Partiti e politici
La demonizzazione della destra è un errore morale e strategico della sinistra
Il caso Bonaccini dimostra come il tentativo sistematico di delegittimare l’avversario finisca spesso per rivelarsi controproducente
Quante volte scrollando i social, guardando talk show televisivi, leggendo interviste di personaggi famosi o semplicemente ascoltando una canzone, ci capita di assistere a uno screditamento di tutto ciò che riguarda la destra, dalle idee agli elettori?
Vige, nella mente di alcuni, una sorta di (pre)giudizio universale secondo cui i buoni e i giusti stiano a sinistra, mentre dall’altra parte ci sia il nemico cattivo da combattere.
L’ultimo episodio di questa infinita telenovela sono le recenti dichiarazioni di Stefano Bonaccini, presidente del Partito Democratico ed europarlamentare, secondo cui a votare le destre italiane ed europee sarebbero gli ignoranti, coloro che non hanno studiato.
Il problema non sono tanto le sue parole: in campagna elettorale tutto è concesso, specialmente di questi tempi in cui vince chi la spara più grossa. Ciò che stupisce è la mancata condanna del mondo della sinistra, dai colleghi agli elettori, che in maggioranza lo hanno difeso a spada tratta. Addirittura, sono stati tirati fuori grafici, dati e statistiche che mettono in relazione titoli di studio e preferenze di voto. Come se chi avesse una laurea fosse automaticamente più intelligente di chi non ce l’ha. Ecco, probabilmente chi fa questo ragionamento non ha mai frequentato neanche un giorno di aule o ambienti universitari.
Il protocollo, però, resta sempre lo stesso: ogni volta che ci si avvicina alle urne, l’arma più usata dalla sinistra continua a essere la demonizzazione del nemico. Si prova a convincere i cittadini che dall’altra parte ci siano quelli brutti, cattivi, ignoranti e fascisti. E si tratta di un grande errore, per due motivi principali. In primo luogo, sarebbe molto più efficiente puntare sul proprio programma piuttosto che commentare quello degli altri: a sinistra ci sono idee di economia, diritti e welfare, condivisibili o meno, ma che sicuramente sarebbero interessanti da ascoltare e capire non solo per la parte di elettorato già fedele, ma anche per tutti coloro che si ritengono insoddisfatti o delusi dall’attuale Governo. Il dibattito, però, risulta sempre incentrato su quanto sia cattiva la Meloni e ignorante chi la vota. Ed è anche per questo che non è ancora chiaro quale sia la visione di Paese da proporre nel 2027. In secondo luogo, c’è poi un discorso di empatia e contatto con il popolo. Come avrebbe reagito il Berlinguer dei cancelli della Fiat alle parole di Bonaccini, chiaramente rivolte alle classi sociali più basse? Una volta, quella fetta di popolazione costituiva lo zoccolo duro del vecchio Partito Comunista. Oggi, invece, quella stessa parte di cittadini si sente dimenticata e abbandonata da una sinistra che ha preferito concentrarsi su altri temi e categorie. Ed è questa la vera fetta di elettorato che il fronte progressista ha perso e che ora si sente invece rappresentata da una destra che ha saputo cogliere i disagi di tutti coloro che combattono ogni giorno con salari bassi, microcriminalità e inflazione. Dall’altra parte, invece, la sensazione è che l’elettore medio si sia davvero trasformato in uno studente universitario (tornando ai dati di prima) che, con in mano l’ultimo modello di iPhone, cerca di spiegare a chi lo circonda come il capitalismo e la società occidentale rappresentino la malvagità più assoluta.
La differenza, dunque, non sta tanto nella sostanza: né destra né sinistra hanno la bacchetta magica per poter porre rimedio alle piaghe sociali ed economiche di questo Paese. Ciò che risulta decisivo è l’approccio alle tematiche: è fondamentale capire quali sono le vere priorità e preoccupazioni dei cittadini. È qui che ha vinto la Meloni quattro anni fa, ed è qui che si giocherà la partita del 2027.
Ogni volta che sui social, in TV e, come spiegato in precedenza, nelle canzoni o nelle interviste, veniamo bombardati dalla retorica secondo cui tutto ciò che è buono sta a sinistra, mentre dall’altra parte c’è il male, senza mai entrare nel merito di temi come immigrazione, sicurezza o economia, succede una cosa strana: si innesca l’effetto opposto. Chi ascolta si identifica proprio con quelli descritti come i cattivi, gli ultimi, gli ignoranti. Proprio perché, riconoscendo di non essere né cattivo, né ultimo, né ignorante, l’elettore indeciso che non ragiona per partito preso tende a fidarsi non di chi si erge come essere superiore, ma piuttosto di chi sente più vicino a sé, e di chi gli parla dei veri problemi del Paese, tra cui non figura sicuramente la democrazia in pericolo a causa di nuovi fascismi. Era questo l’argomento più usato contro la Meloni quattro anni fa in campagna elettorale. Più o meno successe la stessa cosa in Argentina con Milei o negli Stati Uniti con Trump, entrambi descritti come la nuova reincarnazione di Satana: ci ricordiamo tutti chi vinse. Ed è, tra l’altro, ciò che si sta verificando ora in Francia, Germania e Regno Unito, dove le destre di Le Pen, Weidel e Farage, presentate dagli avversari come forze distruttrici dell’Europa e pericoli per la democrazia, risultano in testa nei sondaggi e sembrerebbero essere destinate a vincere le prossime elezioni.
Dunque, forse è su questo tema che la sinistra dovrebbe iniziare a interrogarsi se vuole riprendersi in mano il futuro non solo del Paese, ma anche di sé stessa: la grande narrativa della destra come male assoluto e i suoi elettori come orchi di Mordor che vogliono distruggere il pianeta sta lentamente crollando. E per quanto magari una buona parte dell’elettorato progressista sposi questa tesi, c’è chi non si accontenta più di certi slogan, oramai non più sufficienti per vincere le elezioni, ma pretende un programma concreto e una comunicazione seria, in grado di proporre una vera alternativa a quelli descritti come Sauron, Voldemort o Hannibal Lecter.
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