Scuola
«I ragazzi dislessici sono i canarini nella miniera della scuola». Intervista a Rossella Grenci
La scuola continua a parlare di innovazione, ma resta ancorata a un modello del passato. In questa intervista, Rossella Grenci spiega perché partire dalle neurodivergenze significa ripensare l’intero sistema educativo, a beneficio di tutti gli studenti.
Da oltre vent’anni Rossella Grenci, logopedista e formatrice, si occupa di Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Ma se nel suo ultimo lavoro, “La scuola dei canarini“, il punto di partenza è la dislessia, il punto di arrivo è una riflessione molto più ampia: la necessità di ripensare la scuola italiana alla luce delle neuroscienze, della società digitale e del concetto di neurodivergenza. Secondo Grenci, infatti, i ragazzi con DSA non rappresentano un’eccezione da gestire, ma un osservatorio privilegiato da cui comprendere le difficoltà di un sistema educativo che fatica ad adattarsi al XXI secolo. Ecco l’intervista all’autrice.
Lei è una logopedista. Perché ha deciso di scrivere un libro che parla di scuola e non soltanto di dislessia?
Perché proprio il lavoro con gli studenti dislessici mi ha portata a riflettere sulla scuola nel suo complesso. Viviamo in un’epoca nella quale la complessità è la regola e nella quale le conoscenze provenienti da discipline diverse si intrecciano continuamente. Credo sia necessario imparare a osservare la realtà da più punti di vista. C’è però una ragione ancora più importante. Nel corso degli anni ho maturato la convinzione che gli studenti neurodivergenti siano per la scuola quello che i canarini erano per i minatori.
Una metafora molto forte. Che cosa significa?
Nelle miniere i canarini venivano utilizzati per rilevare la presenza di monossido di carbonio. Erano estremamente sensibili a quel gas e, quando mostravano segni di sofferenza, i minatori capivano che era arrivato il momento di evacuare. Gli studenti dislessici svolgono una funzione simile. Sono perfetti rilevatori delle inefficienze del sistema scolastico. Da molto tempo ci segnalano che qualcosa non funziona, ma continuiamo a considerare loro il problema, invece di interrogarci sull’ambiente nel quale sono inseriti. Lo stesso discorso vale per molte altre neurodivergenze.
Lei sostiene che la mente degli studenti sia cambiata. In che modo?
Sono cambiate profondamente le condizioni dell’apprendimento. I ragazzi di oggi crescono immersi in una realtà digitale, caratterizzata da un accesso immediato alle informazioni e da modalità di elaborazione diverse rispetto al passato. Spesso sento dire che i nativi digitali sarebbero diventati “tutti dislessici”. È una conclusione sbagliata e fuorviante. La verità è che le condizioni dell’apprendimento si sono modificate e la scuola continua troppo spesso a ragionare come se nulla fosse accaduto. Non tenere conto di questi cambiamenti significa aumentare le difficoltà non soltanto degli studenti con DSA, ma di tutti gli studenti.
Quindi è anche la scuola a dover cambiare?
Esattamente. Dovremmo smettere di chiederci soltanto come adattare gli studenti alla scuola e iniziare a domandarci come adattare la scuola agli studenti. I ragazzi con una diagnosi di dislessia ricevono un Piano Didattico Personalizzato. Ma siamo sicuri che siano loro gli unici ad aver bisogno di percorsi personalizzati? Oppure è la scuola che dovrebbe offrire modalità di insegnamento più flessibili e diversificate per tutti?
Nel libro lei individua alcuni principi fondamentali per una scuola contemporanea. Quali sono?
Il primo è che non esiste una scuola sempre uguale, che risponda a un modello “perfetto”, adatta a tutte le ere storiche. La scuola è una costruzione umana e non può essere considerata immutabile. È stata creata per rispondere ai bisogni delle persone e non il contrario. Il secondo principio è che la scuola deve essere realmente per tutti. Inclusione non significa semplicemente accogliere gli alunni in difficoltà, ma eliminare le barriere all’apprendimento e favorire la partecipazione di ciascuno. Il terzo riguarda le neuroscienze cognitive. Oggi disponiamo di oltre un secolo di studi sul funzionamento del cervello umano. Non è più possibile parlare di pedagogia e di educazione ignorando queste conoscenze. Infine c’è la questione digitale. Una corretta educazione deve comprendere la digital literacy, l’acquisizione delle competenze digitali di base e la costruzione di una vera inclusione digitale.
Lei parla spesso di neurodivergenza. Che cosa significa esattamente?
