Memoria e Futuro
Alemanni
C’è una scena che si ripete nelle cancellerie europee con la frequenza di un incubo ricorrente: un partito guarda i sondaggi, vede crescere alla sua destra qualcosa che non riesce a contenere, e si chiede se l’unica mossa possibile sia inseguirlo fino a cannibalizzarlo. In Germania ci sono già dentro. In Italia, per ora, è ancora un esercizio mentale. Ma gli esercizi mentali, in politica, diventano presto protocolli operativi.
Friedrich Merz governa da poco più di un anno con una coalizione che sulla carta avrebbe dovuto restituire stabilità a un paese uscito frastornato dall’esperienza semaforo. La CDU/CSU è al governo, la SPD è ridotta a junior partner sbiadito, e tutto sembrerebbe in ordine. Tranne una cosa: l’AfD continua a crescere come se il cambio di governo non la riguardasse, come se il problema che la alimenta fosse più profondo di qualsiasi coalizione. Alice Weidel non ha bisogno di vincere le elezioni per vincere la partita: le basta essere il punto di riferimento contro cui tutti si misurano, il termometro di un malessere che nessuno riesce a far scendere.
Ma il problema dell’AfD non è un problema della sola destra tedesca: è un problema di sistema. Merz stesso si è trovato a dover decidere quanta aria concedere alle posizioni più dure sull’immigrazione senza finire per respirarla lui per primo. Chi prova a indurirsi per toglierle il tema finisce per legittimare la cornice. Chi lo ignora glielo lascia in esclusiva. È il classico dilemma della destra di governo di fronte alla destra di protesta, e non ha soluzioni eleganti.
Ora proviamo a proiettare questo scenario sull’Italia, con la variante che la nostra geometria partitica è, se possibile, ancora più barocca.
Immaginiamo che Giorgia Meloni, un mattino qualunque di questo prossimo autunno, apra i sondaggi e veda quello che già si intravede: Fratelli d’Italia ancora saldamente intorno al venticinque/trenta per cento, ma con un Salvini sempre più irrilevante, una Forza Italia in ordine sparso alla ricerca di un’identità precisa e un elettorato di centrodestra sempre più insofferente verso l’attuale coalizione come contenitore. E immaginiamo che accanto a questi dati ci sia qualcos’altro: una proiezione che mostra come un eventuale soggetto nuovo, guidato da Vannacci aggressivamente identitario, potrebbe rosicchiare quei numeri in doppia cifra che lei considera il suo cuscinetto di sicurezza per il premio di maggioranza.
Cosa fa Meloni?
Lo scenario estremo — quello che alcuni nelle segreterie romane sussurrano come ipotesi di lavoro e che nessuno vuole nominare ad alta voce — è che decida di non aspettare. L’ipotesi estrema è quella che sciolga la coalizione prima che la coalizione si sciolga da sola, lasci Salvini al suo destino, assorba Vannacci invece di combatterlo, e offra a quella parte di Forza Italia e di Lega ancora disponibile a seguirla il posto sul carro vincente. Non più il centrodestra, ma la destra. Non più il polo con qualche preoccupazione europeista di facciata, ma qualcosa di più compatto, più ideologicamente definito, più somigliante alla cosa che lei sente di essere e che finora ha tenuto compressa per ragioni di governabilità.
Raccontato così, sembra una vittoria. Ma contiene il trabocchetto che i tedeschi stanno già sperimentando.
Quando un partito smette di essere il polo attrattivo del sistema e inizia a inseguire la propria radicalizzazione, non cattura l’elettorato più estremo: lo legittima. Non assorbe il concorrente: gli presta il vocabolario. E nel frattempo perde quella fascia di moderati che aveva tenuto nel recinto solo perché il recinto sembrava solido. In Italia questi moderati si chiamano elettori del Nord produttivo, piccola borghesia urbana, pensionati con un conto in banca e un’allergia ai toni da stadio. Non sono tanti, ma in un sistema proporzionale contano.
C’è poi la questione istituzionale, che in Italia è sempre la questione. Un governo di destra pura, senza l’ala centrista che garantisce copertura parlamentare agli atti più delicati, avrebbe bisogno di numeri che non esistono. A meno di elezioni anticipate. E le elezioni anticipate sono l’unica cosa che Meloni teme più dei sondaggi sfavorevoli: non perché potrebbe perderle, ma perché potrebbe vincerle con una maggioranza che non basta a governare e con un’opposizione abbastanza galvanizzata da trasformare ogni settimana in una prova di forza.
La Germania insegna che il punto di non ritorno non si vede mai in anticipo. Lo si riconosce solo guardandosi indietro. Merz sta cercando di tenere la barra senza cedere al richiamo dell’AfD, sapendo che ogni concessione al suo lessico è un’ipoteca sul proprio profilo. Meloni, per ora, ha dalla sua il fatto di essere già lei la destra — e quindi di non avere, almeno in teoria, niente da inseguire. Ma Vannacci esiste. Cresce. E quando qualcuno inizia a muoversi alla tua destra, il problema non è dove sei: è dove ti costringono ad andare.
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