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Senato USA. Oregon. Sen. Jeff Merkley pronto per il quarto mandato: il progressista che sfida Wall Street e Trump
In Oregon, uno degli Stati più sicuri per i Democratici, Sen. Jeff Merkley pronto a conquistare a novembre il suo quarto mandato. Progressista rigoroso, nemico di Wall Street e campione delle battaglie procedurali al Senato, resta il simbolo della sinistra istituzionale americana
Se Arkansas e Mississippi o la Louisiana rappresentano l’America conservatrice dove i repubblicani possono considerare il seggio senatoriale una rendita quasi ereditaria, l’Oregon costituisce il corrispettivo democratico sulla costa occidentale. Uno dei tanti “Stati bolla” di questa tornata elettorale: territori nei quali la vera partita si gioca alle primarie e dove l’elezione generale serve soprattutto a misurare gli equilibri interni ai partiti più che a determinare l’esito finale.
Dopo le primarie del 19 maggio, il quadro è ormai definito.
Il senatore democratico uscente Jeff Merkley cercherà il quarto mandato affrontando il repubblicano David Brock Smith, esponente dell’Oregon rurale e costiero, interprete di una piattaforma costruita su sicurezza pubblica, sostegno alle imprese locali, gestione forestale e critica all’egemonia politica delle aree urbane di Portland e Salem. Una candidatura che fotografa bene la geografia politica dello Stato ma che non potrà minimamente mettere in discussione la tenuta democratica dell’Oregon.
I repubblicani non conquistano un seggio senatoriale federale dal 2002. Fu proprio Jeff Merkley, nel 2008, a sconfiggere il repubblicano Gordon Smith, ultimo senatore GOP eletto nello Stato. L’ultimo Governatore GOP risale addirittura agli anni ’80, visto che dal 1987 la massima carica statale è DEM. L’ultima vittoria GOP nelle elezioni presidenziali in Oregon l’ha ottenuta Ronald Reagan nel 1984.
Tre fattori fondamentali spiegano la situazione: la crescita enorme dell’area metropolitana di Portland e Salem, l’aumento della popolazione istruita e urbana e l’identificazione crescente dello Stato con temi come ambiente, diritti civili, energie rinnovabili e multiculturalismo.
Oggi l’Oregon è politicamente simile alla California: le contee rurali votano massicciamente repubblicano, ma Portland e i suoi sobborghi concentrano una quota tale della popolazione da rendere estremamente difficile per il GOP vincere una competizione statewide.
È proprio questa dinamica che rende la corsa di Sen. Jeff Merkley nel 2026 una tipica elezione da “Stato bolla”: una competizione politicamente interessante per capire gli equilibri interni dei partiti, ma che difficilmente dovrebbe mettere davvero a rischio il controllo democratico del seggio.
Il senatore che sfidò Hillary per Bernie
Jeff Merkley occupa una posizione peculiare nel panorama democratico americano. Non possiede la notorietà televisiva di Sen. Elizabeth Warren (MA, 2012) né il carisma movimentista di Sen. Bernie Sanders (VT,2006), ma da oltre quindici anni rappresenta una delle voci più influenti della sinistra senatoriale.
Nato nel 1956 a Myrtle Creek, piccolo centro dell’Oregon meridionale, ama ricordare di essere stato il primo della sua famiglia a frequentare l’università. Dopo gli studi a Stanford e Princeton, costruisce la propria carriera politica nell’assemblea legislativa statale fino a diventare Speaker della Camera dell’Oregon.
Lì costruì la sua reputazione di progressista pragmatico: finanziamento scuole pubbliche, diritti LGBTQ+, ambiente, restrizioni sul fumo indoor, rafforzamento del welfare locale.
La sua consacrazione nazionale arriva però nel 2016, quando compie una scelta che allora sembrava quasi un atto di ribellione: è l’unico senatore democratico in carica a schierarsi apertamente con Bernie Sanders contro Hillary Clinton nelle primarie presidenziali. Un gesto che gli garantisce una credibilità duratura presso la base progressista e lo trasforma in uno dei riferimenti della sinistra democratica organizzata.
Merkley appartiene infatti a quella corrente che negli Stati Uniti viene spesso definita “movement progressive”: meno interessata alla politica identitaria e più concentrata sui temi della giustizia economica, della regolazione finanziaria, della riforma delle istituzioni democratiche e della lotta alle concentrazioni di potere economico.
