Storia

Carlo Ginzburg. La vocazione alla storia

La lezione di vocazione alla storia che Ginzburg ha testimoniato con molta fermezza, a lungo e senza mai andare a vagare, pur muovendosi nel campo largo della storia

17 Giugno 2026

Ci sarà tempo per parlare di Carlo Ginzburg mancato in queste ore e del vuoto che lascia.

Non sono un competente, ma vorrei sottolineare sinteticamente tre questioni che ci riguardano nel nostro rapporto con la storia e con il passato che consentono di riflettere sulla funzione pubblica di Carlo Ginzburg.

La chiamerei la lezione di vocazione alla storia che Ginzburg ha testimoniato con molta fermezza, a lungo e senza mai andare a vagare, pur muovendosi nel campo largo della storia.

La prima questione riguarda il falso in storia.

Alcuni anni fa nel 2023 In un lunga intervista che gli fa Mauro Boarelli  (dal titolo Fake news, tra passato e futuro ed è leggibile qui). Ginzburg sostiene che la questione non sta nel falso, sta nell’educazione a scavare e a scovare il falso.

Si potrebbe osservare che è un’osservazione ovvia, eppure non è così scontata perché presume un passaggio che nell’opinione pubblica non avviene se non attraverso la diffidenza che si traduce nel codice complottista. Ovvero dice Ginzburg:

“perché le fake news possano funzionare occorre una disponibilità ad accoglierle. Certamente una scuola che educa alla coscienza critica rende i cittadini più impermeabili alle fake news. In questo senso l’educazione alla filologia digitale non è un programma assurdo. Penso a un tipo di educazione che promuova un uso sofisticato della rete, non solo per cercare delle risposte, come facciamo tutti, ma anche per produrre domande inattese che rinviano ad altre domande, permettendo di imbastire una ricerca. Un esperimento in questa direzione, a proposito delle false notizie e della loro demistificazione, potrebbe serbare delle sorprese.

Mi è capitato di dire tanti anni fa ad un convegno a Parigi che Google è un gigante stupido, nel senso che non impone le sue domande: siamo noi che dobbiamo imparare a formularle, partendo dalla massa di dati che ci mette a disposizione. Di qui l’idea di porre delle domande a caso, partendo da quello che tecnicamente viene definito un “rumore” da evitare, e che può rivelarsi una ricchezza inaspettata. Ma questo uso sofisticato della rete non può essere appreso dalla rete stessa: richiede dei mediatori umani, cioè gli insegnanti.

Può apparire banale, ma non lo è e comunque questa urgenza rimane ancora senza risposte.

Ginzburg non ne sarebbe sorpreso. Semplicemente avrebbe continuato a porre il problema degli strumenti da attivare, ovvero delle domande da porre che si traducono in atti.

La seconda questione riguarda una capacità di metter in questione la propria storia non avendo l’intenzione di autoassolversi. Lo fa in un libro dialogo con Vittorio Foa che esce per Feltrinelli nel 2003.

Foa racconta le proprie perplessità, cerca di rispondere indagando tra le pieghe della sua storia senza indulgere a ricostruzioni eroiche o monumentalistiche degli anni di militanza politica e sindacale: Giustizia e Libertà, il Partito d’Azione, quello socialista, il Psiup di Basso, Raniero Panzieri e i «Quaderni rossi», il Pdup e Democrazia proletaria. Per non parlare dell’esperienza nella Cgil, del suo essere riconosciuto come voce riflessiva e non «mosca cocchiera».

Ginzburg cerca di scavare in questa biografia estremamente inquieta – e sicuramente eccentrica e affascinante – per coglierne i momenti incerti. Momenti, inquietudini e dubbi che dicono moltissimo quando si voglia comprendere la storia di un’inquietudine non banale, di un rovello che ha prodotto costantemente riflessione critica e creativa.

Di questi momenti inquieti, Foa – nel dialogo – ne mette a nudo tanti: per esempio, il tema del silenzio sulla libertà di giudizio a sinistra e dentro la sinistra negli anni dello stalinismo. (E il tema della doppiezza – in questo caso – risuona ancora più forte perché «nominato» da un nome identitario della sinistra italiana e della sinistra nuova).

Di nuovo il tema è non come si fanno i conti con il passato, ma quale biografia, quali simboli, quali tratti di identità si mettono in questione e si mettono a tema quando si tratta di fare un bilancio di storia solo apparentemente personale, in realtà collettiva? Che cosa si ricorda, che cosa si dimentica’ Quale ordine del discorso si costruisce?

Terza e ultima questione.

Nel 2015 tiene una lezione alla Sorbona riflettendo su Il Gattopardo (il testo è ricompreso nel volume dal titolo Nondimanco, p. 219 e sgg.)

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. È la massima che, credo, chiunque abbia memorizzato de Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. “Chi vuole riformare uno stato anticato in una città libera, ritenga almeno l’ombra de’modi antichi”. È una considerazione meno nota, ma essenziale, che scrive Machiavelli.

Carlo Ginzburg le richiama in quell’occasione facendole coabitare, anzi, affermando che la prima avrebbe la sua spiegazione nella seconda. La prima ha come obiettivo la conservazione, la seconda una possibile trasformazione. Lungi dall’essere opposte, le due retoriche, osserva con acume Ginzburg, sono complementari, contigue e reciprocamente funzionali. In breve si crede e si proclama la rivoluzione, il cambiamento, e ci troviamo immersi nella più profonda e, per certi aspetti, riuscita “conservazione” del passato.

Di quale passato? Domanda interessante che presume non farsi ricattare dalle analogie facili.

Unna questione che ci riguarda direttamente e profondamente in questo tempo e che di nuovo propongo di assumere come lezione civile che uno storico, sensibile, acuto, ma soprattutto molto curioso ci ha fornito per trovare risorse e reagire a questo tempo piatto. Per non subire il presente e provare a continuare a pensare futuro.

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