Partiti e politici

Buona campagna elettorale, candidato Calabresi

La disponibilità di Calabresi a Milano è un’ottima notizia: fa uscire dal talent show la corsa al dopo-Sala e va oltre le vicende della giunta. Ma la vera sfida resta un’altra: dare a Milano una visione, che oggi manca a destra e a sinistra. Ora la campagna può iniziare.

25 Luglio 2026

L’annunciata disponibilità di Mario Calabresi a “fare qualcosa per Milano” è un’ottima notizia per tre fondamentali ragioni.

La prima è che è una persona di valore, con alle spalle una storia professionale di rilievo nell’informazione democratica, esponente di quella borghesia milanese da sempre ingrediente fondamentale di tutte le ricette meneghine più riuscite. La disponibilità di una persona di valore a fare qualcosa per la cosa pubblica è sempre una buona notizia.

La seconda è che con la sua candidatura, la prima di peso ad essere ufficializzata, la corsa al dopo Sala smette di essere un talent show – legittimo se ti vuoi fare conoscere, meno encomiabile se lo fai per fare il pirla da Cruciani – e diventa una cosa seria. Chi ha velleità ora deve dunque uscire allo scoperto e il Deserto dei Tartari della politica può finalmente terminare.

La terza è che è un candidato civico, con un peso specifico indipendente, estraneo alle vicende della giunta Sala, soprattutto alla cattiva coscienza dei troppi che oggi dicono come Bartali che “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare” e prima alzavano il braccino per votare ogni cosa. Senza questo orpello, può ragionare con più serenità su come costruire quello che oggi manca e che farà la differenza: una visione per Milano moderna e inclusiva.

La politica oggi non ce l’ha, certamente a destra, ma anche a sinistra. Ci sono abbozzi di idee, buona volontà, interessi e bolle da gonfiare, mamdanismi senza Mamdani, ma non si va mai oltre l’idea della Grande Restituzione. Dopo la sbornia mercatista, ora tocca al socialismo municipale, al taxing and spending come se non ci fosse un domani, al pubblico che da domani dovrebbe sostituirsi al mercato, e ai supermercati. La politica è tutta sigillata nella bolla social e non è più capace di fare sintesi, anzi nemmeno le interessa più.

Per questo, forse, qualcuno che ha gestito covi di prime donne come le redazioni dei giornali, se sarà abbastanza attento e curioso per ascoltare quello che si muove nella città più dinamica d’Italia (che è tale perché e fintanto che ci stanno dentro gli immigrati e i banchieri, i Catella e gli artigiani, senza che nessuno schiacci l’altro) potrebbe fare bene. Soprattutto, potrebbe alzare il livello, costringendo i contendenti a fare meglio, molto meglio, di quello che stanno facendo, in particolare per quanto riguarda l’idea di sviluppo della città, oggi totalmente assente dalle liste della spesa dei concorrenti.

Se il segnale che Milano non è un paradiso fiscale è giusto e necessario, se bisogna lavorare sull’inclusione meglio di come abbiano fatto le ultime consiliature con il PD partito di maggioranza relativa, servono però anche idee su come la città possa creare valore in futuro senza il traino dei grandi eventi, né risorse naturali. Qui la politica è così a zero che servono necessariamente apporti esterni e soprattutto una capacità di lettura della città in grado di interpretarne le complessità.

Qui casca l’asino, non sulla contrapposizione muffa tra moderati e radicali, ma sull’idea di comunità che tenga dentro più pezzi possibile della città. Un’idea che può essere anche radicale, oggi va di moda, ma che non può mai rinunciare ad essere larga, ambiziosa, contemporanea nei mezzi e nell’orizzonte dei problemi e in grado di mobilitare chi già ascolta e chi non lo fa. Era il ruolo della politica e dei politici, ma oggi non ci siamo proprio.

Ce la può fare un giornalista? Lo scopriremo solo vivendo, ma muovere le acque morte fa sempre bene.

Per ora buona campagna elettorale, candidato Calabresi.

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