Memoria e Futuro

La normalità promessa

di Marco Di Salvo 19 Maggio 2026

Ieri sera stavo ascoltando L’inferno sono gli altri dei Virginiana Miller, solido gruppo rock livornese che avrebbe meritato ben altri riconoscimenti nel nostro paese. È una canzone che, riprendendo la celebre intuizione esistenzialista di Sartre, racconta con spietata lucidità quel confine invisibile e feroce che tracciamo continuamente tra noi e il resto del mondo. E mentre quelle note risuonavano, non ho potuto fare a meno di pensare a quanto accaduto a Modena sabato scorso. E già, perché quando Salim El Koudri ha investito quattordici persone, la “macchina del significato” si è messa in moto prima ancora che le ambulanze uscissero dal centro storico. Non per capire cosa fosse realmente accaduto, ma per assicurarsi che quel dramma non potesse in alcun modo appartenerci, toccare la nostra normalità o intaccare il nostro ordine morale.

L’uomo, di origini marocchine ma anagraficamente italiano, è diventato istantaneamente il contenitore perfetto: lì, in quella provenienza geografica, in quella “differenza”, doveva risiedere l’unica spiegazione possibile. Matteo Salvini ha colto la palla al balzo con una prontezza quasi commovente. Nel giro di poche ore, una complessa dinamica psichiatrica – il ragazzo era stato in cura presso un centro di salute mentale, soffriva di disturbi schizoidi e non aveva alcun collegamento accertato con il terrorismo – è stata ridotta a una mera questione di immigrazione, permessi di soggiorno ed espulsioni. Il meccanismo funziona esattamente così: il crimine terribile non deve dirci nulla di noi, della nostra società, né della legge 180 del 1978, che ha smantellato i manicomi senza però costruire una rete alternativa e solida di monitoraggio psichiatrico. No, il crimine terribile deve solo dimostrare che “loro” sono diversi, e che questa diversità li rende capaci di atrocità che noi non potremmo mai concepire.

Questo dispositivo, che potremmo definire come un vero e proprio “rifiuto identitario”, è documentato a livello internazionale con una costanza spaventosa. La ricerca accademica ha ampiamente osservato il fenomeno: quando l’autore di un atto di violenza è un uomo bianco della classe media, la narrazione mediatica tende spesso a inquadrare il fatto come la conseguenza di una malattia mentale. In questo contesto, la patologia funziona come un agente esterno, una specie di virus morale che attacca l’individuo senza mai compromettere la categoria sociale a cui appartiene. È il colpevole ideale: puoi etichettarlo, medicarlo, isolarlo, ma non sei costretto a riflettere sulla società che lo ha generato. Quando invece il responsabile è un immigrato, il meccanismo si inverte: il crimine non è più l’eccezione, ma la conferma di una tendenza. I media internazionali, da quelli statunitensi a quelli europei, registrano un aumento costante di narrazioni secondo cui gli immigrati sarebbero intrinsecamente predisposti al crimine. Non perché i dati lo suggeriscano (al contrario, la letteratura criminologica è concorde nel dimostrare il contrario), ma perché questa tesi assolve a una funzione identitaria potente: ci permette di dire, con assoluta certezza, che “la normalità siamo noi”.

La categoria di appartenenza sociale risponde alle stesse dinamiche. Se a commettere un reato efferato è un ricco professionista, si scava alla ricerca della patologia, del trauma infantile, dell’eccezione psicopatologica e poi la cronaca via via si affievolisce. Se invece a delinquere è un uomo povero, la ricerca del significato si arresta immediatamente: “È un delinquente, è ciò che fanno i poveri”. Vale lo stesso per l’immigrato, o, come si usa dire oggi con una splendida ipocrisia, per l’italiano di prima o seconda generazione. L’asimmetria è strutturale e perfetta. È ciò che gli studiosi di othering (il processo di costruzione dell’alterità) descrivono come l’esercizio del potere discorsivo: solo il gruppo dominante ha la forza di imporre il valore della propria particolarità, svalutando quella altrui e traducendola in misure discriminatorie. Nel caso di Modena, l’autore del gesto aveva una laurea in economia e ventuno mesi di monitoraggio psichiatrico documentato. Era anche costretto a lavori che nulla svegliami a che fare con il suo corso di studi. Eppure, questi dettagli spariscono dalla narrazione prima pubblica perché contrasterebbero con il canovaccio principale: il crimine è terribile in quanto compiuto da uno straniero, forse terrorista, in quanto “diverso da noi” (la caccia a ciò che ha detto nei minuti successivi alla strage è illuminante) non perché siamo tutti potenzialmente esposti al fallimento sistemico di una rete di salute mentale che ha mostrato e mostra quotidianamente le proprie crepe. E, comunque, anche nel secondo caso, “è un pazzo” e quindi altro da noi.

Questa operazione di distanziamento è vitale per il tessuto civile della classe media, che ne avverte un disperato bisogno. Se riconoscessimo che un crimine tanto orribile possa emergere da qualcuno simile a noi – con il nostro stesso background e le nostre opportunità educative –, saremmo costretti a ridiscutere radicalmente il nostro rapporto con la società in cui viviamo. È molto più comodo etichettare, categorizzare e decretare che tutto ciò “non appartiene al nostro mondo”. È esattamente l’automatismo politico a cui abbiamo assistito nel giro di poche ore: la stessa naturalezza con cui le destre europee trasformano ogni crisi di ordine pubblico in una questione di confini, identità e purezza. Non si tratta di analisi, ma di un rituale. E ogni rituale esige la sua vittima espiatoria.

E quando questi raccordi narrativi non reggono più, quando le eccezioni si moltiplicano e il sistema di categorie comincia a incrinarsi, cosa succede? Semplicemente, si esaspera il meccanismo di esclusione: si aggiungono nuove etichette e si moltiplicano le misure di controllo (spesso solo inefficaci slogan ripetuto a mo’ di mantra) verso le categorie ritenute “pericolose”. Fino a che punto potremo permetterci questo rifiuto identitario prima che la società cessi di essere una comunità umana per trasformarsi in un mero sistema di differenziazioni fobiche? Per intanto viviamo ancora nella terra della normalità promessa. Ma non mantenuta.

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