Partiti e politici
Ciò che abbiamo smesso di vedere. La politica e i media parlano d’altro mentre le istituzioni si deteriorano
Politica e media orientano l’attenzione su temi di nicchia, lasciando nell’ombra il declino dei servizi essenziali, delle istituzioni e dei corpi intermedi. Una riflessione sulla frattura tra mondo vissuto e narrazione pubblica, e sui suoi rischi per la democrazia.
«Vinca il migliore!». E’ una di quelle espressioni rituali che sembrano condensare l’idea stessa di una competizione regolata: esistono più candidati, esistono criteri di valutazione, qualcuno li applicherà e alla fine prevarrà chi meglio degli altri risponde a quei criteri.
Ma nel mondo raccontato da Bruno Capponi ex Magistrato e Professore ordinario alla LUISS di Roma, nel romanzo “Il Concorso” (Novecento Editore) quella frase assume tutt’altro significato:
«Il migliore… vinca il migliore, aveva detto quello stronzo… Il migliore. Ecco la vera bestemmia accademica, ecco l’anatema universitario, ecco la maledizione storica degli Atenei. Il migliore. Che strana parola. Una parola che facilmente nasconde un reato, una parola potenzialmente illecita. Ci vuole un bel coraggio a parlare di migliore in un concorso universitario».
E poco oltre: «Ma poi il migliore di chi? Dei candidati o dei commissari? Già riferito ai candidati era un insulto inaudito ma riferito ai commissari era un’ingiuria da codice penale».
Sono alcuni passaggi di questo gustoso e corrosivo romanzo nel quale le vicissitudini e i dialoghi di tre “baroni”, chiamati a gestire un concorso accademico, diventano il dispositivo narrativo attraverso il quale mettere in scena una satira dell’università: i rapporti di potere, i meccanismi di costruzione delle carriere, le appartenenze, le convenienze, gli scambi e, soprattutto, la selezione per cooptazione. O, per usare l’espressione assai più efficace scelta dallo stesso Capponi, la riproduzione:
«Il concorso è come un coito. Gradevole più o meno, lungo più o meno, acrobatico più o meno. L’importante è che assicuri la cristiana riproduzione. Finalmente [i tre baroni] erano chiamati a riprodursi».
La metafora è deliberatamente brutale, ma il suo significato è trasparente. Il concorso non è più rappresentato come uno strumento attraverso il quale un’istituzione seleziona il candidato ritenuto migliore, ma come il meccanismo attraverso il quale un sistema garantisce la propria continuità. La “riproduzione” diventa così cooptazione: selezione di chi è destinato a entrare nel sistema secondo logiche che non necessariamente coincidono con quelle formalmente dichiarate.
E quando occorre assicurare il risultato, anche il linguaggio della meritocrazia lascia rapidamente il posto a quello, assai più concreto, dello scambio:
«Senti Lino, ho una piccola proposta da farti. Non credere che non ci abbia pensato a lungo, per me non è una cosa facile e del resto non lo sarebbe per nessuno. Ma, sai, nella vita occorre fare delle scelte. Facciamo un accordo, noi due. Mettiamo da parte quel fesso di Fortini che è anche mezzo frocio e in ogni caso è una bestia. Tu mi voti Cima. Con due voti ho vinto, dell’altro candidato non mi importa niente, sia chi sia. In cambio ti cedo la Rivista. Sì, hai capito bene, la nostra Rivista. Da domani sei tu il nuovo Direttore».
Naturalmente è un romanzo. E la satira vive di deformazione, esasperazione e paradosso. Sarebbe quindi improprio assumere queste pagine come una descrizione documentaria dell’università italiana.
Eppure chiunque abbia frequentato abbastanza a lungo il mondo accademico dopo la laurea difficilmente potrà evitare di riconoscere, dietro la caricatura, qualcosa di familiare: figure, linguaggi, gerarchie, appartenenze e, soprattutto, quella particolare distanza che può prodursi tra le regole formali attraverso le quali un’istituzione dichiara di funzionare e quelle informali attraverso le quali essa concretamente funziona.
Ed è precisamente questa distanza che qui interessa. Perché l’università costituisce soltanto un esempio.
Potremmo osservare dinamiche analoghe, naturalmente con forme, cause e intensità differenti, nella pubblica amministrazione, nelle professioni, negli ordini professionali, nella sanità, nella scuola, negli enti locali e in quella vasta costellazione di istituzioni e corpi intermedi attraverso i quali una società organizza concretamente se stessa.
Sono strutture che incidono quotidianamente sulla vita delle persone. Determinano l’accesso alle professioni e ai servizi, condizionano la distribuzione delle opportunità, concorrono alla formazione delle classi dirigenti, influenzano la mobilità sociale e, in definitiva, determinano una parte rilevante della qualità effettiva della vita collettiva.
Eppure una parte consistente di queste dinamiche sembra essere progressivamente uscita dal campo visivo del discorso pubblico. Ciò che occupa maggiormente lo spazio della comunicazione pubblica non coincide necessariamente con ciò che esercita la maggiore influenza sulla vita reale della società.
