America

Il Senato USA dopo le elezioni di midterm. I cambiamenti già sicuri tra i DEM

Una veloce rassegna dei Senatori che non saranno ricandidati a novembre e le conseguenze nei partiti e sugli equilibri del Senato

19 Aprile 2026

Sen. Addison Mitchell “Mitch” McConnell Jr. non sarà il solo a lasciare sicuramente il Senato.

Al momento sono già 11 i Senatori (eletti nel 2020) che non si ricandideranno.

L’esito di alcune primarie (quella GOP in Texas ad esempio) potrebbe vedere anche qualche altra “uscita di scena” eccellente.

Ma il primo dato politico rilevante è proprio questo: le elezioni del 2026 vedranno sicuramente un rinnovamento importante del Senato.

Ancora più significativo se si considera quanto avvenuto nel 2024: 9 “incumbent” non si erano ricandidati, 3 “incumbent” sono stati sconfitti alle elezioni e 2 senatori in carica hanno lasciato il loro seggio (Sen. J.D. Vance, OH e Sen. Marco Rubio, FL) per il ruolo assunto nell’Amministrazione Federale.

In soli due anni quindi almeno 25 nuovi Senatori su 100.

Ovviamente, non tutti i cambiamenti pesano allo stesso modo.

In qualche caso, è diverso solo il nome del Senatore in carica, in altri casi i cambiamenti possono spostare l’asse ideologico del Senato, incidere sulla maggioranza e, quindi, sulla forza dell’Amministrazione Federale.

È sicuramente il caso del ritiro di Sen. Mitch McConnell, che lascia dopo 42 anni di mandato e 17 anni di leadership GOP, per le ragioni commentate qui.

Nessun ritiro peserà quanto il suo, ma sicuramente altri avranno effetti importanti sugli equilibri interni di partito e complessivi del Senato e sul rischio per entrambi i partiti di vedere un “flip” di uno dei seggi detenuti.

Ricordo che i Repubblicani partono da una maggioranza 53–47 e che è molto difficile (come spiegavo qui) che i Democratici riescano a riprendere il controllo del Senato.

Analizziamo più nel dettaglio in questo articolo i 4 ritiri già ad oggi sicuri, tra le file dei DEM.

In un prossimo contributo analoga analisi sui 6 ritiri GOP oltre a quello già commentato di Sen. Mitch McConnell

I 4 Senatori Democratici che non saranno ricandidati. 

I 4 Senatori democratici che si ritireranno nel 2026 rappresentano quattro anime molto diverse del caucus DEM al Senato con implicazioni molto diverse sulla mappa elettorale.

Complessivamente spingono il caucus DEM verso una nuova generazione e aprono il tema della successione alla leadership di Sen. Chuck Schumer (NY, 1998), alla guida del gruppo dal 2017. Lasceranno il loro seggio i Senatori DEM,

  • Richard Joseph “Dick” Durbin (IL, 1996)
  • Cynthia Jeanne Shaheen (NH, 2008)
  • Gary Charles Peters Sr. (MI, 2014)
  • Tina Flint Smith (MN,2017).

Il ritiro più pesante in campo DEM è sicuramente quello di Sen. “Dick” Durbin (IL, 1996).

Il seggio dell’Illinois sarà sicuramente confermato dai DEM ma esce di scena uno storico rappresentante della leadership democratica: in Senato dal 1997 e dal 2005 “whip” e, quindi, n.2 del caucus DEM. In pratica è stato l’architetto operativo della disciplina democratica al Senato.

30 anni ininterrotti di presenza in Senato (5 elezioni vinte) si spiegano con il suo posizionamento non ideologico e con la capacità di costruire attorno a se una coalizione elettorale non polarizzata esclusivamente sulla visione “Chicago liberal”.

Storico esponente del c.d. “liberal institutionalism” DEM, che si caratterizza per la difesa delle istituzioni costituzionali e una forte fiducia nelle regole del Senato e si traduce in un lavoro rilevante a livello di Commissioni, nella preparazione delle leggi, nell’“oversight” (controllo dell’operato dell’esecutivo) e nella costruzione di accordi bipartisan.

