Economia civile
Salute mentale: il 42% delle donne lavoratrici si sente spesso in burnout, contro il 35% degli uomini
Il cosiddetto work-family conflict (la pressione derivante dal bilanciamento tra carriera e carichi di cura) ha ancora un impatto sul benessere psicofisico delle donne, sempre più a rischio burnout e ancora penalizzate dal divario di genere.
Quello delle madri lavoratrici è un tema di profonda urgenza sociale ed è oggetto di riflessioni ricorrenti sulla sostenibilità di alcune organizzazioni (oltre che della società del lavoro).
La condizione di milioni di donne in carriera è definibile attraverso il concetto sociologico di “doppia presenza”, ovvero la gestione simultanea e sovrapposta della sfera professionale e di quella domestica. Questa dinamica impedisce il necessario recupero cognitivo, alimentando un rischio burnout che coinvolge il 42% delle madri lavoratrici. Tale esaurimento, spesso definito “burnout da conciliazione”, è aggravato dal cosiddetto “Shadow Work” (lavoro ombra): un carico invisibile come la gestione di scadenze mediche e scolastiche che le ricerche dell’ American Sociological Review attribuiscono quasi esclusivamente alla figura materna.
I numeri del disagio in Italia: una questione di patrimonio umano
Per un HR Manager attento all’etica, i dati ISTAT che seguono rappresentano un campanello d’allarme gestionale. In Italia, infatti, le donne caricano su di sé il 70% delle ore di lavoro familiare non retribuito. Questo squilibrio non è solo un dato sociale, ma una falla nel sistema di “gestione delle risorse umane” che genera una “povertà di tempo” cronica. Non a caso, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) rileva che la difficoltà di conciliazione è la causa scatenante di oltre il 60% delle dimissioni volontarie delle madri. Per l’impresa, ciò si traduce in una perdita di capitale umano e in un aumento dei costi di turnover, dimostrando che l’inefficienza del welfare si scarica direttamente sulla produttività aziendale.
Ci sono, poi, evidenze empiriche secondo cui il mercato del lavoro punisce la maternità, influenzando direttamente la salute mentale delle madri attraverso la cosiddetta “Motherhood Penalty”. Le ricerche guidate dalla premio Nobel Claudia Goldin dimostrano che il divario salariale di genere esplode con la nascita del primo figlio: la percezione di essere considerate “meno affidabili” o “meno impegnate” dai propri superiori genera nelle mamme un’ansia da prestazione costante nel tentativo di smentire il pregiudizio, con un aumento considerevole dei livelli di cortisolo e un rischio maggiore di depressione reattiva.
Dalla performance all’esistenza: dobbiamo superare il mito della madre lavoratrice “instancabile”
La crisi della salute mentale materna non è un “problema delle donne”, ma il sintomo di un modello economico che sembra aver smarrito la bussola. Da qui la necessità di decostruire una nuova idea di lavoro, superando la logica del mero profitto per accedere a una dimensione che metta la persona al centro del paradigma aziendale.
Secondo la visione di Hannah Arendt, il dramma delle madri moderne risiede nel fatto che la cura sia diventato un lavoro meccanico e ripetitivo: l’azione relazionale, un tempo libera e vitale, viene oggi stritolata dai ritmi feroci della società della performance, privando l’esperienza genitoriale della sua dignità per contribuire a renderla fonte di alienazione. Un altro concetto che torna utile è “l’etica della cura” di Carol Gilligan, il quale ci ricorda che delle organizzazioni davvero etiche non possono limitarsi a concedere briciole di flessibilità. Devono riconoscere l’importanza, la dignità e la figura dei genitori all’interno del gruppo di lavoro, prendendo decisioni strategiche adeguate al contesto.
L’illusione di poter dominare tutto con il multitasking, dunque, collassa contro i limiti e le proprie risorse psicofisiche, generando un “esaurimento delle energie” che è ormai il marchio di fabbrica della nostra società della stanchezza.
Come Lorenzo Tedeschi – Direttore del Magazine ETHICAL HR (edito da Fox and Sparrows Edizioni in collaborazione con TeamDifferent) – ha affermato più volte, riconoscere la dignità e la storia personale di chi lavora è un’importante rivoluzione sociale, che rimette al centro del mondo professionale valori attuali come la giustizia e la cultura etica. Lavorare è un atto politico e ha smesso da tempo di essere un mero ingranaggio di produzione. Parliamo, oramai, di uno spazio autentico di realizzazione dell’esistenza.
Il paradosso della flessibilità e il Diritto alla Disconnessione
Sebbene lo smart working e il lavoro agile siano stati celebrati come le soluzioni definitive per la conciliazione, alcune ricerche di Save the Children evidenziano il rischio che, senza una cultura aziendale basata sul diritto alla disconnessione, la casa finisca per trasformarsi in una “trappola di iper-connessione”. Per le madri, difatti, la flessibilità si è spesso tradotta in una frammentazione del tempo lavorativo, portando alla necessità di recuperare la produttività in orari notturni o durante i weekend per compensare le esigenze di cura familiare.
Trasformare queste riflessioni in pratica, quindi, significa passare dal semplice “supporto” alla reale integrazione organizzativa di nuovi strumenti etici e di cura. Ad esempio:
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Job crafting: permettere di rimodellare i compiti per allinearli ai ritmi biologici e familiari senza perdita di status.
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Leadership empatica: formare i manager a riconoscere i segnali di burnout non come mancanza di impegno, ma come segnale di un sistema insostenibile.
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Valorizzazione delle competenze di cura: riconoscere formalmente che la gestione di una famiglia sviluppa abilità di negoziazione, gestione delle priorità e resilienza che sono asset strategici per l’azienda.
In conclusione, la vera sfida per le organizzazioni e il mondo del lavoro risiede nel concretizzare le diverse discussioni sulla Direttiva 2003/88/CE per il Working Time e sull’urgenza di un Diritto alla Disconnessione. Non possiamo più chiedere alle madri di fare da ammortizzatrici sociali e dobbiamo iniziare a guardare alla salute mentale materna come a un termometro di sostenibilità e democrazia.
Il vero progresso non riguarda l’abitare aziende efficienti ma profondamente disumane: occorre ridisegnare il benessere psicosociale dei lavoratori (e delle madri) come fosse un investimento sociale primario. Così da passare da una cultura del sacrificio a una “cultura del senso”. Solo allora avremo ottenuto un mondo del lavoro a misura di esseri umani.
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