Religione
Il paradosso dei laici: quando è il mondo secolare a chiedere alla Chiesa di ritrovare il sacro
Paradossalmente, sono voci laiche a chiedere alla Chiesa di ritrovare la propria identità: non meno impegno sociale, ma una fede capace di rimettere Dio e il sacro al centro.
C’è un paradosso, forse uno dei più interessanti del nostro tempo, che la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di guardare in faccia: sono talvolta proprio gli uomini della cultura laica a ricordarle che non può smarrire la propria identità religiosa.
In una società sempre più secolarizzata, infatti, non sono soltanto i credenti a interrogarsi sulla progressiva marginalizzazione del sacro. Alcune delle voci più significative provenienti dal mondo non confessionale sembrano porre alla Chiesa una domanda persino più radicale: se la Chiesa rinuncia a parlare di Dio, della trascendenza, del senso ultimo dell’esistenza, che cosa rimane della sua specifica ragion d’essere?
È un paradosso che dovrebbe far riflettere.
Corrado Augias, uomo di cultura laica e dichiaratamente estraneo alla fede cattolica, ha osservato che, proprio in un’epoca in cui la Chiesa ha perso gran parte del suo antico potere sulle coscienze, il pensiero laico può perfino indicarle «una via umanistica alla spiritualità». Non è un invito a tornare al clericalismo, né una nostalgia per una società confessionale. È, semmai, il riconoscimento che la dimensione spirituale non può essere semplicemente espulsa dalla vita dell’uomo e sostituita con il solo linguaggio dei diritti e delle politiche sociali.
Ancora più significativo è il ragionamento di Massimo Cacciari. Di fronte alla crisi contemporanea del cristianesimo, il filosofo non individua il problema semplicemente nella secolarizzazione. La sua diagnosi è più radicale: la tragedia sarebbe la scristianizzazione, cioè il venir meno dell’ascolto delle parole del Vangelo. In altre parole, non sarebbe soltanto il mondo ad essersi allontanato dalla Chiesa; sarebbe venuta meno, anche dentro la cultura cristiana, la capacità di far risuonare ciò che il cristianesimo ha di specifico.
E persino Umberto Galimberti, che non si colloca né tra i credenti né tra gli atei, ha espresso una critica sorprendentemente severa verso un cristianesimo che, a suo giudizio, avrebbe smarrito il senso del sacro. Nel suo discorso ritorna l’idea di una «religione del cielo vuoto»: un’espressione che, al di là della particolare interpretazione filosofica di Galimberti, contiene una provocazione difficile da ignorare. Che cosa accade a una religione quando il sacro non è più percepito come esperienza viva, ma soltanto come patrimonio culturale?
È qui che il paradosso diventa interessante.
La Chiesa, nel tentativo di dialogare con il mondo contemporaneo, ha progressivamente sviluppato una forte attenzione verso i grandi temi sociali: la povertà, le disuguaglianze, l’immigrazione, l’ambiente, l’inclusione, i diritti e la tutela delle persone più fragili.
E sarebbe profondamente ingiusto considerare tutto questo come qualcosa di estraneo al cristianesimo.
La Chiesa non può essere indifferente alla sofferenza. La storia cristiana è, in larga misura, storia di ospedali, scuole, opere assistenziali, accoglienza degli ultimi, difesa della dignità umana. La carità non è un accessorio del cristianesimo: è una delle sue manifestazioni più alte.
Il problema, dunque, non è che la Chiesa si occupi troppo dell’uomo. È che rischia di farlo senza ricordare abbastanza perché l’uomo, per il cristianesimo, possieda quella dignità.
Il ruolo sociale dovrebbe essere la conseguenza di una visione dell’uomo, non il suo sostituto.
La distinzione è fondamentale.
Se la Chiesa difende il povero perché riconosce in lui una persona dotata di una dignità che non dipende dal reddito, dalla produttività, dal consenso sociale o dalla sua utilità, allora la sua azione sociale nasce da una precisa concezione cristiana dell’uomo.
Se invece il linguaggio dei diritti, dell’inclusione e della giustizia sociale diventa progressivamente autosufficiente, la Chiesa rischia di trasformarsi in un soggetto sociale tra gli altri.
E qui si presenta la domanda più scomoda: che cosa distingue una Chiesa che parla quasi esclusivamente di diritti da una grande organizzazione umanitaria?
La risposta non può essere semplicemente «nulla». Ma proprio per evitare che quella risposta diventi plausibile, la Chiesa dovrebbe tornare a rendere visibile ciò che nessuna organizzazione umanitaria può sostituire: l’annuncio di una trascendenza, una concezione dell’uomo, una domanda sul destino ultimo della persona.
Non si tratta di contrapporre il cielo alla terra.
È precisamente questa contrapposizione a essere estranea alla grande tradizione cristiana.
Il cristianesimo ha sempre tenuto insieme il cielo e la terra. La fame e la speranza. La giustizia e la misericordia. Il corpo e l’anima. La responsabilità verso il prossimo e l’attesa della salvezza.
Il problema nasce quando il primo termine della coppia finisce per cancellare il secondo.
Una Chiesa completamente assorbita dalle questioni sociali può diventare molto presente nel dibattito pubblico e, contemporaneamente, sempre meno riconoscibile nella propria specificità religiosa.
Può guadagnare consenso culturale e perdere identità.
Può parlare sempre più dell’uomo e sempre meno di Dio.
Ed è proprio qui che le voci provenienti dal mondo laico diventano, paradossalmente, un monito.
Forse il mondo secolare non chiede alla Chiesa di diventare più secolare. Le chiede, al contrario, di essere più autenticamente Chiesa.
Non necessariamente una Chiesa più potente. Non una Chiesa che pretenda di dettare legge allo Stato. Non una Chiesa che rimpianga il tempo in cui la religione occupava il centro della vita pubblica.
E soprattutto una Chiesa capace di pronunciare, senza imbarazzo, quelle parole che la cultura contemporanea considera più difficili: Dio, peccato, perdono, sacrificio, redenzione, morte, eternità.
La secolarizzazione ha separato legittimamente la religione dal potere politico. Ma non ha cancellato le domande ultime dell’uomo. Ha semplicemente lasciato quelle domande senza un’unica risposta condivisa.
E proprio per questo il compito della Chiesa potrebbe essere oggi persino più importante che in passato.
Non riconquistare il mondo. Ma ricordargli che il mondo non è tutto.
È questa, forse, la provocazione più inattesa che proviene dal mondo laico: dopo aver combattuto una Chiesa che pretendeva di occupare ogni spazio della società, alcuni dei suoi stessi critici sembrano oggi chiedere che essa non abbandoni proprio quello spazio che nessun’altra istituzione può occupare al suo posto: lo spazio della trascendenza e del senso.
È un invito che la Chiesa dovrebbe ascoltare.
Perché una Chiesa che torna a parlare del sacro non diventa meno sociale.
Diventa, forse, più capace di spiegare perché la giustizia, la solidarietà, la carità e la dignità dell’uomo contino davvero.
E forse è proprio questo il paradosso del nostro tempo: per ritrovare la propria rilevanza nel mondo, la Chiesa potrebbe dover smettere di preoccuparsi di apparire simile al mondo.
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