Partiti e politici
La lotta al pensionato invece della lotta di classe
Dai contratti precari alla guerra tra generazioni: come siamo passati dalla lotta di classe alla lotta al pensionato. E perché la sinistra ha smesso di parlare di lavoro proprio mentre il lavoro diventava sempre più povero e instabile.
Ordunque, sono un a boomer nata nel 1958 e sono andata in pensione a 67 anni con la cosiddetta pensione di vecchiaia, nel senso che avevo raggiunti gli anni oltre i quali non avrei più potuto lavorare, a meno che l’azienda dove ero impiegato non avesse fatto un’esplicita richiesta in questo senso: “Vogliamo che la signora X lavori ancora per noi”. Cosa che naturalmente non è avvenuta.
Mio figlio invece è nato nel 2001 e appartiene alla cosiddetta Gen Z. Devo riconoscere che la sua vita è stata molto più tormentata della mia, non solo perché io ho frequentato le scuole negli anni ‘60 e ‘70, quando erano molto più facili di quelle attuali e, almeno dal mio punto di vista, si imparavano molte più cose di oggi. I motivi li ho spiegati in una lunga serie di articoli pubblicati su questo giornale. Ma mio figlio è più sfortunato di me anche perché è entrato nel mondo del lavoro con una serie di contratti letteralmente schifosi.
Se io ero stata assunta molti anni fa con un contratto a tempo indeterminato e con un periodo di prova di sei mesi, mio figlio ha cominciato a fare uno stage retribuito 500 € al mese dopo la laurea, poi è passato a un apprendistato retribuito un po’ di più ma anche quello a termine, e l’ultimo contratto che è riuscito a stipulare è sia un contratto a tempo determinato che a chiamata.
Faceva dei turni in una televisione per mettere le grafiche ai programmi e il suo datore di lavoro gli mandava “i turni” che avrebbe dovuto fare durante la settimana la domenica pomeriggio su Whatsapp. Lui, quindi, doveva essere teoricamente a disposizione per tutta la settimana, perché rifiutare un turno significava dimostrarsi poco affidabile e quindi non venire più chiamato, anche se a volte i turni che gli erano assegnati erano solo due o tre alla settimana, con un guadagno quindi molto risicato.
Non è stato difficile per mio figlio fare un paragone tra la mia situazione di quando era una lavoratrice dipendente a tempo indeterminato (adesso che sono una pensionata con una pensione che mi viene accreditata tutti i mesi) e la sua. Ma siccome a scuola gli hanno solo insegnato che doveva stare seduto e composto e non dire mai quello che pensava, ma ripetere a memoria qualche stupidata su “Rosso Malpelo” o delle formule di fisica e geometria, oggi mio figlio non è in grado di fare un’analisi storica o sociologica, o come la vogliamo chiamare, della situazione in cui si ritrova per quanto riguarda il lavoro.
L’unica cosa che riesce a fare mio figlio e confrontare la sua situazione con la mia e dirmi che noi boomer siamo più fortunati di loro, ma non solo, ci stiamo appropriando di risorse che in teoria apparterrebbero a loro, perché noi siamo vecchi e inutile ma abbiamo la pensione, mentre a loro spettano i contratti a chiamata. Quello che pensa mio figlio è quindi che la sua situazione lavorativa così schifosa dipenda da un gioco a somma zero, in cui le risorse sono limitate, e quello che viene dato a noi boomer è sottratto ai ragazzi della Gen Z.
Ma mio figlio non è l’unica a pensarla così: si leggono quotidianamente articoli o proposte politiche basate su fatto che gli anziani sono troppi, costano troppo, e sono effettivamente la causa di una dispersione di risorse nei loro confronti che andrebbero invece spostate verso la fetta più produttiva della società che non viene remunerata adeguatamente. Le proposte che vengono fatte sono quelle di abbassare le pensioni, ma, sotto sotto, si vorrebbe eliminare dalla circolazione un po’ di anziani, visto che non sono più produttivi e rappresentano quindi un costo netto per lo stato che li deve mantenere.
Vorrei fare qualche precisazione: io prendo una pensione molto modesta nonostante le aziende per cui ho lavorato abbiano versato diverse centinaia di miglia di euro di contributi all’INPS. Dovrei vivere fino a cent’anni per recuperare il denaro che è stato versato per conto mio dalle aziende a un istituto previdenziale come l’INPS che funziona secondo una logica redistributiva molto diversa da quella di un fondo pensione nel quale ciascuno accumula il proprio capitale. Nel senso che il denaro che io ho versato all’INPS, oppure possiamo dire che i miei datori di lavoro hanno versato per conto mio all’INPS, non è stato investito ma è stato redistribuito. Non mi è stata neanche data la possibilità di scegliere se versare i contributi previdenziali all’INPS oppure a un fondo pensione privato, come succede in altri paesi. No, una grossa fetta del mio stipendio lordo è finita in un istituto previdenziale che redistribuisce il denaro che riceve secondo una serie di schemi, leggasi algoritmi, di cui siamo fondamentalmente all’oscuro.
