrato la giustizia durante il ventennio.
È proprio su questo punto che assume rilievo il tema dell’epurazione. Dopo il 25 aprile 1945 furono adottati provvedimenti destinati a rimuovere dagli apparati pubblici coloro che si erano maggiormente compromessi con il fascismo. Nella magistratura, tuttavia, il processo risultò limitato e non produsse una vera cesura con il personale proveniente dal regime. Le esigenze di continuità amministrativa, la necessità di mantenere funzionante l’apparato giudiziario e il mutamento del clima politico contribuirono alla permanenza di numerosi magistrati e funzionari.
Il fenomeno è stato analizzato in particolare nel volume L’epurazione mancata. La magistratura tra fascismo e Repubblica, curato da Antonella Meniconi e Guido Neppi Modona e pubblicato dal Mulino nel 2022. La ricerca prende in esame diverse componenti dell’esperienza giudiziaria durante il fascismo: dai magistrati del Tribunale speciale a quelli coinvolti nell’applicazione delle leggi razziali, dai giudici della Repubblica sociale italiana alla continuità dei vertici della Corte di cassazione.
La vicenda di Azzariti si inserisce quindi in un problema più ampio. La mancata epurazione non riguardò soltanto singole persone, ma rifletté la difficoltà della nuova Repubblica nel conciliare due esigenze contrapposte: da un lato la necessità di rompere con il passato fascista, dall’altro quella di conservare un’amministrazione della giustizia immediatamente funzionante. La scelta di garantire una certa continuità professionale ebbe come conseguenza la permanenza di uomini formatisi e affermatisi durante il regime anche all’interno delle nuove istituzioni democratiche.
La complessità della situazione emerge anche dalla varietà dei comportamenti individuali. Non tutti i magistrati furono fascisti militanti e non tutti parteciparono allo stesso modo alla repressione. Vi furono magistrati che aderirono al regime per convinzione, altri che si adeguarono alle sue esigenze per ragioni professionali, altri ancora che cercarono di mantenere margini di autonomia o, in determinate circostanze, di proteggere persone perseguitate. Anche dopo l’8 settembre 1943, di fronte alla Repubblica sociale italiana, le condotte furono differenti. Per questa ragione, la storia della magistratura nel periodo fascista richiede un’analisi delle singole biografie, delle decisioni giudiziarie e dei contesti istituzionali, evitando generalizzazioni.
In questa prospettiva può essere ricordata anche la figura di Piero Calamandrei, che rappresenta una diversa esperienza all’interno della cultura giuridica italiana. La sua opposizione al fascismo – salvo una collaborazione tecnica con il ministro Grandi nella stesura del Codice di procedura civile – e il successivo ruolo nella costruzione della Repubblica dimostrano che il mondo del diritto non fu politicamente e culturalmente uniforme. La presenza di figure come Calamandrei impedisce di interpretare la magistratura e la cultura giuridica italiana come un blocco indistinto, ma non elimina la necessità di interrogarsi sulle responsabilità di coloro che invece collaborarono con il regime.
La transizione del 1945 deve dunque essere letta come una combinazione di rottura politica e continuità amministrativa. La Repubblica nacque dalla Resistenza e si fondò, con la Costituzione del 1948, su principi radicalmente diversi da quelli dello Stato fascista. Tuttavia, non costruì da zero il proprio apparato giudiziario: una parte degli uomini, delle strutture e delle culture professionali proveniva direttamente dallo Stato precedente.
Da questo punto di vista, la vicenda di Azzariti assume un valore emblematico senza poter essere trasformata in una rappresentazione dell’intera magistratura italiana. La sua carriera attraversa infatti fasi politiche profondamente diverse e mostra concretamente come una discontinuità costituzionale potesse convivere con una continuità personale. È proprio questa tensione a rendere significativa la sua esperienza: la democrazia italiana riuscì a costruire un nuovo ordinamento, ma non procedette contemporaneamente a una completa sostituzione del personale che aveva operato sotto il fascismo.
L’esperienza italiana mostra così che l’indipendenza della magistratura non dipende esclusivamente dalle norme che la regolano, ma anche dalle persone che le applicano, dalle modalità con cui vengono selezionate e valutate e dalla cultura professionale nella quale operano. Il fascismo dimostrò quanto un sistema giudiziario formalmente conservato potesse essere progressivamente adattato alle esigenze di un regime autoritario; la transizione repubblicana mostrò, invece, quanto fosse difficile recidere completamente i legami personali e professionali con il precedente apparato.
Il rapporto tra magistratura e fascismo deve pertanto essere interpretato come una storia di compromissione, adattamento, responsabilità individuali e continuità istituzionale, senza ricorrere né al mito di una magistratura completamente fascistizzata né a quello di un corpo professionale estraneo al regime. La questione dell’epurazione mancata rimane centrale proprio perché mette in luce la distanza tra la radicale rottura politica del 1945 e la più lenta trasformazione degli apparati dello Stato. La parabola professionale di Azzariti rappresenta, in questo senso, uno dei casi più significativi attraverso cui osservare la difficoltà della Repubblica nel confrontarsi con l’eredità umana e istituzionale del fascismo.
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