Teatro
Massimo Zamboni, un canto libero per Pasolini
Il cantautore e fondatore dei CCCP e dei Csi per il cartellone di Ravenna Festival ha tenuto a Cervia il concerto teatrale “P.P.P. Profezia è Predire il Presente” dedicato al grande poeta e cineasta. Sul palco l’attrice Anna Della Rosa e il Coro Interculturale di Reggio Emilia
RAVENNA _ Il canto come consolazione. Lenisce il dolore e aiuta a fermare i ricordi, fotografando le emozioni. “Jo Canti, Jo Canti, Jo Canti…” così recita la voce registrata di Carlotta Del Bianco. “Io canto, io canto, io canto”. Precisando: “Per consolare me stessa…” dice ancora in friulano in quello che è una “vallotta” tradizionale curata da Pier Paolo Pasolini rintracciabile in quell’imponente “Canzoniere Italiano” pubblicato da Garzanti nel 1955 e sottotitolato “Antologia della poesia popolare”. Un Canzoniere eretico già nel titolo, perché si occupa soprattutto di poesia. D’altronde Pasolini, pur amando tantissimo la musica non è certo un etnomusicologo e, anzi, quest’opera, nonostante possieda alcuni limiti, ebbe una notevole importanza culturale e di fatto diede la spinta al risveglio della ricerca etnografica. Proprio perché squisitamente poetica è profetica, come nello stile di vita di quell’indimenticabile intellettuale. Una scelta quindi indovinata quella di puntare sull’acronimo per titolare l’incalzante concerto teatrale “P.P.P. Profezia è Predire il Presente” presentato giorni fa nell’ambito del cartellone di Ravenna Festival dal cantautore, scrittore e chitarrista Massimo Zamboni, già fondatore dei leggendari CCCP e poi Csi. Sul palco, al calare della sera, nell’odorosa arena di Cervia circondata da pini alti e maestosi Zamboni è salito accompagnato dai musicisti Cristiano Roversi ed Erik Montanari, il Coro Interculturale di Reggio Emilia diretto da Gaetano Nenna e l’attrice Anna Della Rosa; regia di Emanuel Aldobrandi. Partendo quasi in sordina Zamboni ha progressivamente, e in modo austero, tessuto un omaggio a Pasolini fuori dalle liturgie convenzionali del ricordo, bensì nervoso e vivo come non mai. In grado di risvegliare fantasmi nascosti, ricordare eventi forse dimenticati e rimesso in fila episodi e fatti accaduti negli ultimi quarant’anni in Italia. Molti dei quali nascondono ancora punti oscuri e mostrano, con il senno di poi, quanto Pasolini fu profeta poco ascoltato e snobbato. Per niente amato dal potere perchè scomodo, a destra come a sinistra, per quel suo mettersi a nudo, prendendo sempre posizione e chiamando le cose con i loro nomi precisi. Cosa potesse rappresentare tale coraggio civile nell’Italia omofoba, misogina, bigotta e reazionaria di quegli anni è facile immaginare…

Zamboni non cita solo fatti o episodi, storie di vita pasoliniana, bensì intreccia il filo dei ricordi personali della sua gioventù, arrivando fino ai nostri giorni, lanciando segnali ben precisi per chi possiede orecchie per ascoltare e cuore per capire. E’ insomma il canto maturo di una generazione che ha rischiato, sbagliato anche, ma che il mondo voleva cambiarlo davvero. Umiliati e offesi ma non vinti e convinti, Anzi: attenti a dormire. “Siamo tutti in pericolo” avvisa Zamboni sulle orme del poeta. E sembra davvero di udire Pasolini. La sua lezione ha lasciato il segno entrando nel dna di una parte di generazione che al suo tempo era assai giovane. Per Zamboni l’occasione per scoprire Pasolini giunge con il “Canzoniere”: ed è da qui che si dipana un filo che lo accompagnerà tutta la vita di artista e musicista Fedele alla linea.
“Fine ottobre 1975 mi trovo all’assemblea nazionale degli studenti della Federazione giovanile Comunista a Rimini-racconta ad inizio concerto teatrale- il palazzetto dello sport è pieno di ragazze e ragazzi. In teoria ci assomigliamo anche se vedo in giro troppe camicie di funzionari. Vedo braccia levate con in mano la tessera della Fgci, valida come delega per votare. E parole che mi lasciano tiepido come il ruolo di organismi e commissioni. Alla fine trascorro la maggior parte del mio tempo alla libreria. Titoli promettenti, grafiche spartane degli Editori Riuniti… Acquisto un doppio volume che conservo ancora, “Canzoniere italiano”, la poesia dell’altra Italia- I testi poetici e popolari delle regioni italiane…. anche il compilatore di quel Canzoniere si sarebbe sentito fuori luogo come capitava me in quel contesto. Il suo nome: Pier Paolo Pasolini”.
Ecco il “gancio”. L’incontro tra Zamboni e Pasolini. Quello fu il primo libro letto dal musicista che inizia così a scoprire il poeta “dalla periferia delle sue opere”. Qualche tempo più tardi Zamboni resterà colpito da una frase indirizzata da Pasolini a quei ragazzi della Fgci, che come lui affollavano quel palazzetto.