Ci sono quindi dei pensionati come me che hanno sostanzialmente anticipato all’INPS quello che poi riceveranno sotto forma di pensione, ma che però devono sentirsi dire lo stesso che sono un peso per la comunità. Vi sono poi dei pensionati che sono andati in pensione prima che il calcolo nella pensione fosse di tipo contributivo, come nel mio caso, e ricevono pensioni molto più alte della mia e assolutamente sproporzionate rispetto ai contributi che hanno versato.
Vi sono anche pensionati che sono andati in pensione a quarant’anni, quando valeva la regola secondo cui gli statali (maschi) potevano andare in pensione dopo che lo stato aveva versato per loro 19 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi, indipendentemente dall’età anagrafica. Se invece erano donne bastavano 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi. Non dimentico neanche le pensioni di invalidità e le pensioni sociali che vengono pagate a persone che non hanno mai versato un giorno di contributi e che hanno delle “strane” distribuzioni statistiche (quasi tutte nelle regioni del Sud Italia).
Badate bene, non sto facendo la graduatoria dei pensionati con l’obiettivo di dividere il grano dalla pula. Non dico: “Lasciamo la possibilità di ricevere una pensione solo a chi ha versato i contributi ed è stato poi remunerato sulla base dei suoi versamenti, mentre la togliamo a tutti gli altri, chi s’è visto s’è visto”. Sto solo dicendo che siccome non si possono modificare i “diritti acquisti” (se non abbassando il coefficiente di rivalutazione delle pensioni legato all’inflazione), il pensionato ormai è diventato una specie di capro espiatorio contro il quale la Gen Z può scatenarsi, attribuendogli la colpa di tutte le sue sciagure. È una soluzione molto comoda, perché la lotta al pensionato sostituisce la cara vecchia lotta di classe.
Quando sono andata a scuola io, negli anni 70, nella stagione delle lotte sindacali, sapevamo tutti che c’erano i padroni e poi c’erano i lavoratori. I lavoratori più sfortunati facevano gli operai o i braccianti, quelli più fortunati erano i colletti bianchi. Allora, al tempo delle lotte sindacali, gli operai si battevano contro i padroni, non contro i pensionati, che peraltro esistevano già anche negli anni ‘70. L’allora movimento operaio e anche il movimento studentesco erano stati in grado di elaborare delle analisi socioeconomiche che, col senno di poi, appaiono più vicine alla realtà di quelle che vanno di moda oggi. Se un operaio guadagnava poco, era perché il padrone guadagnava troppo. E magari non pagava abbastanza tasse. Nessuno pensava che il fenomeno delle basse paghe degli operai fosse dovuto alla presenza di anziani non più in grado di contribuire al processo produttivo.
Oggi invece il marketing politico degli allora padroni oggi imprenditori o startupper o chiamateli come vi pare, è riuscito a spostare l’aggressività di chi è maltrattato, perché ha dei contratti schifosi e non viene pagato abbastanza, dai padroni o imprenditori che dir si voglia, agli anziani pensionati mangiaufo. Sembra che nessuno dei ragazzi della Gen Zeta sia in grado di ricondurre la povertà economica nella quale si ritrovano alla questione del mercato del lavoro e dei contratti schifosi che sono oggi in essere in Italia,
Il fenomeno della moltiplicazione dei contratti a termine, arrivati persino a quelli “a chiamata”, come quello di mio figlio, è un fenomeno recente ed è stato soprattutto promosso dai partiti di sinistra, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, perché a un certo punto la sinistra è diventata liberale e ha cominciato a promuovere riforme del mercato del lavoro che andavano nel senso della flessibilità. Naturalmente la sinistra non fu l’unica responsabile di questo processo, perché la spinta verso la flessibilità attraversò gran parte dell’Europa e coinvolse governi di diverso orientamento politico. Tuttavia la sinistra, anziché contrastarlo, ne divenne spesso una delle principali interpreti.
L’idea era quella che perché il mercato del lavoro funzionasse, fosse necessario potersi disfare velocemente delle risorse in eccesso che avrebbero poi dovuto essere dirottate verso settori del mercato del lavoro in crescita, magari dopo averle formate per la nuova professione.
Negli anni Novanta e poi nei primi vent’anni del nuovo secolo, il mercato del lavoro italiano è stato progressivamente trasformato da una lunga serie di riforme che avevano tutte la stessa parola d’ordine: flessibilità. Prima arrivò il cosiddetto “pacchetto Treu” del 1997, che introdusse il lavoro interinale. Poi la legge Biagi del 2003 moltiplicò le forme contrattuali atipiche: collaborazioni coordinate e continuative, lavoro a progetto, staff leasing e altre formule che permisero alle imprese di assumere senza impegnarsi troppo. Successivamente arrivarono ulteriori liberalizzazioni dei contratti a termine, la riforma Fornero del 2012 e infine il Jobs Act del 2015, che ridusse ulteriormente le tutele contro il licenziamento per i nuovi assunti.
