gip utopia nordio

Giustizia

L’utopia di Nordio sbatte contro la realtà: il GIP collegiale al binario morto

In tribunali già al collasso, dover mobilitare tre toghe per una misura cautelare significa sottrarre risorse ai processi ordinari, con il rischio concreto di allungare i tempi della giustizia anziché ridurli

27 Aprile 2026

Doveva essere il fiore all’occhiello della “rivoluzione garantista” di Carlo Nordio, ma la riforma del GIP collegiale sta assumendo i contorni di un naufragio annunciato. Il rinvio della misura, inizialmente previsto per entrare a pieno regime in tempi brevi, è la certificazione di un paradosso tutto italiano: legiferare sull’onda dell’ideologia ignorando la cronica carenza di organico che affligge i tribunali.

Il cuore del provvedimento: garanzia o paralisi?

La riforma prevede che a decidere sulla custodia cautelare in carcere non sia più un singolo giudice (GIP), ma un collegio di tre magistrati. L’obiettivo dichiarato dal Ministro è nobile sulla carta: evitare il rischio di “appiattimento” del giudice sulle tesi dell’accusa e garantire una collegialità che funga da filtro contro potenziali errori giudiziari.

Tuttavia, il mondo della magistratura, e i numeri forniti dai distretti giudiziari, raccontano un’altra storia. Passare da uno a tre giudici per ogni singola ordinanza di custodia cautelare non è un’operazione a costo zero. Richiede un numero di magistrati che, semplicemente, non esiste.

La scure dei numeri e l’allarme dei procuratori

Le critiche più feroci arrivano dal fronte dell’operatività. Magistrati di lungo corso, come Nicola Gratteri e la giudice milanese Giovanna Maccora, hanno sollevato il velo sulla “impraticabilità” della norma. In tribunali già al collasso, dover mobilitare tre toghe per una misura cautelare significa sottrarre risorse ai processi ordinari, con il rischio concreto di allungare i tempi della giustizia anziché ridurli.

A Napoli, a Palermo, a Milano, le piante organiche sono già deficitarie. Moltiplicare per tre il fabbisogno di giudici nelle fasi preliminari porterebbe a un effetto imbuto: meno provvedimenti emessi, ritardi nelle indagini e, paradossalmente, una lesione del principio della “ragionevole durata” del processo, pilastro della nostra Costituzione e dei moniti europei.

Il rinvio: una resa politica?

Il rinvio dell’entrata in vigore, ora proiettato verso la fine dell’estate (con l’ombra di ulteriori slittamenti), appare come una mossa tattica per evitare il collasso immediato del sistema. Ma è anche la prova che la “riforma a costo zero” è un mito pericoloso. Senza un massiccio piano di assunzioni e una copertura finanziaria adeguata, il GIP collegiale rimane un vessillo ideologico sventolato davanti all’elettorato garantista, privo di gambe per camminare.

Il garantismo senza risorse è solo burocrazia

Il rischio è che questa riforma si trasformi in una “schiforma” (per usare i termini della critica più radicale): un meccanismo che, nel tentativo di proteggere l’indagato, finisce per paralizzare l’azione della giustizia, favorendo indirettamente l’impunità o l’inefficienza. Se il governo non accompagnerà la norma con un investimento strutturale nel personale amministrativo e giudiziario, il GIP a tre resterà l’ennesimo esempio di come la politica della giustizia in Italia preferisca i titoli dei giornali alla funzionalità delle aule.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.