Ad esempio, un caso recente consente di osservare con particolare chiarezza questo scarto: il dibattito sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario e, più in generale, quello sviluppatosi negli ultimi anni intorno alla magistratura e alla giustizia penale.
Sia chiaro, l’indipendenza della magistratura, la posizione ordinamentale del pubblico ministero, la terzietà del giudice, le garanzie dell’imputato e il corretto funzionamento del processo penale costituiscono questioni di evidente rilievo costituzionale. Il problema, quindi, non consiste nello stabilire se siano temi importanti o se meritino attenzione.
La domanda è un’altra: quale rapporto esiste tra la dimensione concreta di un fenomeno, la popolazione che ne sperimenta direttamente e ordinariamente gli effetti e lo spazio che quel fenomeno occupa nella rappresentazione pubblica della realtà?
La riforma dell’ordinamento giudiziario ha trasformato questioni estremamente specialistiche — separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, organizzazione degli organi di autogoverno, sistema disciplinare — in uno dei principali terreni del confronto politico nazionale e di discussioni al Bar, fino a chiamare l’intero corpo elettorale a pronunciarsi con lo strumento referendario.
È proprio questa sproporzione apparente a rendere il caso interessante. Una materia che riguarda direttamente l’organizzazione di uno specifico potere dello Stato e una platea professionale numericamente circoscritta può acquisire una centralità pubblica enormemente superiore a quella di fenomeni con i quali milioni di cittadini entrano materialmente in relazione ogni giorno.
Scuola e università, Servizio sanitario nazionale, INPS, Comuni e pubbliche amministrazioni, sistemi di trasporto, mercato del lavoro, professioni: sono apparati e istituzioni con i quali una quota enorme della popolazione interagisce direttamente e ripetutamente. All’interno di questi sistemi possono sedimentarsi inefficienze, disuguaglianze, rendite di posizione, meccanismi opachi di selezione e forme di autoreferenzialità capaci di produrre conseguenze cumulative enormi sulla società e che, tuttavia, raramente conquistano uno spazio pubblico proporzionato alla loro incidenza concreta.
Il concorso universitario raccontato da Capponi e il dibattito sulla magistratura sono evidentemente fenomeni differenti e non avrebbe alcun senso confrontarne direttamente l’importanza. Possono però essere utilizzati per osservare lo stesso problema da due prospettive opposte.
Nel primo caso abbiamo un sistema che concorre alla selezione della classe docente, determina le possibilità di carriera di generazioni di ricercatori, condiziona la produzione della conoscenza e la qualità della formazione universitaria, ma i cui meccanismi interni raramente conquistano una posizione stabile nell’agenda pubblica.
Nel secondo abbiamo questioni ordinamentali altamente specialistiche che, attraverso il conflitto politico e la sua rappresentazione mediatica, acquisiscono una centralità tale da diventare oggetto di un confronto politico nazionale.
Non interessa stabilire quale delle due questioni sia più importante. Il confronto mette invece in evidenza un fenomeno assai più generale: non esiste una relazione necessaria tra il numero delle persone direttamente interessate da un problema, l’intensità e la frequenza dei suoi effetti sulla vita quotidiana e la quantità di attenzione pubblica che esso riceve.
Esiste quindi uno scarto tra incidenza sociale e salienza pubblica. Ed è proprio qui che una riflessione apparentemente occasionale sul romanzo di Capponi conduce a un problema molto più generale: quello del rapporto tra la realtà e la sua rappresentazione.
Tra il mondo e la nostra conoscenza del mondo si interpone necessariamente un sistema di immagini e rappresentazioni, quindi finiamo per agire sulla base di una rappresentazione necessariamente parziale e mediata di quel mondo. La conseguenza è tutt’altro che banale. Se la conoscenza della società è necessariamente mediata, allora la selezione di ciò che viene rappresentato diventa essa stessa parte del processo attraverso il quale costruiamo la realtà sociale.
Ad esempio, i media non stabiliscono necessariamente che cosa dobbiamo pensare di una determinata questione; contribuiscono però a stabilire a quali questioni dobbiamo rivolgere la nostra attenzione. La frequenza con cui un argomento viene proposto, la continuità della sua esposizione e la posizione che occupa nel flusso informativo concorrono quindi a determinarne la salienza percepita. Si produce così un primo scarto: ciò che incide di più sulla nostra vita non è necessariamente ciò che riceve maggiore attenzione pubblica.
A questo primo livello se ne aggiunge un secondo. Una volta stabilito di che cosa parlare, occorre stabilire come parlarne. Una realtà complessa può essere descritta attraverso molteplici prospettive e la selezione di una determinata cornice interpretativa rende inevitabilmente più visibili alcuni aspetti e meno visibili altri.
Il caso della giustizia è ancora una volta istruttivo. Il dibattito pubblico può concentrarsi sulla separazione delle carriere, sull’indipendenza della magistratura, sulla terzietà del giudice o sui rapporti tra magistratura e politica. Sono tutti temi legittimi. Ma la concentrazione dell’attenzione su queste dimensioni può contemporaneamente lasciare sullo sfondo altri aspetti del funzionamento concreto della giustizia: durata dei procedimenti, accessibilità economica alla tutela giurisdizionale, organizzazione degli uffici, disponibilità di personale amministrativo, digitalizzazione, capacità di dare effettiva esecuzione alle decisioni. Per non parlare della Giustizia Civile che ha ben altri numeri e incidenza.