Politicamente si è caratterizzato per il forte sostegno alla NATO e alle alleanze e organizzazioni multilaterali e per un approccio graduale e tecnocratico alle policy. Progressista nei valori, ma sempre orientato alla disciplina di caucus e al compromesso procedurale.

È stato una figura centrale nelle battaglie sulle nomine giudiziarie federali, sulla riforma del filibuster e sulle conferme alla Corte Suprema, ma soprattutto ha avuto un enorme peso nel plasmare la strategia della leadership DEM degli ultimi 20 anni.

Il partito (e il Senato) perde uno dei suoi massimi “guardiani delle regole” e si riduce ulteriormente il peso dell’ala istituzionale più anziana.

Con il ritiro di Sen. Jeanne Shaheen (NH, 2008) esce di scena un esponente dell’ala moderata e centrista, molto qualificata sui temi della politica estera, dell’energia e sulle politiche di bilancio. È stata sicuramente una delle voci DEM più autorevoli sui temi legati alla sicurezza euro-atlantica.

In Senato dal 2008, dopo aver svolto un mandato da Governatore del New Hampshire, ha sempre dimostrato un profilo molto personale con una forte capacità di attrarre elettori indipendenti.

Quando una sorta di “istituzione locale” come lei si ritira è normale che la conferma del seggio risulti molto più difficile.

Anche se le previsioni dicono che i DEM dovrebbero prevalere a novembre, la competizione sarà sicuramente molto aperta soprattutto se le primarie GOP dovessero essere vinte da John Edward Sununu (figlio di John H. Sumuno, Governatore dello Stato dal 1983 al 1989 e poi Capo dello Staff di George H.W. Bush e fratello di Chris Sumuno, Governatore del New Hampshire dal 2017 al 2025) che, dopo essere stato nominato Senatore nel 2003 per ricoprire un seggio vacante, era stato sconfitto nel 2008 proprio  da Sen. Jeanne Shaheen.

In ogni caso, anche se dovessero conservare il seggio i DEM perdono una delle loro migliori figure per catturare il voto “indipendente” e si ridurrà il peso dell’ala più moderata in politica estera con un probabile spostamento verso un candidato DEM meno attento ai temi euro-atlantici.

Lo Stato in cui il seggio sarà sicuramente a rischio per i DEM è invece il Michigan, con il ritiro di Sen. Gary Peters Sr. (MI, 2014).

Sicuramente un personaggio “poco mediatico” ma, oltre che uno dei migliori “fundraiser”, estremamente capace, a partire da un forte consenso urbano e nella base sindacale, di costruire alleanze elettorali molto forti e decisive in uno Stato “swing” con competizioni sempre molto incerte,

È stato un perfetto interprete dello storico asse DEM capace di unire il sindacato con i ceti medi e i settori più moderati.

Nei suoi due mandati al Senato ha lavorato molto soprattutto sui dossier economici (ha, nei fatti, definito la politica DEM sulla Cina) e di politica industriale con un approccio molto pragmatico capace di ottenere non pochi risultati sia sui dossier generali che su quelli di specifico interesse dello Stato.

Soprattutto ha rappresentato i DEM in una delle Commissioni più potenti e trasversali del Senato (l’Homeland Security and Governmental Affairs Committee) che combina la competenza su due ambiti chiave: sicurezza interna e funzionamento dello Stato federale. È, cioè, il principale organo di oversight civile su tutto il sistema di sicurezza interna USA post-11 settembre e il “comitato watchdog” del Senato.

Il suo ritiro è dunque il più delicato strategicamente per i DEM e il partito perde un profilo perfetto e competitivo per il Midwest con un elevato rischio di sua sostituzione con un candidato più ideologico e meno adatto all’elettorato “swing” del Michigan.