Ogni singola riforma veniva presentata come una modernizzazione necessaria. Ci spiegavano che il mondo cambiava, che occorreva essere competitivi, che i lavoratori dovevano imparare a reinventarsi continuamente. Il risultato però è sotto gli occhi di tutti: una generazione intera è cresciuta passando da uno stage all’altro, da un contratto a termine all’altro, da una collaborazione occasionale all’altra, senza riuscire a costruirsi una vita stabile.
È proprio in quegli anni, quando tutte quelle leggi vennero approvate, che i lavoratori si sono convinti di essere stati abbandonati dalla sinistra e hanno finito, nel giro di qualche anno, a votare per i cosiddetti partiti populisti, che promettevano il ritorno agli anni d’oro della prima industrializzazione, in cui tutti avevano un lavoro e non c’erano gli immigrati a portarglielo via. Anche gli immigrati sono un capro espiatorio di cui varrebbe la pena spendere due parole, perché in realtà non portano via il lavoro in nazionale ma si adattano a fare per prezzi veramente bassi i lavori che i nazionali non sono più interessati a svolgere. Ma bisognerebbe dedicare a questo argomento una trattazione separata.
Il risultato di questo processo durato forse una trentina d’anni è sotto gli occhi di tutti: i partiti della sinistra di allora (che hanno cambiato nome) e anche quelli nuovi che ritengono di collocarsi a sinistra non parlano più di lavoro e lavoratori, ma di diritti civili e poco più, beccando delle stangate elettorali da cui faticano a risalire. Dove invece la sinistra ha continuato a pensare ai lavoratori e non solo alla questione dei diritti civili, si sono verificati dei casi virtuosi come quello della Spagna, in cui il lavoro è ancora considerato una questione centrale e non come un residuo del Novecento. Il governo di Pedro Sánchez ha fatto una cosa molto semplice: ha deciso che la forma normale di assunzione dovesse tornare a essere il contratto stabile e che il lavoro precario dovesse rappresentare un’eccezione, non la regola.
La riforma approvata nel 2021 ha limitato fortemente l’utilizzo dei contratti a termine, impedendo alle imprese di ricorrervi per esigenze ordinarie. In questo modo è venuto meno uno dei principali incentivi economici alla precarizzazione del lavoro: assumere una persona con un contratto peggiore e meno tutelato rispetto a quello del collega (assunto magari con un contratto più strutturato) che svolgeva le stesse mansioni. I risultati sono stati sorprendenti. In pochi anni la percentuale dei lavoratori temporanei è diminuita drasticamente e centinaia di migliaia di persone sono passate a contratti stabili. L’economia spagnola non è crollata, come avevano previsto molti economisti liberali. Al contrario, è cresciuta più rapidamente di quella di molti altri Paesi europei. Evidentemente quando i lavoratori hanno una prospettiva di vita un po’ più solida consumano di più, fanno progetti, comprano casa, mettono al mondo figli e contribuiscono alla crescita economica. Il salario minimo di cui si parla in Italia è invece letteralmente una buffonata rispetto alla ben più complessa e lungimirante riforma spagnola.
Forse la sinistra italiana, ma anche la Gen Z, dovrebbe guardare meno ai pensionati e un po’ di più a quello che è successo in Spagna. Forse bisognerebbe tornare a parlare di salari, di contratti, di precarietà, di diritti dei lavoratori. Forse la sinistra dovrebbe smettere di inseguire il dibattito permanente sui costumi e ricominciare a occuparsi del modo in cui milioni di persone si guadagnano da vivere.
E forse, se la sinistra proponesse anche in Italia una riforma capace di ridurre davvero la precarietà e di rendere meno conveniente il lavoro povero, molti giovani tornerebbero ad ascoltare i partiti di sinistra e magari a presentarsi al seggio elettorale per votarli. Forse i ragazzi scoprirebbero che il problema della loro vita non è la pensione della nonna o del vicino di casa. Certo, in Italia scontiamo il problema di anni di regalie agli impiegati statali e agli elettori “pensionati” in cambio del loro voto. Ma la riforma delle pensioni è già stata fatta e sta diventando sempre più difficile ottenere la pensione d’invalidità (si spera che ciò avvenga nei casi in cui effettivamente l’invalidità è solo pretesa e non reale).
Ma se il discorso sul mercato del lavoro e delle tutele contrattuali tornasse a essere centrale, forse i ragazzi capirebbero che non bisogna fare la lotta al pensionato (soprattutto se ha versato i contributi…). Il problema è il contratto precario che hanno firmato loro, la Gen Z. E il fatto che nessuno in Italia abbia più avuto il coraggio di mettere davvero sul tavolo della discussione questo tema. A cominciare da una sinistra che, negli ultimi decenni, ha progressivamente spostato la propria attenzione dai temi del lavoro e dei salari verso altre battaglie, lasciando scoperta proprio quella che un tempo era la sua ragion d’essere.
Devi fare login per commentare
Accedi