L’uomo che ha dichiarato guerra a Wall Street
Se esiste un dossier che più di ogni altro definisce la sua carriera, questo è il rapporto con il sistema finanziario americano.
Dopo la crisi del 2008, Merkley diventa uno dei principali architetti della risposta democratica a Wall Street. Il suo nome resta legato soprattutto al cosiddetto “Merkley-Levin Amendment”, confluito nella riforma Dodd-Frank e successivamente divenuto il cuore operativo della celebre Volcker Rule.
L’idea era semplice quanto rivoluzionaria: le banche che beneficiano della protezione pubblica sui depositi non devono poter utilizzare quelle risorse per operazioni speculative ad alto rischio. Una regola, ispirata dall’ex presidente della FED Paul Volcker che divenne legge proprio per l’iniziativa legislativa di Merkley.
Negli anni successivi Merkley continuò a difendere la Volcker Rule contro le pressioni delle lobby finanziarie, accusando Wall Street di voler svuotare la riforma attraverso deroghe e interpretazioni regolatorie favorevoli.
Per questo è considerato uno dei più importanti legislatori anti-speculazione finanziaria dell’era post-Lehman, una posizione che gli ha procurato il rispetto degli ambienti progressisti e l’ostilità di una parte significativa della grande finanza americana.
Per anni ha denunciato il fenomeno del “too big to fail”, sostenendo che banche troppo grandi finissero inevitabilmente per diventare anche troppo potenti da controllare.
In questo percorso ha trovato una naturale alleata nella senatrice del Massachusetts, Sen. Elizabeth Warren.
Se Warren è diventata il volto nazionale della battaglia contro gli eccessi della finanza, Merkley ne è stato l’ingegnere parlamentare, lavorando sui dettagli normativi e regolatori che hanno trasformato quelle battaglie in legislazione.
Il crociato delle regole del Senato
C’è però un altro tema che racconta forse ancora meglio la personalità politica del senatore dell’Oregon: il filibuster.
A Washington Merkley è considerato una sorta di “ingegnere delle regole”. Da anni sostiene che il moderno filibuster, basato sulla semplice minaccia di ostruzionismo, abbia paralizzato il funzionamento del Senato.
La sua proposta è sempre stata controcorrente: non abolire del tutto il diritto di ostruzione, ma costringere chi vuole bloccare un provvedimento a farlo pubblicamente, parlando in aula per ore e assumendosi il costo politico della propria scelta.
Paradossalmente, proprio lui è diventato uno dei più celebri utilizzatori del filibuster classico.
Nel 2017 tenne un intervento di oltre quindici ore contro la nomina del giudice Neil Gorsuch alla Corte Suprema.
Un intervento storicamente importante perché rappresentò uno degli ultimi grandi filibuster simbolici prima dell’uso definitivo della “nuclear option” sulle nomine della Corte Suprema da parte dei repubblicani di Sen. Mitch McConnell. Dopo quella battaglia, le conferme alla Corte Suprema passarono definitivamente a maggioranza semplice.
Nel 2025 superò addirittura le ventidue ore consecutive in un discorso contro quello che definì il rischio di una deriva autoritaria nell’America di Trump che definì apertamente come “la più grave minaccia alla Repubblica dalla Guerra Civile”.
Per Merkley il filibuster non è uno strumento tattico ma un gesto morale: una forma estrema di allarme democratico da utilizzare soltanto nei momenti che considera decisivi per il Paese.
Il volto della resistenza anti-Trump
Negli ultimi anni il senatore dell’Oregon è diventato uno dei più duri oppositori dell’universo trumpiano.
Già nel 2018 attirò l’attenzione nazionale tentando di entrare nel centro texano dove venivano trattenuti i figli dei migranti separati dai genitori durante la politica migratoria dell’amministrazione Trump. Le immagini del senatore fermato all’ingresso fecero il giro del Paese e contribuirono a trasformarlo da tecnico della politica a simbolo della protesta progressista.
Oggi Sen. Jeff Merkley interpreta una parte consistente del Partito Democratico che considera Trump non soltanto un avversario politico ma una minaccia sistemica per l’equilibrio costituzionale americano. Da qui il tono spesso drammatico dei suoi interventi pubblici e la sua costante mobilitazione sui temi della difesa delle istituzioni democratiche.
