Roberto Vannacci, europarlamentare e presidente di Futuro Nazionale

Italia

Parliamo sempre della frase, mai del problema

Ogni nuova provocazione politica genera sempre lo stesso copione: rumore che porta all’indignazione, allo scontro e infine alla polarizzazione. In tanto le questioni che dovrebbero riguardare il centro del dibattito scompaiono nel polverone.

25 Giugno 2026

Dopo settimane in cui sembrava impossibile parlare d’altro arriva l’ennesimo lampo a ciel sereno: Vannacci ha deciso di prendere di mira le scuole. La sua proposta — ispirarsi a Francia, Inghilterra e Germania, paesi che a suo dire hanno dei sistemi di istruzione più sostenibili e da imitare — suona familiare a chi si è informato mediante social o giornale circa il dibattito sulla formazione. Che poi questi siano davvero modelli così limpidi, o che non soffrano a loro volta di disuguaglianze e criticità, è dettaglio che il generale sorvola con la consueta leggerezza.

Il copione è poi già scritto: dichiarazione, indignazione, controindignazione, dibattito televisivo, guerra nei commenti e infine una nuova polemica pronta a sostituire la precedente. Un meccanismo talmente prevedibile da sembrare ormai automatico.

Non è però la proposta in sé a rendermi nervoso, su quella si può concordare o dissentire. Da studente universitario e aspirante scrittore, mi interessa piuttosto ciò che accade dopo. Ogni intervento dell’europarlamentare sembra produrre lo stesso effetto: il dibattito si concentra immediatamente sulla provocazione e quasi mai sulla questione che l’ha generata.

Si parla della frase, mai del problema.

A voler prendere come esempio il già citato tema della scuola. Per qualche giorno, o ora, l’attenzione dell’opinione pubblica si focalizzerà sulle parole utilizzate, sulle intenzioni attribuite all’autore, sulle reazioni dei sostenitori e degli oppositori. Nel frattempo la domanda fondamentale — come migliorare davvero il sistema scolastico — scivola lentamente fuori dal campo visivo. 

Non è certo una dinamica che riguardi il solo Vannacci. Sarebbe semplice e riduttivo attribuire al singolo personaggio le colpe che appartengono ad un intero sistema comunicativo. Tantomeno lo si può definire un maestro della polarizzazione, forse per trovarne il maestro dovremmo guardare alla dicitura sotto il nome di un altro partito di destra il cui leader è il ministro degli esteri.

La politica della contemporaneità italiana sembra però aver inteso che suscitare una reazione è spesso più redditizio che sviluppare una proposta articolata. Le provocazioni generano traffico, attenzione mediatica, visibilità. La complessità sembra non essere più di quest’epoca.

I social media amplificano ulteriormente il fenomeno. Le piattaforme tendono a premiare ciò che divide, accelera, semplifica. Le sfumature poi sembrano non trovar posto, circolano con difficoltà; gli slogan viaggiano velocissimi.

Così il dibattito pubblico si organizza attorno a identità contrapposte: i nostri – nel caso specifico i seguaci di Vannacci – e i vostri, i fascisti e i comunisti, i patrioti e i distruttori progressisti.

Le etichette sostituiscono le argomentazioni.

Migliaia di persone si cannibalizzano sulle chat senza che il livello della discussione aumenti. Ognuno parla ai propri simili, cercando conferme, dettando sentenze, abbattendo qualunque forma di confronto positivo. Alla fine della zuffa ognuno poggia il cellulare, nessuno ha realmente cambiato idea ed ognuno è però soddisfatto di aver quantomeno tirato un colpo.

Mi torna alla mente una riflessione di Pasolini sugli anni settanta e sulla fascinazione collettiva per la violenza. Oggi quella stessa pulsione sembra essere mutata conservando però il suo gene primigenio. Non si cerca necessariamente lo scontro fisico; si cerca piuttosto quello simbolico. 

Si manifesta nell’urgenza di umiliare l’avversario, di conquistare un’effimera lotta dialettica, che vale quanto un battito di ciglia, dinnanzi ad una platea di sconosciuti.

Il problema, per quel che mi riguarda, non è il conflitto in sé. Quello è il cuore di una democrazia, che altrimenti sarebbe morta. Il problema nasce quando il conflitto diviene fine a se stesso e smette di produrre dialogo, comprensione.

In tal senso figure come Vannacci sono meno interessanti per le idee che esprimono piuttosto che per i meccanismi che sono in grado di attivare. Più che protagonisti del dibattito, diventano semplici catalizzatori di attenzione. E l’attenzione, in un mondo come il nostro, sempre pronto a distrarsi, è una delle merci più preziose.

Forse il successo di quelle provocazioni non sta in chi le pronuncia, quanto piuttosto in chi le ascolta. Se queste continuano a funzionare è perché rispondono a una domanda diffusa: quella di certezze rapide a cui aderire, identità nette e nemici facilmente riconoscibili. Finché preferiremo queste scorciatoie alla fatica del dubbio, del pensiero e della riflessione, continueremo a discutere della frase. Sempre meno del problema.

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