Teatro

Una “Lus” per salvare il mondo

L’attrice delle Albe Ermanna Montanari protagonista di una grande prova nel monologo presentato a Ravenna Festival. Al centro le vicende della guaritrice Bêlda derisa da tutti nel paese ma da tutti ricercata per guarire dai mali. L’atto è tratto dal poema di Nevio Spadoni

30 Giugno 2026

Ravenna – Tra la terra e il cielo c’è l’Inferno. E’ davanti agli occhi ma non si vede. Si sfiora ma non si tocca finché questo prende al laccio e stringe, stringe… E si è dentro fino al collo. Ha il grigio cupo di cieli plumbei, odora di terra umida rivangata e non lascia molto spazio alla vita: solo qualche pertugio, un agitarsi leggero di fronde, un sospiro piano che diventa rantolo. E’ la febbre d’amore che non passa. Sale e inganna con le finestre socchiuse, la calligrafia incerta, i sogni che al risveglio sono diventati incubi. Solo la Bêlda può guarire e cambiare l’acqua in vino con le sue medicine segrete, le pozioni… “erba brucia, / brucia come il fuoco, / schiocca come il sale, / amor se mi vuoi bene, / lasciami un segno. / Erba brucia, / brucia come il fuoco, / schiocca come il sale, / se non mi ami, / non mi lasciare nessun segno. / Erba brucia, / brucia come il fuoco, / schiocca come il sale, / se mi vuoi tanto bene, amore, / bruciami la pelle…”.

Ermanna Montanari centellina la formula con voce strascicata prima di diventare tempesta animale, furia iconoclasta, lucida e potente. E’ ancora una volta “Lus”, mirabile poema di Nevio Spadoni in lingua romagnola, variante dialettale di Campiano, stesso luogo di nascita dell’attrice del Teatro delle Albe che l’ha trasformato nel suo spettacolo feticcio. Terza volta in trent’anni. Dopo l’esordio nel 1995, il bis nel 2015 con una edizione sontuosa, tutta di bianco, con la presenza (assieme al contrabbassista Daniele Roccato) di Luigi Ceccarelli, musicista e compositore eminentemente teatrale, come pochi in Italia, che al poema diede il respiro e il passo di un’opera.

Ma pure stavolta lo spettacolo visto in prima nazionale al teatro Rasi –Marco Martinelli condivide la regia con Montanari, le luci sono di Luca Pagliano – nell’ambito di Ravenna Festival, è un concerto teatrale in piena regola che stabilisce lo spazio sonoro in un cerchio dove la voce di Ermanna Montanari, spesso tagliente e aguzza quanto a tratti bassa e profonda, dialoga in modo unico ed esclusivo con il contrabbasso di Daniele Roccato, virtuoso e sensibile poeta dell’archetto che qui è diventato attore compartecipe del dramma evocato in palcoscenico. Suoni e musica che puntano diritto al cuore, vibrazioni e scivolamenti, stridii e ruvido noise costruiscono un’architettura preziosa e definitiva per questa edizione che appare, a memoria, quella più noir in assoluto. Noir contemporaneo che evoca il panorama attuale di genocidi, misfatti e scelleratezze delle guerre, come di un male del vivere reso più complicato per la tendenza dell’umanità a suicidarsi tra clima impazzito, virus ed epidemie. Come ingiustizie sempre più evidenti che non fanno più scandalo. Sono parte di un fardello che la Bêlda ha caricato su di sé facendolo proprio.

L’attrice Ermanna Montanari in “Lus” , atto unico dal poema di Nevio Spadoni, in prima nazionale al teatro Rasi per il cartellone di Ravenna Festival (Fotografia di Marco Sciotto. In apertura foto di Enrico Fedrigoli)

La Bêlda, che a tre anni è rimasta sola, lasciata dalla madre, presa da un brutto male. Senza padre di cui mai ha saputo chi fosse. “…senza neanche un cane / che mi desse un bicchiere di latte”. Presa a vivere dal fratello maggiore apprese dalla moglie di costui i segreti delle erbe. Cresce, e tutti, dal villaggio, vengono al suo cospetto per guarire o rimediare i propri mali: “il padre che non vuol saperne di morire, / il padrone quel cane rognoso / che non vuol pagare, e chiacchierano, e parlano, / e piangono, e a me tocca /di sbrogliare tutte le matasse…”.

Dal singhiozzo al malocchio, i calli e il morbillo, il mal d’orecchi, l’orzaiolo, la pellagra, il male all’inguine, l’asma, il reumatismo e gli orecchioni, i duroni, le bruciature e le ferite incancrenite, lo scolo, la rogna, l’impotenza e il fuoco di Sant’Antonio… Ha guarito chi sputava sangue e quelli che avevano il diavolo addosso, come quel ragazzo che “voleva nascere donna/ e piangeva / perché l’hanno fatto / con quel pastrocchio tra le gambe”.

E il mal d’amore? Quello “è duro da guarire, / è come scorticarsi l’anima / che sanguina e non la vedi da nessuna parte….”

