Partiti e politici
E se gli elettori pentastellati (o quelli del Pd) tradissero la coalizione dopo le primarie?
Perchè il dibattito sulle primarie è così intenso? Perchè il rischio, per il campo largo, è quello di non riuscire a coinvolgere tutti gli elettori, in particolare del Pd e dei 5 stelle, in caso di vittoria del leader dell'”altra” forza politica, lasciando a Meloni altri 5 anni.
La lotta si fa ogni giorno più aspra, tra chi vuole le primarie per l’area di opposizione e chi non le vuole, tra chi accetterebbe le primarie ma solo dopo aver stilato un programma condiviso, e chi le vorrebbe ma con un impegno scritto a sostenere il proprio competitor in caso di sconfitta. Insomma: uniti nella lotta capiti quel che capita.
E tutti hanno ragione. Ha ragione chi vorrebbe le primarie perché le vede come un viatico, uno stimolo alla partecipazione, utile anche alle successive “secondarie”, vale a dire alle elezioni vere e proprie. Ha ragione che non vorrebbe le primarie perché le vede come un incentivo alla competizione, all’esacerbazione dei toni, all’enfatizzazione delle differenze invece che delle cose che si hanno in comune: una conflittualità che è difficile riassorbire nella successiva campagna elettorale contro il vero avversario, e mina quindi la unitarietà di fondo.
Ha poi ragione chi vuole vedere prima i punti fondamentali del programma e poi la competizione, perché si stimolano così gli accenti positivi (“chi è la persona migliore a proporre i punti del programma?”). Ma ha perfettamente ragione anche chi vorrebbe la sottoscrizione preventiva di un ticket tra i primi due classificati nelle primarie, candidato premier e candidata vice-premier, o viceversa: un tandem unito e oliato, una staffetta per la comune volata finale.
Infine, ha ragione anche chi propone una figura super-partes designata a rappresentare la coalizione nel suo complesso, che verrà sostituita poi, in caso di vittoria elettorale, dal/la leader del partito che prende più voti, che diventerà premier, o sarà la persona di riferimento nel ballottaggio, nel caso venga adottato questo passaggio nella riforma. Visto che la (futura) legge elettorale lo consente, nulla vieta questa scelta, che riduce o abbatte del tutto la conflittualità pre-campagna.
Come è evidente, esistono buone ragioni per tutte le argomentazioni applicabili alle primarie che, in generale, si tende a suddividere secondo due grandi tipi: le primarie di mobilitazione e quelle di competizione. Sono del primo tipo quelle che vengono effettuate non tanto per scegliere il leader, che è già designato in largo anticipo, quanto per coinvolgere il maggior numero di elettori di quella parte politica, per stimolare sostanzialmente la massima partecipazione. È stato questo il caso del 2006, con Prodi, e del 2008, con Veltroni; in entrambe le situazioni, esisteva un accordo preventivo per quella persona, accordo ratificato poi da un’ampia mobilitazione del voto popolare.
Il secondo tipo di primarie viene effettuato proprio per far scegliere il leader ai cosiddetti “selettori”, coloro cioè che selezionano il o la vincente della competizione, che diverrà poi la persona che guiderà la coalizione nella successiva campagna elettorale. Sono proprio in questo secondo tipo che si annidano i problemi più sopra discussi, poiché non è ovviamente certo che chi si è mobilitato per una certa figura, si adegui facilmente nel sostenere l’avversario, se quello si rivelerà il vincitore della tenzone.
Una situazione accaduta spesso. Si pensi alle primarie del 2005 in Puglia, tra Vendola e Boccia: il rappresentante di Rifondazione Comunista vinse, contro tutti i pronostici, contro il candidato dei Democratici di Sinistra con il 50,9% dei voti, una vera inezia, e fu poi in grado di vincere anche le elezioni pugliesi contro il candidato di centro-destra, tra la sorpresa ancora più generale.
Lo stesso accadde anche a Milano nel 2011: Pisapia, vicino alla Sinistra, batté di poco Boeri, candidato più moderato sostenuto dal Pd, e riuscì poi a vincere anch’egli inaspettatamente contro Moratti, sindaco uscente del centro-destra.
È vero quindi che è possibile scongiurare una comprensibile ritrosia dell’elettorato deluso dalla sconfitta a votare per il compagno/avversario vincente, ma dipende molto da quale sia il tipo di elettorato “sconfitto”. Se è nelle sue corde la forte volontà di sconfiggere il “nemico” purchessia, e se si sente di appartenere comunque alla stessa area di riferimento, non si asterrà dal dare il proprio appoggio.
Ma il caso odierno è piuttosto particolare, perché la compresenza del Pd e del M5s nella medesima coalizione non è mai accaduto in nessuna delle precedenti elezioni politiche; anzi, “l’amicizia” tra queste due forze politiche non è mai stata particolarmente intensa. Essendo dunque la composizione dell’elettorato del Movimento 5 stelle relativamente distante da quella del Partito Democratico, può accadere che nel caso vinca Schlein non tutti tra i pentastellati condividano quella leadership, preferendo pertanto astenersi. E viceversa, tra l’elettorato dem, in caso di vittoria di Conte.
Comportamenti questi che, almeno in parte, vengono suffragati da alcune indagini demoscopiche, le quali sottolineano una certa distanza tra i due elettorati, oltre che per diverse posizioni su alcune tematiche (come il sostegno militare all’Ucraina), anche per una certa non-affinità tra di loro. Ecco il motivo per cui il dibattito sulle primarie è in queste settimana così intenso: il rischio, per la coalizione di opposizione (il cosiddetto campo largo), è quello di non riuscire, adottando una specifica scelta preventiva, di convogliare e coinvolgere tutti i tipi di elettorato nel voto per quella coalizione. Subendo infine una deludente sconfitta contri i partiti dell’attuale governo.
Università Statale di Milano
Devi fare login per commentare
Accedi