Partiti e politici

Largo ai veti

Il centrodestra alla fine si compatterà, come una falange macedone. il campo largo riuscirà a fare altrettanto?

27 Settembre 2026

 

Il campo largo doveva essere la risposta. La grande riscossa. Il fronte repubblicano contro la destra. Nei sogni più azzardati e fantasiosi, un’alleanza di popolo capace di tenere insieme tutto e il contrario di tutto: dai riformisti di Renzi e  Calenda fino a Fratoianni, passando per Conte. Peccato che per fare un campo ci voglia un territorio comune. E qui di comune non c’è ancora poco. O non abbastanza (a seconda dei punti di vista)

Il difficile percorso verso le elezioni del cosiddetto campo largo si sta trasformando, ancora una volta, in un percorso a ostacoli dove gli ostacoli non li mette l’avversario, ma gli stessi alleati. E a piazzarli è soprattutto Giuseppe Conte, che ha piantato sul terreno di quel campo una serie di paletti invalicabili che hanno molto poco di tattico e molto di identitario. Sono totem. Sull’Ucraina: no all’invio di armi, no a qualsiasi retorica atlantista muscolare. Posizione granitica, non negoziabile.
Sulla giustizia: no a qualsiasi riforma che non sia giustizialista fino al midollo, no al superamento del giustizialismo manettaro.
Sul lavoro e sull’ambiente: no al termovalorizzatore di Roma come simbolo, no a compromessi sull’incenerimento, no a larghe intese sui rigassificatori.
Sulla politica estera: equidistanza, sovranismo dolce, diffidenza verso l’Europa che conta.

Sono paletti che per l’elettore 5 Stelle, quello duro, quello del Vaffa originario riciclato in pacifismo e anti-sistema, sono invalicabili. Guai a chi li tocca.

Il problema è che dentro il PD, il maggiore partito dell’alleanza, su ognuno di quei temi esiste non una posizione, ma un arcipelago di posizioni. Variegate, in qualche caso contraddittorie, piene di distinguo.

Sul fronte ucraino il PD è atlantista, europeista, draghiano. Come fa a convivere con chi grida “negoziato subito” e considera Zelensky quasi un guerrafondaio?

Sulla giustizia, il PD è diviso tra garantisti alla Bonaccini e giustizialisti alla vecchia guardia. Ma nessuna di queste anime può accettare il veto grillino su qualsiasi riforma.

Sul tema dei rifiuti, dell’energia, del lavoro, il PD dei sindaci e degli amministratori – quello che deve governare le città – sa che senza termovalorizzatori e rigassificatori non si va da nessuna parte.

L’elettore dei 5 Stelle queste sfumature le considera inaccettabili. Le chiama tradimento. Incoerenza. “Sono tutti uguali al PD”. Ed è qui che il campo largo si arena: non su un programma, ma su una diffidenza antropologica.

E a destra? Sia chiaro, a destra va in scena lo stesso teatrino. Le contrapposizioni tra alleati sembrano altrettanto insuperabili. Salvini che sogna la flat tax totale, Vannacci ideologo del “Mondo al contrario”, Meloni che deve tenere i conti in ordine per Bruxelles, Tajani che fa il democristiano europeista imbarazzato. Sulla giustizia, sull’Europa, sui diritti, sul fisco, litigano ogni giorno.

Eppure, e qui sta la differenza, le probabilità statistiche che alla fine trovino una quadra sono più alte. Molto più alte che nel campo largo.

Perché? Perché a destra la posta in palio è il potere. E quando la posta è il potere, la falange si ricompatta. Sempre. Hanno imparato la lezione macedone: scudo contro scudo, tutti stretti, si avanza anche se i commilitoni si stanno antipatici. Litigano ferocemente fino al giorno prima della lista, poi presentano il simbolo unico e vanno a vincere.

A sinistra, invece, va in scena il film che conosciamo a memoria da trent’anni. Dal 1996 a oggi, stesso copione. La purezza prima di tutto. Il distinguo come identità. La ricerca del traditore interno. E alla fine, puntuale come le tasse, il titolo di coda: DISUNITI NELLA LOTTA.

Eppure, a voler essere onesti, un passo avanti rispetto all’anno zero è stato fatto.

Bisogna tornare al 2013.

Bersani, con la sua mite ostinazione emiliana, tentava di far decollare un dialogo tra PD e 5 Stelle. Li aveva invitati, con rispetto istituzionale, a un confronto in streaming per cercare un accordo di governo. Dall’altra parte, una rappresentante del Movimento, con quel sarcasmo sprezzante dei neofiti che si credono o si vogliono far credere puri, liquidò tutto dicendo che quell’incontro le sembrava una puntata di Ballarò.

Quella frase era lo specchio di un’epoca: il rifiuto totale, l’estraneità assoluta, il Parlamento visto come un talk show da dileggiare.

Oggi almeno, a furia di cadute, di governi Conte I e Conte II, di crisi e di inciuci, nessuno si permette più di dire che un incontro tra PD e 5 Stelle sembra Ballarò. Oggi si litiga sui contenuti, sui paletti, sui veti. Che è frustrante, esasperante, ma è politica.

Dallo sberleffo al veto il passo è lungo. Non è ancora un’alleanza. Ma almeno, non è più una puntata di Ballarò. Gli elettori che temono una nuova vittoria del centrodestra sperano che, messi da parte i paletti, si avvii una vera trattativa che tenga conto, come è giusto aspettarsi da chi aspira a governare il paese, anche del principio di realtà.

 

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