“Una frase pronunciata forse più per disperazione che per convinzione. Ovvero: che i giovani iscritti alla Fgci fossero l’unica eccezione rimasta alla regola della degradazione. Temo che avesse ragione anche su questo. Quello che nessuno tra noi invece poteva immaginare quei giorni di assemblee nazionali era che tempo sette giorni il suo corpo calpestato e ucciso sarebbe stato trovato nella sabbia di Ostia”. Un’altra villotta in friulano. Dice: “Voi sapete ragazzette che cosa sono i sospiri d’amore. Si muore e si va sotto terra e ancora si sente dolore”. Pasolini conosce e vive fino in fondo quei sospiri d’amore traslandoli in “un dolore civico profondo come lui stesso li definisce, dove la persona amata ha preso le forme di una intera nazione, di un popolo intero”. Siamo nel 1952. Zamboni indica: “La Nuova Italia appena nata ai suoi occhi è già perduta”.
Ed ecco come un colpo di fucile il gruppo suona una ballata a ritmo serrato : “Canto degli sciagurati”. Un canto per l’insurrezione di “Quel popolo cane” come affermava Pasolini, che era stato vinto ma mai sconfitto fino in fondo. Il brano, il primo di dodici inserito in scaletta, racconta delle tante rivolte avvenute nel passato e anche nei nostri giorni, quelle che il potere spegne e stronca sul nascere. “Mamma Madonna degli sciagurati, signora nostra e di tutto ciò che è, Vergine e Luce dei diseredati, questo è ciò che sembra, ciò che sembra non è…”. E ancora, mentre il fluire sonoro compatto delle chitarre segna un tempo assassino “…l’onda immensa del popolo minuto chiama la tempesta e l’edificio crollò/ sacra la vittoria delle moltitudini: non temo ciò che viene, temo chi è venuto già…”
Il tempo del cambiamento. Lo sguardo di Pasolini su una Italia che sta mutando la pelle. Nella rubrica “Il caos” sul “Tempo” del 5 aprile 1969 il poeta annota: che “I monumenti, le cose antiche fatte di pietra o legni, o altre materie, le chiese, le torri, le facciate del palazzo, tutto questo, …. si è accorto di non essere più amato, di sopravvivere. E allora ha deciso di uccidersi: un suicidio lento e senza clamore, ma inarrestabile”. Tutto sembra sgretolarsi all’improvviso come fosse “percorso da una comune volontà, da uno spirito”. Ed ecco l’accusa: “Venezia agonizza, i Sassi di Matera sono pieni di topi e serpenti e crollano, migliaia di casali (stupendi) in Lombardia, Toscana, in Sicilia, stanno diventando dei ruderi…”.