Il punto non è che una rappresentazione sia necessariamente falsa. Il punto è che ogni rappresentazione è necessariamente selettiva.
A questi processi collettivi di selezione dell’informazione se ne aggiunge poi uno individuale, di natura cognitiva. Un fenomeno continuamente rappresentato diventa cognitivamente disponibile. La sua presenza reiterata nella comunicazione pubblica ne facilita il richiamo alla memoria e può quindi contribuire a farlo percepire come più frequente, prossimo o rilevante (si veda i casi di Vannacci, dei Maranza, del Burqa e della presunta islamizzazione della nostra società o dei bimbi stranieri (!) nelle nostre classi).
Ciò che viene selezionato e raccontato più spesso entra più facilmente nella nostra attenzione e tende, per questo, ad apparirci più importante.
Di conseguenza, ciò che non entra nel dibattito pubblico riceve poca attenzione, diventa meno presente nella nostra mente e finisce per sembrarci marginale, anche quando nella realtà non lo è affatto. Ed è probabilmente questo secondo processo quello che dovrebbe preoccuparci maggiormente.
Perché mentre discutiamo intensamente dei fenomeni che politica e media rendono visibili, interi sistemi istituzionali possono continuare a trasformarsi — o deteriorarsi — quasi silenziosamente.
Università, scuola, sanità, pubblica amministrazione, governo del territorio, professioni, sistemi di selezione della classe dirigente: strutture caratterizzate da una capacità elevatissima di incidere sulla vita collettiva possono progressivamente sottrarsi allo scrutinio pubblico non necessariamente perché funzionino bene, ma semplicemente perché ciò che accade al loro interno possiede una ridotta capacità di competere nel mercato dell’attenzione.
Ed è qui che il problema assume una dimensione ulteriore. L’attenzione pubblica è infatti una risorsa limitata. In un sistema caratterizzato da abbondanza di informazione, ciò che diventa scarso è precisamente la capacità di prestarle attenzione. Ogni tema che conquista una quota rilevante di questa risorsa inevitabilmente la sottrae ad altri.
La politica e i media operano quindi — necessariamente — una selezione della realtà. Alcune questioni vengono portate al centro della scena, altre rimangono sullo sfondo; alcune diventano oggetto di conflitto quotidiano, altre vengono considerate specialistiche, settoriali, tecnicamente complesse o semplicemente poco interessanti. Si forma così una gerarchia dell’attenzione che non necessariamente coincide con una gerarchia degli effetti.
È possibile allora immaginare due dimensioni indipendenti attraverso le quali osservare i fenomeni sociali. La prima è la loro incidenza sociale effettiva: quante persone coinvolgono, con quale frequenza, con quale intensità e con quali conseguenze sulla vita individuale e collettiva.
La seconda è la loro centralità pubblica: quanto spazio occupano nell’informazione, nel confronto politico e nella discussione collettiva.
Da una parte, questioni che riguardano direttamente ambiti relativamente circoscritti della società possono assumere un’enorme centralità politica e comunicativa. Dall’altra, fenomeni che interessano quotidianamente milioni di persone possono rimanere stabilmente ai margini dell’attenzione collettiva.
Ed è proprio a questi ultimi che dovremmo guardare con maggiore attenzione.
Il concorso universitario raccontato da Capponi, allora, non è più soltanto una divertente e feroce rappresentazione dei costumi accademici. Diventa una piccola metafora di un problema assai più ampio: la possibilità che istituzioni fondamentali per il funzionamento della società sviluppino nel tempo proprie regole, linguaggi, gerarchie e meccanismi autoreferenziali mentre lo sguardo collettivo è rivolto altrove.
Il problema non è dunque soltanto stabilire se ciò che vediamo sia vero o falso. È comprendere perché vediamo alcune cose e non altre. E soprattutto chiedersi se la società che quotidianamente ci viene raccontata coincida ancora, almeno nelle sue proporzioni, con quella nella quale effettivamente viviamo. Perché, alla fine, la questione forse più importante non riguarda ciò che vediamo. Riguarda ciò che abbiamo progressivamente smesso di vedere.
Il progressivo scarto tra mondo vissuto e mondo rappresentato non costituisce soltanto un problema di informazione, ma può assumere una rilevanza direttamente politica. Quando l’agenda pubblica privilegia questioni percepite come distanti dall’esperienza quotidiana, mentre problemi concretamente sperimentati — sanità, scuola, lavoro, casa, mobilità, pubblica amministrazione, qualità urbana — faticano a trovare adeguata rappresentazione, il cittadino può progressivamente smettere di riconoscere la propria esperienza nel racconto che politica e istituzioni restituiscono della società. Lo scarto tra realtà vissuta e realtà rappresentata tende così a trasformarsi in distanza dalle istituzioni.
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