Memoria e Futuro
A bordo del simulacro
Jean Baudrillard (sempre sia lodato) ci ha lasciato in eredità una formula tagliente per decifrare la nostra contemporaneità: il simulacro non è ciò che nasconde la verità, è la verità che nasconde il niente. Egli teorizzò questo passaggio epocale nel suo saggio fondamentale del 1981, Simulacres et Simulation (di cui tra l’altro è prevista la pubblicazione di una nuova edizione italiana per la casa editrice Orthotes, la cui uscita è programmata per il 17 luglio 2026, classico libro da portare in spiaggia), tracciando la transizione verso il “terzo ordine” del simulacro, in cui il modello non si limita più a riflettere una realtà preesistente, ma la precede e la determina. La Global Sumud Flotilla ne è l’incarnazione perfetta: non è una rappresentazione che maschera Gaza, né un semplice schermo interposto fra noi e la tragedia della Striscia. È qualcosa di più radicale e insidioso: è la scomparsa definitiva di Gaza dietro il velario del segno che avrebbe dovuto evocarla.
Lo sappiamo da tempo. Siamo immersi in un’iperrealtà in cui il modello ha divorziato dal referente. La circolazione infinita di segni – le immagini delle imbarcazioni intercettate, i volti dei cittadini europei, le dichiarazioni ufficiali – non rappresenta più la crisi di Gaza; l’ha sostituita. La nave è diventata più “reale” di Gaza stessa, che resta invisibile, inaccessibile, relegata ai margini dell’immaginazione mediatica.
In questo gioco di specchi, la figura di Itamar Ben-Gvir agisce come il necessario catalizzatore dell’iperrealtà. Se la flottiglia è il simulacro che cerca di “rappresentare” la resistenza, Ben-Gvir è il simulacro che recita la parte dell’estremismo, in un perfetto equilibrio simbiotico.
La sua retorica non è mai rivolta alla realtà materiale del conflitto, ma alla sua versione mediatizzata. Ben-Gvir non parla ai fatti di Gaza; parla al segno della flottiglia. Per lui, le imbarcazioni non sono minacce fisiche da gestire con logica militare, ma opportunità discorsive. La sua reazione, le sue dichiarazioni muscolari, la sua postura pubblica sono parte integrante della stessa “macchina” che muove la flottiglia: entrambi necessitano del conflitto per giustificare la propria esistenza mediatica.
Siamo di fronte a una co-dipendenza semiotica: la flottiglia ha bisogno della minaccia di Ben-Gvir per dare peso al proprio dramma, e Ben-Gvir ha bisogno della flottiglia per nutrire la sua narrativa di “difensore dello Stato”. Non c’è scontro tra due diverse visioni del mondo, ma una collisione tra due segni che si alimentano a vicenda. Ben-Gvir non sta reprimendo una protesta; sta contribuendo alla produzione dello spettacolo. La sua aggressività verbale e le sue manovre politiche diventano, di fatto, la “sceneggiatura” che permette alla flottiglia di compiersi come evento.
In questo circolo vizioso, la realtà di Gaza viene ulteriormente schiacciata. Mentre il segno della flottiglia e il segno di Ben-Gvir collidono nello spazio mediatico, la sofferenza reale della popolazione civile perde ogni contorno, assorbita dal rumore di fondo di questa “guerra tra modelli”. Ben-Gvir, con la sua estetica del conflitto, non è il nemico del simulacro: ne è l’agente più consapevole. Entrambi cooperano alla stessa opera: la cancellazione del referente, trasformando il dramma umano in un’eterna, sterile, polemica televisiva.
Nel postmoderno, la realtà non è semplicemente confusa con la rappresentazione: essa perde pertinenza. La Gaza reale, quella dove il cibo è un’arma e la morte un dato statistico quotidiano, manca di peso ontologico nel sistema dei media. Gaza non possiede il dramma performativo del sequestro, né la struttura narrativa necessaria per alimentare il circuito dell’informazione. Quando entra in concorrenza con la flottiglia nello spazio discorsivo, Gaza perde. La flottiglia, al contrario, genera la propria realtà: produce battaglie legali, dibattiti sulla cittadinanza, ondate di indignazione autoreferenziale. La flottiglia parla della flottiglia.
Ciò che rende questa architettura diabolica è l’assenza di un inganno consapevole. Non c’è cinismo attivo negli organizzatori né nei media che trasmettono la notizia; tutti agiscono secondo la razionalità interna dei loro sistemi. Eppure, il risultato è l’effetto Baudrillard puro: un’iperrealtà che cancella il reale senza nemmeno la cortesia di accorgersene. La menzogna presupporrebbe ancora una distinzione tra vero e falso; qui, tale distinzione è evaporata nella pura circolazione di segni.
Gaza è l’innocente scomparso di questa tragedia postmoderna. È stata rappresentata magnificamente, eppure il nome che la rappresentazione porta è quello della flottiglia. Una volta che il segno raggiunge una densità critica, diventa una bolla nera che assorbe ogni luce. Il referente – Gaza – si trasforma in un non-detto, in quel silenzio che sottende il fragore mediatico.
Baudrillard ammoniva che nell’ordine del terzo simulacro abitiamo tra le rovine dei segni. La domanda che resta sospesa è come vivere consapevolmente in questa iperrealtà, sapendo che Gaza giace immobile dietro il velo. Non esiste uscita facile. Possiamo solo registrare il movimento: il segno che ha divorato la cosa significata. E poi continuare ad abitare, come tutti, l’ordine del simulacro, consapevoli di muoverci in una mappa che ha ucciso il territorio.
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