Filosofia

Il falso Eco e l’invenzione del gioco: la finzione del reale

La polemica sul falso articolo attribuito a Umberto Eco sull’IA rivela quanto ci sia di molto più vero in una finzione di ciò che si potrebbe immaginare se la finzione fosse un fatto reale

4 Ottobre 2026

Sul falso Umberto Eco si è aperto un battibecco al solito litigioso. Ma ha ragione Diego Nuzzo a dire che a Eco sarebbe piaciuto. La dimensione del gioco, della finzione, sembra ormai perduta dagli italiani, popolo ridanciano quanto altri mai, ma poi nei fatti seriosissimo. Guai a calpestargli i calli sulle cose a cui tiene. In genere le meno rilevanti. Come la burla dei falsi Modigliani. Sfugge ai più la dimensione del gioco, anche con l’Intelligenza Artificiale, che poi si chiama così per una scommessa sui profitti provocati dal suo uso, e chiamare intelligenza una banca di dati è stato un colpo di genio. Ma le cose stanno, al solito, in maniera più intricata e complessa. A cominciare dal fatto che già la stessa conoscenza non è impatto diretto con le cose, ma uno specchio in cui si riflette il nostro impatto, e questo specchio è il linguaggio, è linguaggio se ci si pensa anche la matematica, che non ci dice com’è fatta la realtà, ma per quale via possiamo descriverla e utilizzarla. Un poeta – sì, un poeta, e i poeti sono forse quelli che hanno guardato più di chiunque altri dentro le cose (le cose tutte quante / hanno ordine tra loro e questo è forma / che l’universo a Dio fa simigliante … Dante!) – lo ha espresso in maniera chiarissima 2.700 anni fa, Esiodo, nel proemio della Teogonia (la nascita degli dei!): le Muse si presentano al poeta e gli dicono: “Noi sappiamo dire molte menzogne che sembrano verità, / ma sappiamo anche dire molte verità che sembrano menzogne”. Non conosco definizione più precisa sia della poesia sia della scienza. Un altro poeta, ma anche filosofo – e forse tutti i poeti sono anche filosofi – Parmenide di Elea, nel proemio al suo poema sulla Natura, Περί Φύσεως, (ma la Φύσις, Physis, dei Greci è qualcosa di più complesso del vocabolo latino Natura: è, alla lettera, la Generatrice di tutte le cose) una Dea, Dike, la Giustizia, indica a Parmenide, le cui cavalle, i desideri, che conducono gli uomini sempre davanti alla verità di sé stessi, lo conducono davanti a lei, due vie, una quella della Verità, dell’Essere, e l’altra, quella delle apparenze. Nel poema poi le due vie sembrano confondersi. O meglio, la distinzione si sfuma. Ce ne restano frammenti, pur troppo. Ε questo sembra il suo percorso. Doveva essere un poema cosmogonico, raccontare la realtà dell’universo,, come prima di lui avevano detto Talete, Senofane, Anassimene, Anassimandro, realtà che anche per Parmenide, considerato tuttavia il fondatore dell’ontologia, è solo Materia: il che farebbe supporre fuorvianti tutte le interpretazioni metafisiche che per più di duemila anni si sono date del suo pensiero. Ma quella di Parmenide è materia che nasce da un principio unico, apparentemente non materiale: l’essere. Mito? e siamo sicuri che non sia materia? Platone gli dà credito. Aristotele pensa di confutarlo, affermando che “essere” si dice “in molti modi”, uno definisce l’essenza, un altro l’esistenza. Sbaglierebbe dunque Parmenide a identificarli. Ma poi arriva Einstein e arriva la fisica dei quanti, arriva quell’individuo, un “essere” singolare, meraviglioso, che è Hawking. Allora, qual à la via Giusta o, più correttamente, della Giustizia? Nemmeno la stessa Giustizia sembra saperlo. Almeno a leggere i frammenti del poema che ci sono stati tramandati. Ma sicuramente la ignorano quanti ancora si ostinano a dividere la via della poesia, dell’Umanesimo, da quella della Scienza. Che cosa è vero, ciò che fuori di noi non conosciamo, come sostiene Kant, o la nostra rappresentazione che ne coglie il riflesso nello specchio della nostra vita? L’indeterminatezza dei quanti sembra una menzogna ma è forse come stanno davvero le cose, da parte sua la Verità costante, permanente che asserisce la Fisica di Newton è un’apparenza della quale abbiamo imparato a diffidare. Perfino Goethe, che ci apparve raccontare favole sui colori, opponendosi a Newton, oggi ci sembra invece prefigurare una realtà che ignoravamo. Riflessioni simili mi aggredirono – alla lettera: un’intrusione violenta – nemmeno un mese fa, quando venni nel Cilento e visitai, per la prima volta, a Velia, le rovine dell’antica Elea. Il fantasma di Parmenide navigava nell’aria sopra la mia testa. La luce che stagliava le pietre contro il cielo mi parve un’immagine perfetta dell’intelletto che svela le cose: una materia invisibile che rende visibile l’apparenza del mondo. Chi sa, l’Essere, in fondo, potrebbe anche essere questo, e giocare con sé stesso, se sia cioè un modo della sostanza o la sostanza stessa. In qualche modo s’intravede Spinoza. Che in qualche modo è anche il riferimento costante, la guida del pensiero di Goethe. E noi, oggi, che cosa pensiamo, se pensiamo?

https://www.youtube.com/watch?v=Dsc4GWkwPik

https://www.youtube.com/watch?v=pz3qCI7y44w

https://www.youtube.com/watch?v=IpTSlS45uH8

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.