Partiti e politici
Bibi, Donald, fate quel che volete ma non toccate Papa e Vescovo: sennò Giorgia si arrabbia
Era già successo quando al Patriarca Latino di Gerusalemme, il bergamasco Pierbattista Pizzaballa, peraltro candidato a diventare Papa prima che dalle Americhe spuntasse Robert Prevost, era stata sbarrata la strada d’ingresso del Santo Sepolcro dalle autorità israeliane. È ricapitato ieri, dopo che Donald Trump ha insultato Papa Leone, insegnandogli come si guidano i cattolici nel mondo. In entrambi i casi, Giorgia Meloni ha preso le distanze, ha criticato, ha detto a Israele e a Trump che così non si fa. La prima vicenda cadeva alla fine di Marzo, mentre ancora la presidente del Consiglio era tramortita dalla sconfitta referendaria e dalle conseguenze politiche dell’esito elettorale. La seconda, appena ieri, mentre Meloni si leccava le ferite per la sconfitta altrui, che però era anche un po’ sua, quella dell’alleato Viktor Orbán, e dopo che le scelte strategiche e militari del padre di tutti i patrioti europei, Donald Trump, portato in pista in un ballo con Netanyahu nel quale è difficile distinguere chi guidi chi, stanno incendiando il Medio Oriente e le bollette di tutto il mondo.
Le due situazioni sono diverse. Basti dire che chi segue da un po’ e da vicino le vicende ecclesiastiche raccontava da mesi di un Pizzaballa esausto per le pressioni politiche subbite dal governo israeliano, arrivato addirittura ad alludere che il Patriarca Latino non fosse più gradito, dopo aver duramente criticato, con prudenza e lungo tempo di decantazione, la distruzione di Gaza. Tanto era stanco e prostrato, immagina qualcuno, che ben sapendo che al Sepolcro quel giorno non lo avrebbero fatto entrare, ci si recò egualmente per far scoppiare il caso in tutti gli angoli di mondo nei quali c’è una Chiesa Cattolica: quindi tutto il mondo, Corea del Nord esclusa, in modo che si sapesse, di lì in poi, che lo Stato che costudisce i luoghi-culla della cristianità era arrivato a mettere in scacco un Alto Prelato che, fino a pochi anni fa, aveva la fama del filo-sionista, e aveva studiato più l’ebraico dell’arabo – rarità assoluta per il cattolicesimo custode della Terra Santa, più incline alla causa e alla lingua dei palestinesi, non foss’altro perchè gli arabi di Palestina, da sempre, in buon numero, sono appunto cattolici.
Le due situazioni sono appunto diverse. Robert Prevost, Papa Leone, è sembrato a lungo un marziano, un essere “non politico”, con la sua timidezza da matematico, le sue parole misurate al millimetro, che certo scontavano la distanza rispetto al predecessore, alla mano pesante del Novecento Sudamericano di Bergoglio. Le differenze spariscono, però, nella semplificazione un po’ schematica della presidente del Consiglio, del suo comportamento: a Meloni toccatele tutto, ma non i capi della Chiesa Cattolica. Potete radere al suolo la Striscia di Gaza, organizzare un Golpe in Venezuela, tentarne un altro in Iran e peraltro raccogliere figure non proprio luminose: in quei casi lei scoprirà la sottile arte del distinguo, della real politik filoatlantica, della pacata riflessione di chi non ha gli elementi. Tutti ingredienti, peraltro, che non abbondano nella storia della sua tradizione politica di provenienza: quasi la prova provata che no, lei con quella robaccia del Novecento non c’entra niente, e solo gli incolti e passatisti possono pensare che non sia così. Ma poi, di colpo, se qualcuno rompe le scatole e sporca le tonache ai vertici della Chiesa, allora no, non si scherza. Con cautela, in ritardo, dopo che l’hanno fatto più o meno, in un’unica grande chiesa che unisce diversi incompatibili, dal presidente della laicista Francia ai capi della Repubblica islamica dell’Iran, arriva anche lei. Si potrebbe pensare che Giorgia è di Roma, e insomma, non si tocca il Papa a una romana, una donna, una madre, una cristiana e questo no, non glielo toglierete.
Sarebbe bello, ma probabilmente è perfino meno nobile di così, la vicenda. Meloni è piuttosto una politica che sente mancare la terra sotto i piedi: travolta dalla sconfitta; prostrata dagli scandali che flagellano un governo del quale, di colpo si sente l’inadeguatezza del personale, e il personale si sa è politico; messa in croce da una situazione economica difficile, sulla quale le scelte dell’amico Trump pesano come un macigno, al di là delle contingenti e strutturali difficoltà del nostro paese. E quindi, mentre il mondo si fa ostile e il popolo sembra voltare le spalle, cosa fa? Sta col vescovo, sta col Papa. L’unica ragione per mollare amici che al mondo sembravano impresentabili, o banalmente molto svantaggiosi, qual è? che facciano un torto alla Chiesa Cattolica. Pensando che in quel caso sì che che ci si può, ci si deve differenziare da loro. Perchè gli italiani l’insulto al Papa non lo possono tollerare, che un politico italiano al Papa deve sempre dare ragione.
Ecco, viene in mente, al proposito, che il più importante statista italiano del Novecento, un solidissimo cattolico come Alcide De Gasperi, con un Papa, Pio XII, litigò apertamente. La sua distanza da quel Papa, nell’Italia di allora, circa settantacinque anni fa, non provocò scossoni così gravi, anzi: tanto che l’egemonia democristiana nei decenni a venire non ha bisogno di essere dimostrata. Le ragioni di quel litigio, tra il Papa e De Gasperi, stavano nel fatto che il politico rifiutò sdegnosamente di cedere alle pressioni vaticane che lo invitavano a costruire un’alleanza tra la sua DC e i monrachici e i neofascisti. La storia a volte è ironica, ma l’ironia, si sa, non è per tutti.
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