Partiti e politici
Premiata kebabberia Vannacci. Ormai soltanto il comico ci può salvare
Vannacci non è interessante per ciò che dice, ma i media e la politica ne hanno fatto una star. Contro il suo repertorio reazionario, l’indignazione è benzina: meglio la beffa, il lazzo e il comico, finché il generale torni al freak show che gli compete.
Di Roberto Vannacci, se non si è disgraziati cronisti alla ricerca di una notizia nella morta gora della politica, non è interessante parlare. Per non fargli pubblicità a gratis, come ha ammonito Pierferdinando Casini, ma anche perché l’uomo è prevedibile e francamente noioso, un TikToker di quelli che pucciano la fiorentina nella Nutella purché se ne parli.
Il generale è un prodotto della linea Bannon e del suo programma “flood the zone with shit”, nelle parole del Gran Visir del Caos: “Il partito di opposizione sono i media e i media, perché sono scemi e pigri, possono solo concentrarsi su una cosa alla volta. Noi dobbiamo solo inondare la zona. Ogni giorno li colpiamo con tre cose. Abboccheranno a una e riusciremo a fare tutto quello che dobbiamo. Bang bang bang. Non riusciranno mai, mai, a riprendersi. Ma dobbiamo essere velocissimi”.
Quello che dice è sentito e strasentito, puzza di vecchio, di disperazione antimoderna e dell’odore di parti intime sudate e latrina di certi spogliatoi maschili, dove c’è sempre qualcuno che le canta chiare. Non è l’inquietante tecno-destra di Peter Thiel, lui peraltro omosessuale dichiarato, né l’aziendalismo di Berlusconi, nemmeno il conservatorismo godereccio di un Camillo Langone. È tutto un raddrizzar di schiene per tornare ad un’arcadia rurale di piccole comunità con le chiavi fuori dalla porta, tutti dello stesso colore e qualche Opera che si incarica di governare dalla distribuzione delle sementi all’educazione dei fanciulli. Il generale ha tolto dalla naftalina il vecchissimo armamentario reazionario, con il bonus della Russia e il piacere un po’ infantile di “épater les marxistes” (o quella roba lì), i quali a dire il vero oggi fanno dell’offendersi facilmente un titolo di merito e un tratto identitario, e ci cascano con tutte le scarpe ogni benedetta volta.
Molto più interessante sarebbe interrogarsi sul perché queste anticaglie trovino nuovamente spazio, quantomeno mediatico, ma forse anche elettorale: è la vecchia questione dell’infiammazione permanente del corpo sociale, della perenne sensazione di troppe persone di non ritrovarsi ai conti. Vale, ed è fisiologico, per le persone di una certa età, con l’aggravante che siamo il secondo paese più vecchio al mondo, ma vale anche per chi vecchio non è. Questo scontento ubiquo e balcanizzato, ognuno ha il proprio e se lo tiene stretto, non è solo materiale, strutturale avrebbe detto il filosofo barbuto, ma anche e molto sovrastrutturale, culturale e identitario.
Quest’ultima dimensione soprattutto costituisce un’area grigia che la cultura liberale e progressista ha appaltato in toto alla peggiore reazione: l’identità culturale è male e deve essere buttata. Se l’identità e il “si stava meglio prima” sono le uniche boe per persone di condizione socio-culturale ed economica modesta, come sono ad oggi i potenziali elettori di Vannacci, essere i custodi del “d’ora in poi si fa diversamente da come si è sempre fatto” può essere impopolare, e lo è. Ma questi sono temi che vengono prima e dopo lo “gliommero” di Vannacci, che ora occupa, come Bannon e la Russia, auspicavano, il centro del nostro orizzonte politico e soprattutto scrive l’agenda.
Perché glielo si consente, anzi si auspica in qualche modo che lo faccia, per mancanza di notizie, perché “servono facce nuove” (anche di m.), per sentirsi eroi della propria bolla nel contrastarlo a “La Zanzara”. Questo in definitiva lo legittima come qualcuno la cui opinione abbia un peso e, come Paris Hilton, famosa per essere famosa, se dici che il generale è la nuova stella del firmamento politico, prima o poi lo diventa. Anche Rita De Crescenzo, la tiktoker napoletana di Roccaraso, sarebbe diventata un soggetto politico se i media vi si fossero dedicati con la medesima attenzione.
Prima che sia troppo tardi, se già non lo è, la soluzione è riportare quanto prima lui, le sue idee del menga e i quattro disperati che ha raccattato nell’ambito del freak show che da sempre accompagna la politica, seguendo l’esempio inglese.
Qui Nigel Farage, uno dei più pericolosi mostri di Bannon, si è dimesso da parlamentare per non dover spiegare un finanziamento illecito di 5 milioni di sterline (dilettante) per ricandidarsi immediatamente nel medesimo collegio, sostenendo che solo gli elettori l’avrebbero potuto giudicare. La risposta della politica inglese a tale cialtrone è stata sorprendente per originalità, efficacia e spirito bipartisan, dacché hanno tutti rinunciato a correre, tranne un comico vestito da cavaliere spaziale-medievale con un secchio della monnezza in testa, Count Binface. Perché questa mossa è geniale? Perché delegittima un cialtrone pericoloso, già motore della Brexit e dato per vincente alle prossime elezioni generali, non regalandogli nessun carburante, neppure quello per lui preziosissimo dell’indignazione, principale motore di traffico social. Dovesse perdere, Farage subirebbe l’onta di perdere contro un comico, dovesse vincere, batterebbe una macchietta in costume. Intanto, Farage non sta dettando più alcuna agenda, si difende dalle domande o viene beffeggiato, e così dovrebbe essere per il generale. La bravata di Firenze, dove la sede del partito è indicata come kebabberia, con tanto di recensioni, va nella direzione giusta e dovrebbe diventare lo standard con cui trattare il personaggio a furia di lazzi, beffe e comicità, finché non torni alla dimensione marginale che gli compete.
“Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.” L’ha detto Popper, mica Delmastro.
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