Teatro
Elena Bucci, la vita negata di “un riccioluto tesoro”
Ravenna Festival, a Palazzo Guiccioli l’attrice di scena con “La bambina inglese”, storia di Allegra, figlia di Lord Byron, deceduta solitaria in un convento dove il padre l’aveva mandata per essere educata. Ai Chioschi Danteschi ll film di Elvira Notari prima cineasta d’Italia
RAVENNA _ Scellerato di un Byron. Padre disgraziato che chiude la figlia, una bambina di cinque anni dagli occhi azzurri, in un convento delle Clarisse gettando via la chiave e condannandola solitaria a morire di febbre tifoidea. Il suo corpo non venne mai ritrovato. Allegra è “La bambina inglese” cuore del racconto teatrale cucito, come sempre in modo puntiglioso e dettagliato, dall’attrice Elena Bucci che, accogliendo la proposta di Ravenna Festival, ha costruito lo spettacolo rappresentato, sold out per otto sere di seguito, in un luogo storico e di charme in pieno centro ravennate qual’è Palazzo Guiccioli che ospita ora il Museo Byron e del Risorgimento italiano, originariamente dimora della donna Teresa Gamba, contessa Guiccioli di cui lo scrittore romantico Byron si innamorò in uno dei suoi viaggi in Romagna. E’ quindi singolare la scelta di ambientarvi quella storia maledetta, laddove il dramma ebbe uno dei suoi momenti clou. E’ una corte ampia, con bassi e curati cespugli di verde dove, per tutto il perimetro, si affacciano a corona le finestre degli appartamenti. Duecento anni fa, questa corte è stata probabilmente testimone dei giochi di Allegra, ne ha ascoltato le grida di gioia, le risate. Vicenda incredibile quella del padre che si sbarazza della figlia come fosse un giocattolo. Così faceva George Gordon Byron, nobile bizzarro che si spostava con un seguito composto di vari inservienti, medico, segretario e un singolare serraglio di pappagalli, pavoni, un corvo, cani e gatti. Prima in Germania, poi a Venezia e infine a Ravenna. La vicenda di Allegra agli occhi di uno spettatore del nostro tempo appare una via crucis di un personaggio fragile e senza difese, condannato dalla ipocrita vita di un genitore ricco e viziato, Pari d’Inghilterra e scrittore con il pallino delle rivoluzioni in Europa agli inizi dell’Ottocento.

Eterno insoddisfatto, dandy eccentrico e sodale di artisti come la coppia formata dal poeta Percy Shelley e la moglie Mary, l’autrice di “Frankenstein” dei quali la Bucci nel libretto utilizzato in scena ne ha descritto, con precise pennellate, noia e passioni da gioventù bruciata. Uomini e donne incapaci di prendersi cura dei figli messi al mondo e di vivere alla giornata in uno stato di continua alterazione mentale, condividendo frivole passioncelle e alti ideali di giustizia. E’ una girandola di personaggi che la stessa Bucci interpreta volta per volta cercando di dare profondità a una storia in fondo miserevole. A cominciare dalla madre di Allegra, Claire Clairmont, sorellastra di Mary. Le due sorelle, legatissime vengono – informa il pieghevole di sala- da una famiglia di pensatori e filosofi come il libertario e anarchico William Godwin e Mary Woolstonecraft autrice di un libro sui diritti delle donne. Claire, figlia illegittima di un nobile inglese giunge in quella famiglia all’età di tre anni restando catturata dall’atmosfera di libertà della casa. Quando Shelley si innamorerà di Mary abbandonando in inghilterra i tre figli e la moglie Harriet (che si suiciderà ad Hyde Park) fuggirà con loro in Francia. Nel 1816 si ritrovano sul lago di Ginevra, Byron, Claire, innamorata di lui, Shelley e Mary. Qui Mary scriverà il capolavoro su Frankenstein e Claire concepirà Allegra. Figlia illegittima che Byron decide di adottare. Allegra, annota Bucci “nasce sana, bella e capricciosa come molti bimbi. E’ molto somigliante a Byron, stessi colori , stessa difficoltà a pronunciare la “r”, stessa fossetta in mezzo al mento… ”. Così il mutevole Lord è conquistato dalla rassomiglianza della bimba. “Questo riccioluto tesoro sarà il mio conforto” dice, per poi dimenticare in tempi brevi. Pensa a un futuro matrimonio con qualche ricco italiano, e intanto decide di spedirla nel convento di San Giovanni a Bagnacavallo, un monastero circondato da paludi e rimasto chiuso durante il periodo napoleonico. Se ne dispera Claire, la madre bannata da Byron. Cancellata dalla sua vista, come condizione imposta per potersi occupare di Allegra considerato il fatto che la madre non ha mezzi per poterla crescere (la bambina arriverà in Romagna, dove imparerà a parlare anche l’italiano e a scrivere). Un uomo incapace di amare, insensibile all’affetto: nel momento in cui, già in odore di Carboneria, andrà via con l’amata Teresa in Toscana, per fuggire le truppe austriache, Byron, decide di disfarsi di Allegra consegnandola alle monache.

