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Senato USA. New Mexico. Sen. Ben Ray Luján, il senatore che viene dalla terra di confine
In uno Stato in cui gli ispanici sono il 49% della popolazione e i nativi americani l’11% solo un senatore profondamente radicato nella sua comunità può sopravvivere ai cambiamenti.
Il New Mexico è uno degli Stati più difficili da raccontare con le categorie ordinarie della politica americana. È Sud-Ovest, ma non è Arizona. È frontiera, ma non è Texas. È uno Stato rurale, povero in molte sue aree interne, e nello stesso tempo ospita alcuni dei più importanti laboratori scientifici e nucleari degli Stati Uniti. È attraversato da ranch, pueblos nativi, comunità agricole ispaniche, basi militari, università, centri di ricerca, deserti, montagne e città che hanno un peso politico crescente, da Albuquerque a Santa Fe fino a Las Cruces.
È anche lo Stato più ispanico degli Stati Uniti. Secondo i dati demografici statali, circa il 49% della popolazione è ispanica e circa l’11% è nativa americana: una composizione che rende il New Mexico un caso quasi unico nella geografia politica americana. Non una semplice variante del voto latino contemporaneo, ma una società segnata da identità anteriori alla stessa nascita degli Stati Uniti. Qui molte famiglie hispanas non discendono da immigrazioni recenti, ma da comunità radicate da secoli nel territorio, prima ancora che il New Mexico diventasse parte dell’Unione.
È dentro questa storia che va collocato Sen. Ben Ray Luján.
Se Sen. Cory Booker è figlio di Newark, Luján è figlio del New Mexico. Non in senso retorico, ma quasi letterale.
La sua identità politica coincide con quella geografica, culturale e familiare dello Stato. Per capirlo bisogna partire da Nambé, piccola comunità agricola a nord di Santa Fe, vicina ai pueblos di Nambé e Pojoaque, lontana dalla politica nazionale e immersa in quel mondo di terre comunitarie, parentele locali e tradizioni ispaniche che costituisce una parte profonda dell’anima del Southwest.
La sua biografia non passa per Harvard, Yale o Georgetown. Passa dall’Università del New Mexico e dalla New Mexico Highlands University, cioè dalle istituzioni formative della classe dirigente locale. Ma soprattutto passa da una famiglia politica che nel New Mexico ha avuto un peso enorme. Suo padre, Ben Luján, è stato per quasi quarant’anni una delle figure centrali della politica statale, fino a diventare Speaker della Camera del New Mexico. Nel sistema politico locale il cognome Luján non è soltanto un nome: è una dinastia, un riferimento, quasi una grammatica del potere democratico nello Stato.
Sarebbe però sbagliato ridurre Sen. Ben Ray Luján a un erede. La sua ascesa è stata graduale, amministrativa, costruita più sull’organizzazione che sulla visibilità. Prima la Public Regulation Commission del New Mexico, dove si occupa di energia e infrastrutture. Poi la Camera dei Rappresentanti, dove viene eletto nel 2008. Quindi la guida del Democratic Congressional Campaign Committee, l’organismo incaricato di eleggere i deputati democratici. Infine, il ruolo di Assistant Speaker sotto Nancy Pelosi.
È qui che emerge il tratto più interessante del personaggio. Luján non è mai stato una star televisiva. Non è un tribuno progressista, non è un candidato presidenziale in potenza, non è una figura costruita per i talk show. È piuttosto un organizzatore politico. Quando Pelosi lo sceglie per guidare il DCCC, molti osservatori restano sorpresi; quattro anni dopo, nel 2018, i Democratici riconquistano la Camera nella prima amministrazione Trump e Luján viene considerato uno degli artefici di quella vittoria. La sua forza non è il discorso pubblico, ma la costruzione paziente delle maggioranze.
Nel 2020 arriva il passaggio al Senato. Con il ritiro di Sen. Tom Udall (2008-2020) Luján conquista il seggio democratico e diventa il primo senatore ispanico del New Mexico dopo oltre quarant’anni. Il dato simbolico conta molto: in uno Stato dove l’identità ispanica non è una minoranza recente ma una componente costitutiva della storia collettiva, la sua elezione assume un significato che va oltre la semplice continuità democratica.
Il New Mexico, del resto, negli ultimi vent’anni si è consolidato come Stato democratico a livello federale. Non vota per un candidato repubblicano alla presidenza dal 2004 e l’ultima elezione senatoriale vinta da un repubblicano risale al 2002, con Pete Domenici. Anche nel 2024, pur dentro una geografia nazionale difficile per i Democratici, Kamala Harris ha vinto lo Stato con circa sei punti di margine.
