UE

Ottocento miliardi per non difendersi

Il Consiglio europeo del 18-19 giugno rilancia il riarmo mentre il Medio Oriente brucia. Ma ReArm Europe ripete lo schema del 1954, quando l’Assemblea francese affossò la CED e consegnò il riarmo tedesco alla NATO americana.

11 Giugno 2026

Il 18 e 19 giugno i capi di governo dei Ventisette si riuniranno a Bruxelles mentre il Libano e l’Iran vengono colpiti, la tregua di sessanta giorni è saltata e Teheran e Tel Aviv si rispondono a missili. In questo clima, la difesa europea torna in cima all’ordine del giorno, e ReArm Europe diventa la formula con cui il continente si racconta capace di provvedere a sé stesso.

L’argomento ha una debolezza storica che anche un osservatore di tendenze antimilitariste, e ancor più di spirito realista, deve riconoscere: l’autonomia, l’Europa, se l’è già vista offrire, e l’ha respinta. Era il 1954.

Il Piano Pleven del 1950, di proposta francese, immaginava un esercito europeo per inquadrare il riarmo tedesco senza ricostruire una Wehrmacht nazionale. Dopo due anni di trattative i sei paesi della CECA firmarono a Parigi, il 27 maggio 1952, il trattato istitutivo della Comunità europea di difesa (CED): forze armate comuni, bilancio comune, istituzioni sovranazionali, tutto dentro il sistema atlantico creato con la NATO nel 1949. Al trattato era agganciato un secondo progetto, la Comunità politica europea, embrione di costituzione federale redatto dall’assemblea allargata della CECA. La difesa comune, dunque, doveva trascinare l’unione politica.

A spingere, all’inizio, erano soprattutto gli Stati Uniti, fino all’ultimatum: o i Sei firmavano la CED, o gli Stati Uniti avrebbero armato la Germania per conto proprio. L’Italia di De Gasperi e Spinelli, per ovvie ragioni proprie, credeva nella necessità di unire un continente appena uscito dalla carneficina. Il trattato superò le ratifiche in quattro paesi e si arenò proprio dove era nato. Il 30 agosto 1954 l’Assemblea nazionale francese lo respinse con una question préalable, l’espediente che permise di affossarlo senza discuterlo nel merito: 319 voti contro 264, sotto il governo di Pierre Mendès-France, con i gaullisti e i comunisti a votare insieme. De Gasperi non arrivò al voto: morì il 19 agosto, undici giorni prima. Alla CED aveva lavorato come al seme dell’unificazione politica del continente, e non la vide mai realizzata.

Quello che la Francia voleva evitare, tuttavia, arrivò comunque. Nel 1955 la Repubblica federale tedesca entrò nella NATO e si riarmò, sotto comando atlantico invece che dentro un esercito europeo. Il rifiuto della sovranazionalità consegnò all’Europa una dipendenza meglio organizzata: la Germania riarmata sotto comando americano e il continente ancora privo di una difesa che fosse sua.

Settant’anni dopo lo schema ritorna, ingrandito dalla scala. ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030, mobilita fino a 800 miliardi di euro. Il libro bianco sulla difesa è del 19 marzo 2025, i prestiti dello strumento SAFE valgono 150 miliardi, la clausola di salvaguardia nazionale del patto di stabilità è stata attivata per diciassette Stati a febbraio 2026 per liberare spesa militare dai vincoli di bilancio. La macchina è imponente ma non contiene la difesa europea.

Lo ha messo a verbale la Camera dei deputati in una mozione del 2025: ReArm Europe è un piano di riarmo nazionale, spesa che cresce Stato per Stato senza un passo di integrazione in più. Ogni esercito resta nazionale, ogni catena di comando resta dentro la NATO, ogni capacità strategica decisiva resta statunitense.

È la fotografia del 1955, aggiornata nelle cifre e nel numero dei partecipanti. Allora la Germania si riarmò sotto Washington perché l’Europa aveva rifiutato di farlo insieme; oggi i Ventisette si riarmano sotto Washington perché continuano a rifiutarlo. Gli 800 miliardi sono il conto della CED mai costruita, e lo pagano i contribuenti europei.

Dentro questo quadro l’Italia ha cambiato segno. Nel 1954 stava con chi voleva cedere sovranità per costruire l’Europa; oggi sta con chi la rivendica per non costruirla. Giorgia Meloni preme perché il riarmo passi dai capitali privati e dall’effetto leva di InvestEU, e tiene il debito comune fuori dalla porta, quel debito che farebbe dei Ventisette un soggetto fiscale unico. La sua distanza da De Gasperi misura quanto si è spostato il paese.

Una cosa è cambiata davvero dal 1954: riguarda gli Stati Uniti. Allora volevano un’Europa che si reggesse in piedi da sé e premevano perché la CED nascesse. Oggi Donald Trump vuole un’Europa che spenda di più senza diventare autonoma, buona come mercato per l’industria militare americana e come fianco da non dover più presidiare. La pressione di Washington ha cambiato segno ma l’esito che produce in Europa è rimasto identico: spesa che cresce e sovranità strategica che non nasce. Il continente ha ubbidito a due richieste opposte ed è arrivato due volte alla stessa posizione subordinata.

Il 18 e 19 giugno i Ventisette discuteranno cifre, strumenti, percentuali di PIL. La domanda, che purtroppo non è all’ordine del giorno, è la stessa del 30 agosto 1954: se gli eserciti restano nazionali e il comando resta altrove, chi decide quando si spara? A quella domanda l’Europa ha già risposto una volta, lasciando che rispondesse qualcun altro.

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