Ethical HR Veronica Iannone

Economia civile

Iannone: l’Organizzazione come cantiere educativo. Il lavoro tra sviluppo umano e responsabilità civile

Gli ambienti di lavoro sono ecosistemi di apprendimento permanente. Per approfondire questa visione, abbiamo dialogato con Veronica Iannone, Pedagogista e Assistente Europarlamentare, esplorando le dimensioni invisibili che rendono un’azienda un luogo di fioritura umana.

30 Aprile 2026

Nel panorama socio-economico attuale, stiamo assistendo a una silenziosa rivoluzione: l’azienda non è più soltanto il luogo della produzione, ma è diventata, a tutti gli effetti, un’istituzione educativa. Se per secoli la pedagogia è stata confinata alle aule scolastiche o alla sfera familiare, oggi il “valore pedagogico del lavoro” uno strumento di competitività e di benessere sociale.

Il lavoro, infatti, occupa mediamente un terzo della nostra vita adulta. Non è un’attività neutra: modella il cervello, influenza i comportamenti civici e definisce l’identità. Secondo il rapporto Gallup State of the Global Workplace 2024, il basso coinvolgimento dei lavoratori costa all’economia globale circa 8,8 trilioni di dollari, ovvero il 9% del PIL mondiale. Ma il dato più allarmante è di tipo pedagogico: solo il 23% dei dipendenti nel mondo si sente davvero “coinvolto”, evidenziando un vuoto di senso che nessuna competenza tecnica (hard skill) può colmare da sola.

Rifacendoci alla visione di Adriano Olivetti, che vedeva nella fabbrica un fine non solo economico ma di “elevazione spirituale”, capiamo che l’organizzazione è un ecosistema di apprendimento permanente. Per approfondire questa visione, abbiamo dialogato con Veronica Iannone, Pedagogista e Assistente Europarlamentare, esplorando le dimensioni invisibili che rendono un’azienda un luogo di fioritura umana.

La qualità degli ambienti relazionali

Secondo la letteratura scientifica, nei team in cui esiste la libertà di esprimersi senza timore di ritorsioni, l’apprendimento organizzativo accelera drasticamente. Senza fiducia, il cervello entra in modalità “sopravvivenza”, inibendo la corteccia prefrontale responsabile del pensiero creativo. Da qui il concetto di Sicurezza Psicologica sviluppato da Amy Edmondson (Harvard Business School).

Veronica, spesso ci concentriamo sulle competenze tecniche, ma lo spazio di lavoro è prima di tutto un luogo in cui ‘impariamo a stare con gli altri’. In che modo la qualità delle relazioni quotidiane e il clima di fiducia influenzano non solo la serenità, ma la capacità stessa delle persone di evolvere?

«Secondo me la qualità delle relazioni è il vero “invisibile” che determina tutto. Puoi avere persone bravissime tecnicamente, ma se manca fiducia, quelle competenze restano inespresse o vengono usate male. Quando c’è un clima sano, le persone si sentono viste, non giudicate. E questo cambia proprio il modo in cui pensano e agiscono: si espongono di più, propongono idee, rischiano. È lì che nasce la crescita. Al contrario, in ambienti rigidi o poco sicuri, le persone si chiudono, fanno il minimo indispensabile, e smettono di evolvere. Quindi sì, la qualità delle relazioni non incide solo sul benessere, ma direttamente sul potenziale umano. È come se desse o togliesse “spazio interno” alle persone.»

Il Lavoro come ricerca di senso e narrazione di sé

L’attività professionale occupa, di fatto, una parte centrale nella nostra identità. Se il lavoro perde significato, la persona si sente svuotata. Non a caso, secondo la pedagogia di John Dewey, se l’azienda riduce lo spazio per la narrazione del sé, produce alienazione, termine che la sociologia classica (da Marx a Weber) ha ampiamente analizzato come la frattura tra l’individuo e il suo operato.

Come può un’impresa strutturarsi affinché il lavoro quotidiano sia allineato ai valori personali e alle aspirazioni di realizzazione delle persone?

«Il lavoro non è mai solo esecuzione. È una parte di identità. Anche inconsciamente, racconta chi siamo. Un’azienda dovrebbe partire da questo: non trattare le persone come ruoli, ma come storie. Significa creare contesti in cui le persone capiscono perché fanno quello che fanno, non solo cosa devono fare. Questo si traduce in autonomia, responsabilità vera e soprattutto allineamento tra valori personali e aziendali. Quando questo succede, il lavoro smette di essere solo fatica e diventa uno spazio di realizzazione. Non serve qualcosa di “romantico”, ma qualcosa di autentico: coerenza, ascolto e possibilità di contribuire davvero.»

L’Errore come Spazio di Crescita: La Fine della Cultura della Sanzione

Una ricerca di PwC evidenzia che il 77% dei dipendenti è disposto ad acquisire nuove competenze o a cambiare approccio se l’ambiente permette la sperimentazione. La “cultura dell’errore”, oggi pilastro delle metodologie Agile e Lean Startup, ha una radice pedagogica: è l’errore che genera il conflitto cognitivo necessario per il superamento di un limite preesistente. Potremmo affermare che in assenza di errori non si impara nulla.

Veronica, sappiamo bene che il benessere psicosociale passa anche attraverso il modo in cui un’organizzazione reagisce agli errori e alle fragilità. Come possiamo trasformare i momenti di crisi o gli sbagli professionali in occasioni di riflessione collettiva, invece di limitarli a fallimenti da sanzionare o nascondere?”

«Beh, il modo in cui un’organizzazione gestisce l’errore dice tutto della sua struttura e della sua maturità. Se l’errore viene punito o nascosto, le persone imparano a difendersi, non a migliorare. Si crea paura, e la paura blocca qualsiasi apprendimento. Trasformare l’errore in crescita significa invece normalizzarlo, parlarne, usarlo come occasione di confronto. Non vuol dire abbassare gli standard, ma al contrario alzarli in modo più intelligente. Serve una cultura in cui ci si può dire “ho sbagliato” senza sentirsi svalutati. Solo così si crea responsabilità vera, basata sulla consapevolezza e non sul controllo.»

L’impatto culturale delle organizzazioni: se l’azienda produce cittadinanza

Le organizzazioni hanno il potere di plasmare i valori e i linguaggi delle persone. Se un’azienda promuove l’ascolto, l’etica e l’inclusione, sta sostanzialmente producendo cittadini migliori.

In che modo, secondo te, le aziende possono impattare positivamente sul territorio, soprattutto dal punto di vista civile e culturale?

«Le aziende hanno un impatto enorme, spesso sottovalutato. Non producono solo servizi o profitto, ma modelli culturali. Il modo in cui si lavora dentro un’organizzazione esce fuori: nelle relazioni, nei linguaggi, nei comportamenti quotidiani delle persone anche fuori dall’ufficio. Se un’azienda promuove ascolto, rispetto e inclusione, quelle persone porteranno questi valori nella società. È un effetto a catena. Per questo credo che le aziende abbiano una responsabilità anche civile: possono contribuire a creare comunità più consapevoli, più aperte, più rispettose. Non è qualcosa di astratto, è molto concreto. Parte da come si trattano le persone ogni giorno.»

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