Di tutti la Bêlda guaritrice si prende cura: gli stessi che durante il giorno voltano la faccia, ipocriti che ridono. Ridono e poi vengono di notte “disposti a pagare fior di quattrini/ per sentire che la moglie /vi fa le corna/ che non è capace di fare certe cose, /che i figli prendono brutte strade”… E ci sono dentro tutti. Grandi e piccoli : “parroco, sindaco, / farmacista, dottore, / ma credetemi, davanti al male / siete tutti uguali, / e ve ne andate tutti a casa del diavolo / dritti come fusi”. Che ridano pure “tanto lo so che vi faccio paura”.

L’attrice del Teatro delle Albe, Ermanna Montanari,  alle prese con la nuova edizione del capolavoro teatrale tratto dal poema in lingua romagnola scritto da Nevio Spadoni (Fotografia di Enrico Fedrigoli)

Forse è per via del maleficio dell’orma che ha fatto morire “quel pretaccio di Ravenna / che aveva disseppellito la mia povera mamma. / Ma si è mai sentito dire / che una povera donna / non possa avere un po’ di pace / neppure sotto terra / perché un pretaccio / è venuto a sapere / che aveva dato via del suo?” Così una sera di maggio la Bêlda, guaritrice e fattucchiera a quel prete fa la posta e applica la malefica arte dell’orma di piede tagliata (pedga tajèda), pratica maligna delle streghe le cui origini sono perdute nel tempo e consistente nel raccogliere in un fardello un po’ di terra dove l’ammaliato ha lasciato un’orma col piede. E così dopo la fattura “è morto il prete”: in soli “tre giorni d’agonia”.

(Il significato simbolico di questa fattura derivava dal fatto che nell’orma rimaneva una parte della persona, un poco della sua anima. L’averla sottratta, imprigionata, occultata o distrutta, aveva il significato di aver privato la vittima di una parte di sé, provocando un danno alla sua integrità, quindi alla sua salute- da “Guaritori e guaritrici in Romagna e Montefeltro” di Giancarlo Cerasoli in “Quaderni della scuola di Storia della Medicina”, atti del convegno “Tra scienza ed empirismo” tenutosi a Novafeltria nel 2017).

La Bêlda è diventata così colei che nel paese tutti scansano perché è “la donnaccia” che di notte prepara le medicine contro i mali di quella stessa comunità che non la ama, neppure la vorrebbe, ma non può farne a meno…

Aperto dal basso continuo di Roccato il monologo di Ermanna Montanari, più vicino a un assolo di strumento diventa progressivamente un canto che apre grandi spazi dentro un buio profondo. Uno spot inquadra e restringe il campo sulle mani dell’attrice che sembra sciogliere nodi invisibili mentre lentamente la scena diventa un cerchio in penombra. Figura geometrica ancestrale che segna fisicamente il confine invalicabile per gli esercizi di una sciamana che “vede” il tempo, conosce gli uomini e intuisce il rovinoso cammino verso l’estinzione. “Ridete, ridete, ma cosa ridete, disgraziati/ non c’è più scampo per nessuno!/ Fuggite, fuggite, finché siete in tempo…”.

Al centro di “Lus”, con la regia di Ermanna Montanari e Marco Martinelli la figura di una guaritrice romagnola protagonista del poema di Nevio Spadoni (Fotografia di Marco Sciotto)

La Bêlda /Montanari appare personaggio che raccoglie l’aura di una creatura a metà tra il naturale e il fantastico. Nasce dall’esperienza quotidiana del mondo, la piccola comunità, ma va oltre praticando l’invisibile. Ricorda, quasi per assonanza, un personaggio di Anna Maria Ortese, la protagonista del racconto de “L’Iguana” (1965) che, come ricorda Monica Farnetti nella introduzione de “I romanzi di Anna Maria Cortese” (2002 Adelphi editore) è una “donna-lucertola o donna serpente, una grottesca Melusina che rappresenta a suo modo il divino spirito della natura e del mondo…”. Entrambe ridefiniscono il concetto di umano e vivono con disagio la loro società di riferimento.

Figura di transizione, erede di un mondo che ha conosciuto gli Inferi e vissuto nella normalità di un tempo diviso la Bêlda è la parte dark della natura. Viene derisa e insultata eppure continua a chiedere la luce per illuminare il buio delle coscienze. Lo chiede per tutti. Un atto di generosità senza contropartite – come dice il poeta Nevio Spadoni presente in sala al termine della rappresentazione- un atto di compassione verso un mondo dominato dalla misoginia, che odia la donna, odia la diversità. “Ridetemi dietro/ sputatemi addosso…”. Lei è la Bêlda “la figlia di Armida/la strega del paese./ Ridete, ridete, ma cosa ridete…”

Curì a là int al lêrgh, curì int al tér,/ sfarghiv, sfarghiv j oc/ cun la gvaza dla matena,/sfarghiv, prema ch’a dgvintiva/zigh d’afat!/ Sgnór, t’ans’vu piò?/

Lus, Lus,/ a voi la lus”.

Correte là nelle terre sterminate, / strofinatevi gli occhi / con la guazza del mattino, / strofinatevi, prima di diventare / ciechi del tutto! / Signore, non ci vuoi più? / Luce, luce / voglio la luce”.

La Bêlda è la figura della guaritrice e fattucchiera  derisa da tutti gli abitanti del villaggio ma dagli stessi ricercata per guarire dai mail. Ermanna Montanari in “Lus” (Fotografia di Enrico Fedrigoli)

 

 

 

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