Le previsioni al momento sono molto volatili, ma quel che è certo è che se i DEM dovessero perdere questo seggio la loro strada per provare a ribaltare la maggioranza in Senato da molto difficile diventerebbe proibitiva.

Il quarto Senatore DEM a non candidarsi per un nuovo mandato è Sen. Tina Flint Smith (MN,2017).

Senatrice considerata parte dell’ala progressista DEM, anche se con uno stile molto manageriale e meno polarizzata rispetto a Sen. Bernie Sanders (VE, 2006) o Sen. Elisabeth Warren (MA, 2012).

Molto attiva sui temi del diritto all’aborto, sanità e politiche familiari, lavoro, aree rurali.

Entrata in Senato dopo la nomina del Governatore seguita alle dimissioni di Sen. Al Franken, ha consolidato il seggio vincendo l’elezione speciale del 2018 e poi l’elezione regolare del 2020.

Il suo ritiro apre una sfida tra le diverse componenti DEM dagli esiti al momento incerti e potrebbe portare a far emergere un profilo più energico e nazionale, visto che in Minnesota le possibilità di mantenere il seggio per i DEM sono elevate.

 

Alcune conclusioni e le principali conseguenze dei quattro ritiri DEM.

 Il partito perde sicuramente tre dei suoi pilastri al Senato, con un doppio rischio da affrontare.

Da un lato, un cambiamento di profilo ideologico con la possibilità di vittoria alle primarie di candidati meno moderati e con un minore appello in stati “swing”, dall’altro, un rischio elettorale inevitabile quando si è in presenza di un “open seat” in uno stato competitivo, ancora più rilevante se si considera che per riprendere il Senato i DEM devono difendere tutti e 4 i seggi.

Se il ritiro più pesante per gli effetti sulla linea del partito è quello di Sen. “Dick” Durbin (IL, 1996) quello più pesante sulla possibilità di mantenere il seggio e quindi sul controllo del Senato è il ritiro di Sen. Gary Peters Sr. (MI, 2014).

In Illinois il vero rischio non è certo il candidato che emergerà dalle primarie GOP, ma quali saranno le conseguenze della candidatura uscita da primarie molto competitive e incerte vinte dal vicegovernatore dello Stato Juliana Stratton.

Si tratta di un netto salto a sinistra nel linguaggio e nelle priorità, Stratton ha vinto con una piattaforma centrata su “Medicare for All”, salario minimo a 25USD e una posizione molto radicale su immigrazione e abolizione ICE, trainata da una coalizione centrata sui ceti urbani e sull’elettorato afroamericano molto caratterizzata in senso progressista.

Una candidatura che configura un’azione in Senato meno da “attore istituzionale” e più da voce politica mobilitante su temi identitari per la sinistra DEM.

Viceversa, il Michigan è il prossimo novembre uno dei pochi Stati che potrebbero far registrare un “flip” del seggio senatoriale.

Per i DEM il ritiro del candidato ideale per lo stato potrebbe rivelarsi un problema insormontabile.

Sen. Gary Peters Sr. (MI, 2014) si presentava, infatti, come il candidato ideale per il Michigan: profilo moderato, con una forte rete sindacale e alta credibilità nel mondo industriale, con un appeal anche tra l’elettorato suburbano. Sarà pressoché impossibile replicarlo.

Le primarie saranno il prossimo 4 agosto e i candidati si presentano con profili molto diversificati tra loro. Le 3 alternative principali che si stanno contendendo la candidatura DEM hanno sondaggi ancora vicini tra loro e molti elettori indecisi da conquistare, ma rappresentano 3 anime molto distinte: una candidatura di sinistra progressista, molto simile a quella emersa in Illinois, una candidatura dell’area liberal, molto mediatica, forte su diritti civili e ceti urbani istruiti e una candidatura moderata, molto centrata sui temi economici, lavoro, manifattura, competitività.

In Illinois spostarsi a sinistra non ha conseguenze elettorali a novembre, ma in Michigan la scelta rischia di essere tra vincere le primarie e vincere il seggio senatoriale.

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