Milano

Milano’s Got Talent. Ora dateci la politica e un progetto, se ce l’avete

Milano si prepara alle comunali tra autocandidature, casting social, vecchie ambizioni riciclate e socialismi d’importazione. Ma dietro il talent dei nomi manca ancora l’essenziale: la politica e un progetto credibile per governare una città complessa.

5 Luglio 2026

Grande è il disordine sotto al cielo, la situazione non è tanto eccellente, diceva quasi il Timoniere, che non aveva visto Milano a un anno dalle comunali che consegneranno Beppe Sala alla galleria dei ritratti.

C’è molto traffico in questi giorni di fronte al virtuale ingresso dell’ufficio elettorale social di Milano. Dopo mesi e mesi di silenzio e studio del campo, rotto solo dalla candidatura della vicesindaca, la partita della successione a Sala ha preso improvvisamente vita, animandosi a destra e a manca di volti di aspiranti nuovi, usati e da economia circolare. Al conto dei quali mancano almeno due big shot, uno in quota PD, uno in quota prestito alla politica, che rimirano il campo di battaglia e rimuginano su “se e quando”, magari aspettandosi che l’agone fosse meno popolato.

Nulla di scandaloso, sia chiaro, pure Obama viene da lì, ma questo affollamento sa troppo di corsa all’oro per non destare sospetto e soprattutto non dare l’idea di un libera tutti che non è dignitoso fare passare senza alcun commento.

Il numero fa in effetti pensare alla “corrida o al talent show senza regole”, come denunciato dal segretario del PD, al quale devono essere fischiate le orecchie mentre parlava perché, indipendentemente da come la si pensi sull’affollamento di candidati a centrosinistra, è evidente che questo certifichi il fallimento del ruolo di filtro, selezione e crescita della classe dirigente che normalmente i partiti dovrebbero avere.

O forse è la (s)forma partito che Elly Schlein voleva dare al brand conquistato (occupato avrebbe detto lei) poco più di tre anni fa: la casa delle libertà, o il partito degli attivisti che usano il brand, in cui “chi vusa püsé, la vaca l’è sua”. Lo dimostra quel ragazzotto che è uscito dall’anonimato di assessore di zona, un livello intermedio tra il consigliere comunale e il caposcala di condominio, perché in un video dà del rimbambito a Enrico Letta, che è vero che non ne imbrocca una da quel dì, ma è pur sempre un ex presidente del Consiglio e molto altro, che non sappiamo se l’influencer social-municipalista riuscirà mai a diventare. In tutto questo, nessuno che abbia detto ‘bah’: siamo ancora ad auspicare le primarie ordinate.

Peggio, il partito che da tre legislature ha la maggioranza relativa non ha una ricostruzione condivisa sull’esperienza di governo come pietra angolare delle giunte Sala, e dunque (un po’ salvinianamente, quando il nostro dice cosa farebbe se fosse al governo, com’è da tempo infinito) gli autocandidati a brand PD spaziano dalla difesa dell’esperienza alla sua demolizione.

Se Emma Marrone è l’idolo dei ragazzi e delle ragazze di Amici, nel talent milanese va tantissimo Mamdani e il suo socialismo municipale (qualcosina si aveva anche noi, ma non ci sono reel che lo testimonino e quindi non esiste, poi studiare toglie tempo ai social). Quindi a sinistra è tutto un taxing and spending e ‘dagli ai ricchi’, che ha certamente il suo perché, ma richiama alcuni interrogativi che non mi sembra popolino le chiacchiere della politica milanese.

C’è sicuramente la questione del dov’erano alcuni di quelli che oggi lo propugnano quando Sala era già Sala (è stato mai altro da sé?), ma ci si chiede anche, almeno me lo chiedo io, se oltre al socialismo municipale queste persone abbiano uno straccio di idea di sviluppo. Milano non ha il petrolio da redistribuire, ha una ricchezza quasi tutta mobile e immateriale, che ci metterebbe poco a cambiare lidi qualora le condizioni cambiassero, soprattutto se nel frattempo il Comune socialista non ha trovato nuove idee su cui puntare. Senza un’idea di creazione, buona, pulita e giusta, di ricchezza, una matricola nella Superlega delle metropoli globali come Milano non ci mette nulla a tornare a giocare il proprio campionato minore. Su questo, non mi sembra che sia stata spesa mezza parola, anche perché è argomento scomodo e noioso, non eccita le bolle e spingerebbe a studiare e confrontarsi, boring.

Non è un tema di radicalismo vs centrismo, dicotomia che le persone per bene dovrebbero rifuggire come la peste: si tratta di avere un’idea per la comunità che ci si candida a governare che dia la sensazione di averne compreso davvero dinamiche e complessità. Poi si può essere super radicali, e i tempi sono maturi per questo, ma per essere radicali seri bisogna avere più creatività, cuore, fegato e cultura che per gestire lo status quo da centristi. Scusate, ho anche cambiato gli occhiali ma qui continuo a non vederli.

Mi si risponderà che adesso siamo alla fase di cinema, e che poi le cose si evolveranno, prenderanno una forma, diventeranno programma e visione organica, al che io risponderò che la leadership si vede, se c’è, anche in queste prime fasi, e soprattutto che ormai la politica ci ha abituato assai male a non passare mai dal cinema alle cose serie, si rimane nella fiction. Sperando che la fiction non sia come quelle Rai in cui da Otranto ad Aosta si parla sempre romanesco e che chi dovrà realizzare il socialismo in un solo comune non sia scelto nella Capitale secondo un incastro di interessi che non renderebbe giustizia alla nostra città.

Ho parlato solo del centrosinistra non solo perché è la comunità politica che conosco meglio, ma anche quella che deve gestire la transizione più complessa. Il centrodestra ha dalla sua la rendita dell’opposizione, con un po’ di temi forti come mobilità e sicurezza (a proposito, basta con lo scaricabarile e con lo stolido affidarsi ai numeri, se la sicurezza è percepita come un problema, se ne faccia carico la politica e chi la fa) e soprattutto non vuole davvero vincere a Milano, ma potrebbe farlo per suicidio dei rivali, e non sarebbe una novità.

L’affollamento di candidati anche da quella parte e soprattutto l’emergere di suggestioni comiche – Cottarelli, Di Pietro, Bernardo II – mostrano che la confusione è l’unico elemento bipartisan della politica italiana. In questa fase storica, ci aspettavamo qualcosa in più.

 

 

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.