Pasolini racconta come nei suoi sogni l’ha visto come in una visione. Zamboni ricorda come lo scrittore abbia raccontato l’incanto di quel popolo antichissimo… “ forzato ad abbandonare la propria dimensione umana per inseguire l’inganno egualitario del consumismo dove la ferocia dei secoli è sostituita dalla ferocia delle singole carriere”.. E’ il momento, primi anni Sessanta, in cui Pasolini pubblica da Garzanti la raccolta “La religione del mio tempo” (sono i mesi in cui gira i film “Accattone” e “Mamma Roma”) e il Paese attraversa momenti di impetuoso cambiamento sociale ed economico -sono gli anni del boom- in cui Pasolini vede la mutazione antropologica degli italiani. Qui la scelta di citare una poesia di grande lucidità e comprensione del proprio tempo come “La mia nazione”:
“Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,/ ma nazione vivente, ma nazione europea:/ e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,/governanti impiegati di agrari, prefetti codini,/ avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,/ funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,/ una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!/Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci/ pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,/ tra case coloniali scrostate ormai come chiese./ Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,/proprio perché fosti cosciente, sei incosciente./ E solo perchè sei cattolica, non puoi pensare/ che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male./ Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo”.
C’è una sorta di “annebbiamento collettivo” in cui si fa fatica a distinguere e capire. Come racconta “La rabbia e l’hashish”, tra canto e recitato, “here we go, con gambe storte, che sia la nebbia o l’hashish, galleggiando in acque morte… here we go andiamo avanti”… “Il peggio è passato e non ce ne siamo accorti, il peggio è passato e ci ha lasciato storti” . E infine: “Siamo entrati urlando nella notte/ a bocche spalancate. E’ bastato un attimo. Che sia stata la nebbia, sia stata la rabbia o che sia l’hashish… “
Anna Della Rosa raccoglie gli imput di Zamboni e accompagna il pubblico all’ascolto, con misurato trasporto e lettura attenta: quasi prendendolo per mano, tra i meandri affascinanti e definitivi della poesia pasoliniana. E’ un lungo arzigogolato itinerario che prende il cuore e riporta davanti agli occhi e alla mente gli anni difficili del dopoguerra e quelli altrettanto perigliosi della ricostruzione del Paese dove il potere è quello di sempre. Il canto meraviglioso di “Ceneri di Gramsci”, quel incontro intimo e politico tra il poeta e il grande pensatore e rivoluzionario sardo. Sono le note del brano di “Ora ancora”, in ricordo di un comizio romano dei primi anni Cinquanta dove Pasolini incontra un corteo di neofascisti che Zamboni ha tradotto con una ballata spigolosa e acida (“Ora dovremo avere tutti più coraggio/ Ora dovremo avere tutti più pretese/ Perché ancora dovremo piangere dei morti/Ancora dovremo piangere un paese “ e infine l’amaro e tormentato dubbio:”Non accontentarsi di decidere che ci sia voglia di andare lontano/ Via da qua, via da qua, via da qua e non tornare”.

Importante così la citazione di quella che Italo Calvino riteneva fosse la più bella poesia pasoliniana del 1964, “Vittoria” dove tra i magnifici versi c’è anche un j’accuse rivolto al Pci dell’epoca.
“Prendo tutta su di me la colpa (vecchia mia vocazione, inconfessata, facile fatica)/ della disperata nostra debolezza/ per cui milioni di noi, con una vita/ in comune, non furono in grado/ di andare fino in fondo. È finita,/trallallà, cantiamo, cadono/ le ultime foglie della Guerra/ e della martire vittoria, sempre più rade,/ distrutte a poco a poco da quella/ che sarebbe stata la realtà, non solo della cara Reazione, ma della bella Socialdemocrazia nascente, trallallà”.
Dieci anni dopo “Vittoria” di Pasolini trionfa in Portogallo il 25 aprile 1974 la “rivoluzione dei garofani”. Una delle ultime “vittorie” che Zamboni celebra con una originale e appassionata versione della canzone simbolo di quella lotta, “Grandola vila morena” di Josè Afonso, dove il magnifico Coro Interculturale di Reggio Emilia, guidato da Gaetano Nenna sempre presente in tutto il concerto con le sue voci così autentiche e di forte impatto, dona il meglio con una partecipazione di autentica vitalità popolare. La voglia di condividere, la memoria degli “Scritti Corsari”, il rapporto stretto con il mondo e la poetica pasoliniana torna nei canti come “Vorremmo esserci”, la bellissima canzone “Sorella Sconfitta” scritta da Zamboni alla fine dell’esperienza dei Csi, forse una delle band più amate d’Italia.
Ed ancora, una descrizione che fa gelare il sangue per l’incredibile riferimento alla nostra contemporaneità proveniente da “Ceneri di Gramsci”, un illuminante pugno di versi del 1954 tratti da “Comizio”. Eccoli:
“Ecco chi sono gli esemplari vivi,/ vivi, di una parte di noi che, morta,/
ci aveva illusi di essere nuovi – privi/ d’essa per sempre. E invece, scorta/
d’improvviso, in questa lieve piazza/ orientale, ecco la sua falange, folta,
urlante – coi segni della razza/ che nel popolo è oscura allegria/
e in essa triste oscurità – che impazza/ cantando la salute. E l’energia/
sua non è che debolezza, offesa/sessuale, che non ha altra via/ per essere passione, nella mente accesa,/ che azioni troppo lecite od illecite:/
e qui urla soltanto la borghese/ impotenza a trascendere la specie,/
la confusione della fede che/ l’esalta, e disperatamente cresce/nell’uomo che non sa che luce ha in sé…”.

