Geopolitica
La NATO non è ossequio
A Helsingborg Trump ha dichiarato la propria delusione per gli alleati che non hanno sostenuto la guerra all’Iran. Suez 1956 offre il controcampo esatto: cosa succede quando una potenza smette di giustificare le proprie azioni in termini che vadano oltre il proprio tornaconto.
Ad Helsingborg, il 22 maggio, Marco Rubio ha aperto la ministeriale NATO con una dichiarazione molto chiara. Trump, ha detto il segretario di Stato, è “rimasto francamente deluso” dal mancato sostegno di alcuni alleati all’attacco all’Iran. La parola scelta è puntuale: deluso. Come ci si sente quando si dà qualcosa per scontato e si scopre che non lo era.
Il giorno prima, Trump aveva annunciato su Truth l’invio di 5.000 soldati in Polonia. La motivazione ufficiale era il buon rapporto con il presidente Nawrocki, da lui sostenuto alle elezioni. In realtà il dispiegamento era già programmato dal Pentagono e bloccato dallo stesso Trump due giorni prima: ora veniva sbloccato e trasformato in gesto di generosità personale verso un alleato gradito. Contemporaneamente, veniva annunciato il ritiro di 4.000 soldati dalla Germania, decisione presentata da Washington come misura non punitiva ma correlata al mancato sostegno tedesco in Iran. Dunque punitiva.
Il meccanismo è banale e rivela che la NATO è considerata un sistema di fedeltà personale, valutata in base alla deferenza dimostrata verso le scelte militari di un singolo presidente.
La Spagna, che aveva negato l’uso delle basi americane sul proprio territorio per operazioni contro l’Iran, è stata citata da Rubio come caso esemplare di slealtà. “Perché siete nella NATO?”, ha chiesto il segretario di Stato. La domanda dà per scontato che l’adesione all’alleanza implichi la disponibilità automatica a ospitare operazioni militari decise unilateralmente da Washington, senza consultazione, senza mandato condiviso, senza votazione in nessun consesso alleato.
In questo mare, vorrei citare un fatto esemplare.
Il 29 ottobre 1956 Israele attaccò l’Egitto, il Sinai nello specifico. Gran Bretagna e Francia – che con Israele avevano pianificato segretamente l’operazione a Sèvres dopo la nazionalizzazione del Canale di Suez da parte di Nasser – emisero un ultimatum sapendo già che l’Egitto lo avrebbe rifiutato, poi lanciarono i bombardieri. L’operazione era stata tenuta nascosta agli Stati Uniti, agli alleati NATO, al Parlamento britannico. Eisenhower la scoprì dai rapporti della CIA, non dai propri alleati.
La reazione statunitense fu immediata. Eisenhower tagliò i prestiti d’emergenza alla Gran Bretagna, che era in grave difficoltà finanziaria con la sterlina sotto pressione sui mercati. Londra non aveva scelta: accettò il cessate il fuoco il 6 novembre. L’operazione militare era durata due giorni. Eden, Primo ministro si dimise pochi mesi dopo.
Oggi la situazione è rovesciata. Ed è molto grave non comprenderlo.
Nel 1956 furono gli alleati europei a condurre un’azione militare unilaterale senza consultare Washington. Eisenhower li fermò perché quella scelta contraddiceva una visione strategica coerente: evitare l’escalation con Mosca, non offrire al blocco sovietico la propaganda di un’aggressione coloniale occidentale proprio mentre l’Urss schiacciava la rivolta ungherese. Aveva molte ragioni, allineate con i principi che l’America dichiarava di incarnare: sovranità degli stati, legittimità internazionale, nessuna indulgenza verso interventi unilaterali.
Nel 2026 sono gli Stati Uniti a condurre una guerra contro l’Iran senza mandato NATO, senza consultazione preventiva degli alleati. Sono gli Stati Uniti a pretendere gli si mettano a disposizione basi, copertura politica e silenzio. Sono Gli Stati Uniti che accusano chi rifiuta di slealtà all’alleanza.
La differenza tra i due casi è proprio di struttura morale.
Eisenhower disponeva di quello che La Rochefoucauld avrebbe chiamato l’omaggio che il vizio rende alla virtù: l’ipocrisia come vincolo funzionale. L’America del 1956 faceva cose discutibili — sosteneva dittature in America Latina, orchestrava colpi di stato, manipolava elezioni — ma manteneva una cornice narrativa coerente con la quale giudicava anche sé stessa. Quella cornice produceva vincoli reali, obbligava a giustificazioni, moderava gli eccessi. Quando Eisenhower fermò Francia e Gran Bretagna a Suez, lo fece anche per non contraddire quella cornice davanti al mondo.
Trump ha smontato la cornice. L’America attacca l’Iran perché lo decide lei, chiede agli alleati di seguirla perché è lei la più forte, e considera il dissenso un tradimento. La forza produce obbedienza, e l’obbedienza è l’unica forma di solidarietà riconosciuta. Il problema, dal punto di vista della proiezione di potere, è che senza la cornice normativa l’America diventa indistinguibile da qualsiasi altra potenza che agisce per interesse puro. Perde la capacità di distinguersi e con essa gran parte della propria capacità di attrazione.
L’effetto collaterale di Suez lo conosce chiunque abbia qualche nozione di storia del Novecento. De Gaulle trasse da quell’umiliazione — la dimostrazione che gli americani potevano bloccare gli alleati quando conveniva loro — la decisione di uscire dal comando militare integrato della NATO nel 1966 e di dotare la Francia di una forza nucleare autonoma. Il messaggio era semplice: se l’alleanza significa essere fermati quando Washington vuole e trascinati quando Washington decide, meglio costruire la capacità di scegliere da soli.
A Helsingborg, il ministro degli Esteri tedesco ha annunciato che Berlino è pronta ad “assumersi le responsabilità di leadership della NATO in Europa”. Rutte ha detto che l’obiettivo è “diventare meno dipendenti da un unico alleato”. Sono dichiarazioni prudenti, nel linguaggio diplomatico. Nella sostanza, descrivono esattamente il processo che De Gaulle avviò settant’anni fa.
Trump sta accelerando la stessa traiettoria, con la differenza che stavolta non c’è nemmeno un’umiliazione da elaborare. C’è solo la constatazione, fatta in diretta, che l’alleanza vale quanto la fedeltà personale al presidente in carica.
Intelligenti pauca.
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