Il New Mexico non è però un paradiso progressista lineare. È uno Stato povero, segnato da forti disuguaglianze, crisi da fentanyl, aree rurali fragili e una presenza rilevante dell’economia energetica. Proprio per questo il suo voto democratico ha caratteristiche molto diverse da quello delle metropoli costiere.
Luján interpreta questo equilibrio meglio di molti altri democratici nazionali. È progressista, ma raramente ideologico. Difende le comunità rurali, le popolazioni native, gli agricoltori, i territori più periferici. Nello stesso tempo sostiene investimenti in banda larga, energia pulita, ricerca scientifica, infrastrutture, sviluppo industriale e laboratori federali. Il suo New Mexico non è soltanto Santa Fe e Albuquerque. È anche Los Alamos, Sandia, le montagne del Sangre de Cristo, le riserve tribali, i ranch e le comunità agricole del Nord.
Anche le commissioni in cui siede al Senato raccontano questa identità: Finanze, Commercio, Agricoltura, Affari Indiani e Bilancio. Sono esattamente i luoghi in cui un senatore del New Mexico può incidere sui dossier che contano per il proprio Stato: sanità, credito d’imposta, infrastrutture, comunità native, reti rurali, agricoltura, energia, ricerca e risarcimenti per le esposizioni nucleari. Tra questi temi, il RECA, il programma per compensare le vittime delle radiazioni, ha un significato particolare nel Southwest, dove la memoria del nucleare non è astratta ma iscritta nella storia di intere comunità.
Il momento più drammatico della sua carriera senatoriale arriva però nel gennaio 2022, quando viene colpito da un grave ictus cerebellare e deve sottoporsi a un intervento neurochirurgico. In un Senato diviso cinquanta a cinquanta, la sua assenza diventa immediatamente anche un tema politico nazionale. Il rientro, poco più di un mese dopo, con la standing ovation dei colleghi, trasforma la sua immagine pubblica. Non più soltanto il dirigente efficiente del Partito Democratico, ma anche una figura di resilienza personale.
La corsa del 2026 conferma quanto sia forte oggi la sua posizione. Il 2 giugno Luján ha vinto nettamente le primarie democratiche contro Matt Dodson, veterano dell’Air Force e democratic socialist, ottenendo circa l’86% dei voti secondo i risultati diffusi la sera delle primarie. Sul fronte repubblicano, la situazione è ancora più debole: il principale candidato inizialmente presentato non è riuscito a qualificarsi per il voto e Larry Marker, ex operatore del settore oil and gas, è arrivato alla primaria come write-in candidate, con la necessità di superare una soglia minima di voti per accedere alle elezioni generali.
Questo non significa che il New Mexico sia privo di tensioni politiche. Al contrario. La povertà, la sicurezza, l’immigrazione, il fentanyl, il costo della vita e il rapporto tra transizione energetica e industria fossile sono temi reali, che possono erodere consenso democratico in alcune aree rurali e ispaniche. Ma la debolezza organizzativa repubblicana nella corsa senatoriale rende oggi Luján nettamente favorito per un secondo mandato.
La sua scontata riconferma non racconta solo la forza personale di un senatore uscente. Racconta anche la natura peculiare del New Mexico democratico: uno Stato dove il Partito Democratico non vinceperché rappresenta semplicemente il progressismo urbano nazionale, ma perché ha saputo legarsi a identità locali, comunità ispaniche storiche, nazioni native, economia federale, interessi rurali e infrastrutture pubbliche.
Per questo Ben Ray Luján è un senatore meno appariscente di molti altri, ma forse più rappresentativo. Non cerca di incarnare l’intero Paese. Non costruisce la propria carriera sulla visibilità nazionale. Non è destinato alla Casa Bianca. La sua forza sta altrove: nel rapporto quasi organico con lo Stato che rappresenta.
In un Senato sempre più dominato da figure che parlano ogni giorno alla nazione intera, Luján appartiene a una tradizione più antica della politica americana: quella dei senatori territoriali, capaci di accumulare influenza proprio perché non smettono mai di parlare per il proprio Stato. Nel suo caso, quel territorio è il New Mexico: ispanico e nativo, rurale e scientifico, povero e strategico, periferico e indispensabile. Ed è questa coincidenza tra biografia personale e identità collettiva a rendere la sua figura politicamente più interessante della sua stessa campagna elettorale.
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