Percy Shelley particolarmente legato alla bambina che aveva vissuto per un anno con lui e Mary andò a visitarla nel 1821, senza avere il coraggio di portarla via da quella prigione. “Dite a papà che venga a farmi un visitino e che porti seco la mammina”, il messaggio di Allegra consegnato all’autore di “Prometheus unbound” e rimasto senza risposte. La bambina inglese morì il 20 aprile 1822. Byron non rivedrà più la figlia. Spinto dalla fiamma dei suoi ideali corre in Grecia per sostenere i ribelli insorti contro il dominio ottomano. Morì a Missolungi il 18 aprile 1824: probabilmente a causa di una meningite, o forse una sepsi, per via di una strumentazione medica infetta con cui si cercò di curare. Aveva 36 anni, come le aveva pronosticato una zingara che a Roma le aveva letto la mano. Pochi mesi dopo la scomparsa della figlia, sentì il rimorso per aver trascurato e abbandonato Allegra. In una lettera a Marguerite, contessa di Blessington scrisse: “Lascia che l’oggetto dell’affetto sia strappato via dalla morte, e come sarà vendicato tutto il dolore che gli è stato mai inflitto! La stessa immaginazione che ci ha portato a sminuire o trascurare le loro sofferenze, ora che per noi sono perdute per sempre, esalta le loro qualità stimabili … Come ho provato questo quando mia figlia, Allegra, è morta! Mentre viveva, la sua esistenza non è mai sembrata necessaria alla mia felicità; ma non appena la persi, mi sembrò come se non potessi vivere senza di lei”. Pentimento tardivo che non sposta di una virgola la sua condotta.
Elena Bucci sfrutta in modo teatrale le finestre sulla corte con le apparizioni del controtenore Helmar Hauser stabilendo un dialogo continuo con gli ottimi strumentisti (Jacopo Prospero al sax, Riccardo Brancato, primo trombone, Amedeo Zacchi, secondo trombone e Lorenzo Mercuriali, percussioni). E’ un originale rapporto quello con la musica curata dal compositore bolognese Paolo Baioni. Non una vera colonna sonora d’accompagnamento – dice il compositore- ma una musica pensata “per dare voce a una “presenza” partecipante, a tratti estranea ma intrecciantesi con la vicenda narrata ed espressa dall’azione teatrale”. Elena Bucci è attrice di razza e, dando rilievo e modulando i diversi personaggi – dallo stesso Lord Byron a Claire – dà profondità ad una narrazione che però nell’ultima parte dell’allestimento, quando cioè il dramma si è compiuto, diventa orazione funebre.

Ravenna Festival si conferma l’appuntamento estivo per eccellenza, la migliore rassegna generalista d’Italia se si vuole, che offre a pubblici anche diversi il meglio della scena musicale (classica jazz e pop) e teatrale con allestimenti originali e su temi di interesse comune. E il gusto della scoperta – del fatto storico come l’artista emergente – resta il filo rosso di questa manifestazione che proprio in questi giorni ha offerto e rivelato a un pubblico più ampio una rimarcabile chicca cinematografica.
Si tratta di Elvira Notari, prima regista cinematografica italiana: tra il 1906 e il 1930, ha realizzato sessanta tra lungometraggi, cortometraggi e documentari. Di quella ricca produzione solamente tre opere si sono salvate. Notari fu artista scomoda capace di affrontare e mettere in rilievo tematiche sociali raccontando il quotidiano della Napoli dell’epoca. Di Notari Ravenna Festival ha proposto nella bella cornice dei Chiostri Danteschi, la proiezione del film “E’ Piccerella”. La pellicola, restaurata nel 2018 dalla Cineteca Nazionale in collaborazione con Zdf-Arte, racconto di un femminicidio nella Napoli degli Anni Venti, ha i segni, con forte anticipo, di un’opera neorealista. La vicenda, ispirata da una omonima canzone di Libero Bovio, mette al centro del film una giovane donna che ha voglia di vivere senza legami duraturi, ma la relazione intrapresa con il giovane Tore degenererà in gelosia e violenza. Il film di Elvira Notari fotografa un mondo popolare e reale come quello della città partenopea del suo tempo ed è quello che la censura fascista vorrà impedire. Il melodramma cinematografico è presentato con la musica in presa diretta di Maurilio Cacciatore che ha voluto costruire “un ponte tra il film del 1922 e l’ascoltatore di oggi”. In questo caso “Il paesaggio sonoro si sviluppa come una trama in continua trasformazione, nella quale materiali acustici ed elettronici si intrecciano per dare forma alle tensioni psicologiche e drammaturgiche che attraversano la vicenda”. Il risultato di tale approccio è quindi “una colonna sonora che non cerca di illustrare il film, ma di abitarne gli spazi emotivi, offrendo una rilettura contemporanea delle immagini e dei conflitti umani che esse custodiscono”.

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