Estate del 1975. “Ho 18 anni, la patente fresca, in tasca la tessera del Partito Comunista. Per la prima volta, tra tre giorni voterò”, così racconta Massimo Zamboni che continua ad intersecare ricordo pasoliniano e vita privata, il vissuto dei venti anni e la presa di coscienza. “I tabelloni affissi al Comune certificano. A Reggio Emilia il Pci va al 52 per cento. La percentuale dei votanti in provincia supera il 90 per cento. “L’Unità” titola “Nuova impetuosa avanzata del Pci”. Passa un mese e al festival della gioventù comunista a Ravenna partono le prime contestazioni per il camping. Scoppia una rivolta che la città non può capire. Autobus in fiamme. Gli autonomi con i volti coperti sono centinaia. Ravenna vuota le strade, si chiude in casa e sbarra le finestre. Il corteo arriva al festival dove nel frattempo è arrivato il Reparto della Celere. Gli scontri, gli spari, il ferimento di due ragazzi. “La tensione resta costante ancora nei giorni successivi. La cittadella dei giovani comunisti è accerchiata. Arrivano gli indiani metropolitani si prendono i titoli di cronaca. Leggo slogan giusti, “La libertà non è un festival”, vedo la voglia di capire da parte degli organizzatori ma l’impossibilità di farlo. Ma, abbiamo appena vinto le elezioni, cosa succede? Perché dicono che il campeggio sia un lager e che i prezzi sono troppo alti? L’idea che esista un proletariato giovanile non può trovare consensi. Al proletariato si è sempre guardato in termini di classe e non di età. E come comprendere le immagini che arrivano dal festival di Re Nudo al parco Lambro di Milano? I corpi nudi, i girotondi in mezzo ai lanci di carcasse di polli… Le dinamiche di una liberazione che mai arriverà. Lo smottamento è in corso. Quasi nulla capisco. La mia felicità è di stare qui è perché c’è un un programma culturale da sogno. C’è una Italia nuova. Mi sento in difetto rispetto ai miei coetanei. Ma c’è il rimbombo di uno sgretolamento nell’aria che presto investirà tutti, Lo sento, lo sentiamo mentre balliamo fradici di pioggia davanti a Edoardo Bennato…”.

E poi il baratro. Marzo 1977. “Tre dita si sollevano dai pugni chiusi: pollice indice e medio. E’ una pistola impugnata: si replica la P38 come fosse una cosa nostra. Pollice, indice e medio; le stesse tre dita che ripiegate serviranno presto a molti per farsi d’eroina…”. Fine della bella storia: il mondo non cambierà. Bologna scoppia, Roma scoppia. Nell’onda d’urto degli studenti il Pci si è ribaltato in conservazione, partito d’ordine, potere apparato, palazzo, regime. I diritti conquistati dai padri sembrano cose da poco, esauribili ed effimere e la sprovvedutezza di quel pensiero da non garantiti comprende già l’illuminazione dell’imminente e prossimo collasso dello stato sociale”. Illumina perfettamente questo stato di cose la dolorosa ballata “Fermamente collettivamente”. Tra il giorno dei Santi e quello dei defunti del 1975 l’omicidio di Pasolini nella periferia di Ostia. Un anno prima con Dacia Maraini aveva scritto una canzone, “I ragazzi giù nel campo”, che con parole profetiche sembrava annunciare la sua tragica scomparsa. Sul palco la fusione di due importanti canzoni di Giovanna Marini, “Lamento per la morte di Pasolini” e “Beati noi” (“Ma quella notte volevo parlare/ la pioggia il fango e l’auto per scappare/ solo a morire lì vicino al mare/ma quella notte volevo parlare/non può non può, può più parlare..”.), seguito dai motivi originale di Massimo Zamboni, “Tu muori” e “Cantico cristiano” che richiama il Vangelo di San Matteo di Pierpaolo Pasolini. Chiude il concerto teatrale “P.P.P.Profezia è Predire il Presente” il brano “Persona non grata” : “Nessuna voce dietro me/ Nessuna voce dentro/ Nessuna voce dopo me/ Canto l’isolamento”/.
La persona non grata non c’è più. Andata via. Ma ha lasciato un ultimo avvertimento, una ultima profezia: “Siamo tutti in pericolo. Non sappiamo chi in questo momento sta decidendo di ucciderci, E forse sono io che sbaglio ma continuo a dire che siamo tutti in pericolo. Siamo tutti in pericolo”.

Devi fare login per commentare
Accedi