È importante chiarire subito un equivoco molto diffuso. Neurodiversità e neurodivergenza non sono sinonimi. La Neurodiversità è un concetto introdotto negli anni Novanta dalla sociologa e attivista autistica Judy Singer. Si ispira all’idea di biodiversità e afferma che esiste una naturale variabilità tra i cervelli umani. In altre parole, ogni persona è neurodiversa dall’altra. La neurodivergenza, invece, riguarda quelle persone il cui sviluppo neurologico segue percorsi differenti rispetto a quelli più comuni. Si tratta di individui che pensano, apprendono e si comportano in modo diverso rispetto a ciò che viene considerato tipico.
Chi rientra in questa definizione?
Non soltanto le persone con DSA. Rientrano nell’ambito della neurodivergenza anche l’autismo, l’ADHD, la disprassia, la sindrome di Tourette e altre condizioni neurologiche. L’aspetto importante è comprendere che stiamo parlando di differenze nel funzionamento del sistema nervoso, non necessariamente di patologie.
Lei insiste molto sulla differenza tra diversità e deficit.
Perché per troppo tempo abbiamo osservato queste condizioni quasi esclusivamente attraverso una lente medica, concentrandoci su ciò che manca. Naturalmente esistono delle difficoltà reali e nessuno intende negarle. Ma esistono anche punti di forza, talenti, modalità originali di elaborare le informazioni, capacità creative e intuitive che spesso vengono trascurate. Quando si osserva soltanto il deficit si perde una parte importante della persona.
È per questo che preferisce parlare di “caratteristica”?
Sì. Già il Panel di Revisione della Consensus Conference Italiana del 2011 aveva proposto un approccio che definiva polinomico e polisemico. Secondo questo modello la dislessia può essere descritta come disturbo, come disabilità oppure come caratteristica, a seconda dell’obiettivo che si vuole perseguire.
Qual è la differenza tra queste tre definizioni?
La parola disabilità ha una funzione etica e sociale. Serve a garantire diritti, tutele e pari opportunità. La parola disturbo appartiene invece al linguaggio clinico e scientifico. Compare nei manuali internazionali di classificazione e permette ai professionisti di comunicare utilizzando criteri condivisi. Il termine caratteristica, invece, è particolarmente utile in ambito educativo. Aiuta a descrivere il funzionamento di una persona senza ridurla alla sua difficoltà.
Perché considera importante questa distinzione?
Perché le parole non sono neutre. Quando una famiglia riceve una diagnosi, spesso entra in contatto con termini che possono risultare stigmatizzanti. Se non vengono spiegati adeguatamente, rischiano di generare rappresentazioni negative della persona. Parlare di caratteristica significa ricordare che stiamo descrivendo un modo di apprendere fondato su basi neurobiologiche e non un difetto da correggere.
Quali conseguenze ha questo approccio sul lavoro degli insegnanti?
Conduce a una prospettiva diversa. Se considero la dislessia soltanto come un deficit, il mio obiettivo diventa compensare una mancanza. Se invece la considero una caratteristica, mi concentro sull’organizzazione delle condizioni che permettono allo studente di esprimere le proprie potenzialità. È un cambiamento culturale prima ancora che didattico.
Alcuni insegnanti potrebbero obiettare che personalizzare l’insegnamento per tutti è impossibile.
Personalizzare non significa preparare un programma diverso per ogni studente. Significa offrire modalità differenti di accesso alla conoscenza, utilizzare linguaggi diversi, valorizzare strumenti differenti e riconoscere che le persone non apprendono tutte nello stesso modo e negli stessi tempi. Le neuroscienze ci mostrano chiaramente che non esiste un unico modello di apprendimento valido per tutti.
Quale dovrebbe essere allora il ruolo della scuola nel XXI secolo?
La scuola dovrebbe aiutare ogni studente a sviluppare le proprie potenzialità. Per fare questo deve accettare il cambiamento, mobilitare risorse, costruire pratiche inclusive e lavorare costantemente per rimuovere le barriere che ostacolano la partecipazione. L’inclusione non riguarda una minoranza. È un modo diverso di concepire l’educazione.
Se dovesse sintetizzare il messaggio centrale del suo libro in una frase?
Direi che i ragazzi neurodivergenti non sono il problema da risolvere. Sono il segnale che ci indica quanto sia urgente ripensare la scuola del nostro tempo. Se impariamo ad ascoltare ciò che ci stanno dicendo, potremo costruire una scuola migliore per loro, ma soprattutto una scuola migliore per tutti.
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