Il “progressista istituzionale” del caucus democratico
All’interno del caucus democratico del Senato, Jeff Merkley occupa una posizione peculiare. Non appartiene né all’establishment moderato né alla sinistra più mediatica e movimentista. È piuttosto l’esponente di una corrente che potrebbe essere definita progressismo istituzionale: radicale nei contenuti, ma profondamente concentrata sulle regole, sulle procedure e sugli assetti di lungo periodo della democrazia americana.
Se Sen. Bernie Sanders mobilita l’elettorato progressista e Sen. Elizabeth Warren costruisce la grande narrazione contro gli eccessi del capitalismo finanziario, Sen. Jeff Merkley svolge il ruolo dell’architetto legislativo. La sua influenza deriva dalla competenza maturata sui temi della regolazione bancaria, della riforma del Senato, della trasparenza politica e della difesa delle istituzioni democratiche.
Con i suoi riferimenti politici naturali, condivide la diffidenza verso Wall Street, l’attenzione alle disuguaglianze e l’idea di un Partito Democratico meno dipendente dai grandi interessi economici. Più distanti risultano invece i rapporti con l’ala centrista e clintoniana del partito, che spesso considera Merkley troppo ideologico e poco incline ai compromessi sulle grandi questioni istituzionali.
Particolarmente significativo è il rapporto con l’altro senatore dell’Oregon, Sen. Ron Wyden (OR, 1996). I due votano quasi sempre nella stessa direzione ma incarnano due culture politiche differenti. Wyden è il negoziatore pragmatico, esperto di fisco, tecnologia e compromessi bipartisan; Merkley è il custode dell’identità progressista dello Stato, più interessato alle regole democratiche e agli equilibri di sistema. Insieme sono una delle delegazioni democratiche più efficaci e complementari del Senato.
Pur non ricoprendo ruoli formali di vertice, Merkley è oggi considerato uno degli “ideologi organizzativi” del Partito Democratico e una figura ascoltata soprattutto quando il dibattito riguarda Wall Street, il filibuster, le regole del Senato e l’evoluzione della democrazia americana.
Il triatleta che studia il regolamento
Sul piano personale, Merkley rappresenta quasi un’anomalia nel Senato contemporaneo. Mentre molti colleghi coltivano la dimensione televisiva e social della politica, lui continua a mantenere la reputazione di senatore austero, quasi ascetico. Per anni ha guidato una Toyota Prius, ha evitato gli eccessi della vita mondana di Washington ed è diventato famoso per la sua attenzione quasi maniacale alle procedure parlamentari.
I collaboratori raccontano che prepari personalmente enormi raccoglitori di documenti prima delle grandi battaglie legislative e che legga per piacere saggi sulla storia del filibuster. Il suo ufficio è stato più volte descritto dai giornalisti come un incrocio tra uno studio universitario, una war room progressista e il laboratorio di un professore di scienze politiche.
Allo stesso tempo è un atleta di endurance. Ha partecipato a competizioni Ironman e mantiene una disciplina fisica che molti colleghi più giovani faticano a seguire. Non a caso i suoi celebri discorsi-fiume vengono spesso descritti come vere e proprie gare di resistenza sportiva. Durante la maratona parlamentare contro la nomina di Neil Gorsuch, dopo oltre dieci ore consecutive di intervento, il suo staff arrivò a distribuirgli snack energetici e miele per preservare la voce, in una scena che alcuni cronisti paragonarono più a una tappa del Tour de France che a un dibattito parlamentare.
Dietro l’immagine del senatore rigoroso si cela però anche una forte componente identitaria. Merkley è profondamente legato all’Oregon, tifoso degli Oregon Ducks e interprete di quella cultura politica del Pacific Northwest che combina ambientalismo, sobrietà personale e diffidenza verso i grandi centri di potere economico e finanziario.
Un seggio che non sfuggirà ai democratici
Il voto di novembre consegnerà a Sen. Jeff Merkley il quarto mandato consecutivo.
In un Senato sempre più polarizzato e dominato da figure mediatiche, l’Oregon continuerà, così, ad eleggere uno dei personaggi più insoliti della politica americana: un progressista ideologico, nemico storico di Wall Street, difensore delle procedure parlamentari, atleta da endurance e convinto che la qualità della democrazia dipenda anche dalle regole con cui funziona il Congresso.
In altre parole, uno degli ultimi veri ‘senatori istituzionali’ della sinistra americana: meno interessato alle luci dei talk show che alla scrittura delle regole destinate a sopravvivere alle stagioni politiche.
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