Memoria e Futuro

Fuga per la vittoria

di Marco Di Salvo 20 Maggio 2026

I sondaggi quasi quotidiani che registrano lo sgretolamento della maggioranza di governo a destra sono il segnale che fa scattare, in alcuni soggetti predisposti a farlo, la caccia alla candidatura. Quando il consenso cala per il partito di presunta appartenenza, deputati e senatori iniziano a muoversi come pezzi su una scacchiera, non per convinzioni, ma per pura algebra elettorale. Chi teme di non trovare un posto sicuro nella propria lista studia gli spostamenti verso lidi che possano offrire visibilità e, soprattutto, protezione. Ma c’è una domanda da porsi: questi soggetti sono veri portatori di consenso o sfruttatori di quello altrui? Sono “valigie” che trasportano voti, o contenitori vuoti in cerca di riempimento?

Il caso di Laura Ravetto è lo schema perfetto. Figura di consolidata esperienza: vent’anni in Parlamento dal 2006, sempre nel centrodestra. Cinque legislature: Forza Italia, Popolo della Libertà, ancora PdL, di nuovo FI e, dal 2022, la Lega. Già sottosegretaria nel governo Berlusconi IV, era definita una “super berlusconiana”. Eppure, nel 2020, ha lasciato la casa azzurra per approdare al Carroccio, nonostante i moniti di Berlusconi: “Chi ha lasciato FI non ha mai avuto fortuna altrove”.

Ma la “disgrazia” vaticinata non è stata un freno. Ieri, mentre la Lega perde posizioni nei sondaggi, Ravetto abbandona di nuovo. La destinazione è “Futuro Nazionale” di Roberto Vannacci. La vicesegretaria leghista Silvia Sardone ha commentato con cruda lucidità: “Con l’attuale sistema di liste bloccate, i passaggi avvengono per opportunità. Evidentemente Ravetto non avrà avuto garanzie”. Ecco la formula, spietata: non è ideologia, è casella.

Il modello è visibile nei numeri. La XVII legislatura (2013-2018) registrò 569 cambi di gruppo, coinvolgendo 348 parlamentari. Un dato che non stupisce se guardiamo alla storia recente. La lista “Con Monti per l’Italia” ottenne alle elezioni del 2013 il 10,54% alla Camera (con 37 seggi) e 14 al Senato. Nel giro di pochi anni, il gruppo subì una massiccia emorragia verso il Partito Democratico. Il premier tecnico aveva promesso una visione centrista e liberale, ma usciti dalle urne, i “montiani” compresero che non c’era nulla di durevole e cercarono sponde più solide.

Ma il caso più paradigmatico resta quello di Futuro e Libertà (FLI). Fondato da Gianfranco Fini nel 2010 dopo la scissione dal PdL, i sondaggi dell’antivigilia elettorale gli attribuivano fino all’8%. Il 24 febbraio 2013, gli italiani votarono: FLI prese lo 0,46%, non raggiungendo il quorum (a questo esempio dovrebbe pensare Vannacci quando comincia a parlare di sé in terza persona perché sta sfiorando il 4% dei consensi nei sondaggi e non nelle urne). Fini rimase fuori dal Parlamento. Il seguito fu una diaspora: Benedetto Della Vedova, Maria Ida Germontani, Carmelo Briguglio e altri si dispersero tra Scelta Civica, Fratelli d’Italia e altre formazioni, cercando di nuovo, una scacchiera dove, seppur da pedoni, valere ancora qualcosa.

Non sono tradimenti nel senso tradizionale: non tradiscono idee perché, semplicemente, non ne hanno. Tradiscono il mandato ricevuto dagli elettori, e la Costituzione lo permette: l’articolo 67 vieta il vincolo di mandato, pilastro della democrazia rappresentativa. Ma il significato è chiaro: quando il quadro politico si muove, questi soggetti non seguono una direzione; si spostano come particelle verso la parte del tavolo dove c’è ancora luce. Ravetto è il ritratto di una classe politica senza radicamento, né territoriale né ideologico, che si comporta come una massa in sospensione pronta a seguire le correnti d’aria del consenso.

È, infine, un indicatore premonitore: quando iniziano questi movimenti a cascata a poco più di un anno dalle elezioni, significa che i leader stessi non credono più nella solidità del consenso, nei propri numeri. E questi soggetti, praticamente, calcolano la matematica spietata delle liste e, per sopravvivere, cercano un’altra bandiera — purché sia un’altra ancòra.

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