Partiti e politici
Perché il campo-largo non candida Paperinik a premier potenziale?
Se non c’è obbligo da parte del Capo dello Stato di affidare la formazione del governo a chi è “iscritto” come leader della coalizione, per sfuggire al tranello del centro-destra, basterebbe indicare un nome di fantasia (Paperink) o un nume tutelare come Bersani o Bindi
Paperinik sarebbe la scelta (provocatoria) più efficace per le attuali opposizioni come potenziale premier della coalizione. Non c’è alcun rischio infatti che Mattarella nomini proprio lui: nella nuova legge elettorale è scritto che i partiti e le coalizioni, alla presentazione delle liste, hanno l’obbligo di indicare ufficialmente il nome della persona che intendono proporre al Presidente della Repubblica come Presidente del Consiglio. Questo nome però non viene stampato sulla scheda elettorale che i cittadini ricevono al loro seggio.
Quindi, non c’è nessun obbligo da parte del Capo dello Stato di conferire l’incarico a quel nome, salvaguardando in tal modo le sue prerogative costituzionali nella nomina della formazione del governo. La scelta servirebbe unicamente a chiarire la leadership prima del voto, come impegno politico nei confronti dei cittadini.
Anche precedentemente funzionava un approccio di questo tipo. Nei primi vent’anni della Seconda repubblica, erano noti i candidati potenziali alla guida del governo, fossero stati Berlusconi, o Prodi, o Veltroni, o Renzi. Semplicemente, non venivano “scritti” ufficialmente su un foglietto al momento della presentazione delle liste.
Quell’obbligo è stato inserito appositamente oggi, dal centro-destra, per mettere in difficoltà i suoi avversari: visto che la coalizione progressista è in difficoltà nello scegliere preventivamente chi sarà il proprio (o la propria) leader in pectore, Schlein o Conte, ecco che li si obbliga a farlo.
Questa regoletta della indicazione del premier è dunque un vero tranello, studiato appositamente per mettere in difficoltà il centro-sinistra. Tanto è vero che nel 2022 i tre partiti di centro-destra si accordarono proprio in maniera opposta: decisero che il partito che avesse avuto il maggior numero di consensi avrebbe espresso il capo del governo.
Allora: per loro andava bene così, perchè non c’era un capo riconosciuto, tra Berlusconi, Salvini e Meloni. Ora: visto che hanno una capa riconosciuta e non ce l’ha il centro-sinistra, allora si cambiano le regole… Questa stessa possibilità viene dunque negata al centro-sinistra, dal momento che per la coalizione di governo Giorgia Meloni è già la premier in pectore.
Il campo largo contesta questa procedura dal momento che, secondo loro, sarebbe incostituzionale. Ma in realtà, cosa c’è di incostituzionale in quella clausola? Come ho sottolineato, in nessuna parte della riforma si afferma che quel nominativo è obbligatorio che venga scelto dal Presidente della Repubblica per conferirgli l’incarico di formare il futuro governo. Non c’è questa affermazione perché, ovviamente, questa obbligatorietà di scelta trasformerebbe implicitamente il nostro sistema di voto in un premierato. Il Capo dello Stato non ha quindi nessun obbligo di attenersi a quanto indicato dai partiti; sceglierà dunque autonomamente a chi affidare l’incarico.
La scelta preventiva del capo del governo ha il chiaro effetto di incrementare la conflittualità tra i diversi leader e perfino nei rispettivi elettorati: molti pentastellati avranno qualche remora se la leader sarà Schlein, così come molti dem nel caso di scelta per Conte. Invece che puntare fin da subito su programmi condivisi (anche qui comunque con molti problemi in particolare di politica estera), la loro interazione, il loro “aspro” dialogo si concentra da mesi sul problema della scelta del leader di coalizione.
Scelta che, come ho detto, è in realtà un falso problema. Se non c’è obbligo da parte del Capo dello Stato di affidare la formazione del governo a chi è “iscritto” come leader della coalizione, la cosa più semplice da fare è quella di indicare un nome qualsiasi, che sia appunto Paperinik (si scherza…) o, più seriamente, un possibile nume tutelare dell’area progressista: come Prodi, o Bersani, o Rosy Bindi.
Eventualmente interpellati, costoro non faranno altro che declinare elegantemente l’incarico, che passerà invece al leader del partito che, nella fresca consultazione elettorale, avrà ottenuto il maggior numero di consensi.
Un modo molto facile per evitare inutili litigi e discussioni dunque c’è, evitando il tranello giocato consapevolmente dal governo Meloni. I partiti dell’attuale opposizione potrebbero accordarsi su un nome “di comodo” e poi occuparsi dei programmi, facendo campagna elettorale ognuno per il proprio partito, all’interno della medesima coalizione. Tutto qui.
Perché non lo fanno? Mistero.
Università degli Studi di Milano
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