Memoria e Futuro
Trionfo e caduta dell’uomo macchina
Premetto, per correttezza, un pregiudizio. Non sono mai stato attratto da Report, fin dalla nascita del programma. Non per le inchieste, spesso solide (almeno fin quando non hanno preso quella deriva da “contropotere” raffazzonato, almeno quanto il potere a cui si contrappone, che conosciamo bene), ma per la sua forma: fin dal primo giorno mi è sembrata il trionfo dell’uomo macchina — o, ai tempi della fondatrice, della donna macchina. Milena Gabanelli non faceva eccezione al meccanismo che Sigfrido Ranucci avrebbe negli anni solo reso più visibile: chi scava, verifica, firma il pezzo resta un nome in sovraimpressione; chi presenta prende tutto il resto. Ma non si trattava solo di un presentatore, come il classico mezzobusto a cui eravamo abituati dai tg, o dell’arringatore alla Santoro (capace di presentare inchieste altrui ma anche di gestire un dibattito successivo sul tema). Era questa figura, che con Ranucci ha preso piede, di ripetitore di quanto appena visto nell’inchiesta (a mo’ di riassunto per i più lenti di comprendonio) e poco altro. Un caporedattore assunto a leader.
Nelle redazioni questo ruolo ha un nome più crudo: culo di pietra. È chi coordina il lavoro degli altri perché di suo, per brillare, non ha granché — non una scrittura particolare, non uno scoop firmato da solo e neanche una particolare brillantezza relazionale (utile a fare carriera). Per generazioni è stata una figura di retrobottega, oscura ma solidissima nell’organigramma: nella migliore delle sue incarnazioni serviva a sgrezzare i diamanti — scrittori, inviati, cronisti — più che a essere lei stessa la pietra in vetrina. Nella peggiore era un cumulo di rancore, sospiri e cazziatoni (prodomo direzione), spesso con boccettoni di gastroprotettore sempre a portata di mano.
Con Report questa figura ha avuto, per la prima volta, la massima visibilità mai concessa a un caporedattore in televisione; con Ranucci quella visibilità è diventata ingombrante, fino a oscurare quasi del tutto chi l’inchiesta la produce davvero, e a consegnargli una notorietà forse non del tutto meritata insieme a un potere — o contropotere — cresciuto a dismisura: lo stesso potere che ha finito per attirare gli appetiti che l’entourage di Lavitola pare abbia provato a soddisfare.
Anche ai tempi di Gabanelli, sotto la superficie compatta della “squadra”, la macchina scricchiolava — e a farla scricchiolare fu proprio un giornalista d’inchiesta, non un sindacato. Paolo Barnard, cofondatore di Report insieme a Gabanelli fin dal 1994, nel 2001 firmò l’inchiesta sul comparaggio farmaceutico che gli costò una causa civile. Quando nel 2005 la Rai gli comunicò che, in caso di sconfitta, si sarebbe rivalsa su di lui personalmente, Barnard chiese a Gabanelli — che pure si definiva responsabile di tutti i pezzi del programma — di intervenire pubblicamente in sua difesa. Lei si dichiarò estranea alla vicenda. Barnard lasciò Report, poi la Rai, e parlò apertamente di censura legale: chi fa l’inchiesta rischia in prima persona, chi la presenta resta al riparo. Il copione, insomma, è più vecchio di Ranucci: cambia il genere del pronome, non la sostanza del potere.
Ranucci non è il prototipo puro — ha inchieste vere alle spalle, dal fosforo bianco di Fallujah all’ultima intervista inedita di Borsellino. Ma nel 2013, quattro anni prima di ereditare la conduzione, diventa già caporedattore Rai: scala il potere interno come coordinatore prima ancora di diventare volto del programma, e cura spin-off pensati per formare — cioè per sgrezzare — i giovani cronisti d’inchiesta. Una volta arrivato alla conduzione, il physique du rôle e l’atteggiamento fanno il resto: si fa vanto pubblico del proprio potere anziché nasconderlo, come impone il mestiere, e quel potere finisce sproporzionato rispetto a chi firma le inchieste oggi — i Mottola, i Valesini. Ed è proprio quella sproporzione, adesso, a vacillare: la cronaca di questi giorni — la redazione che vota un documento per scavalcarlo, gli stessi inviati indicati come possibili eredi — sta mostrando quanto il potere da caporedattore fosse cresciuto oltre le qualità che, da conduttore, servivano davvero a giustificarlo. Il trionfo dell’uomo macchina si regge finché nessuno controlla le fondamenta; quando qualcuno lo fa, arriva la caduta Il trionfo dell’uomo macchina si regge finché nessuno controlla le fondamenta; quando qualcuno lo fa, arriva la caduta. Comunque vadano alla fine queste vicende estive, Report (se ancora ci sarà e non sarà stata spazzata via con la scusa dell’impresentabilità del presentatore) dovrà necessariamente cambiare pelle. E sarebbe davvero bello che prendesse esempio da un modello come quello americano.
In Sixty Minutes, format americano nato nel 1968, il problema semplicemente non esiste: chi ha fatto l’inchiesta la firma, la presenta, la difende davanti alla telecamera. Non è un caso o un vezzo culturale: il creatore del programma, Don Hewitt, è lo stesso che aveva coniato il termine anchor man per la tv americana, ma per Sixty Minutes scelse deliberatamente di non usarlo, costruendo il format apposta perché fossero i cronisti stessi, e nessun altro, a presentare le proprie storie. Dietro le quinte resta un produttore esecutivo che coordina — oggi Nick Bilton, prima di lui Tanya Simon, Bill Owens, Jeff Fager, lo stesso Hewitt alle origini — ma è un ruolo editoriale interno, mai un volto in video. Nessun conduttore si frappone tra il lavoro e il pubblico. È l’anomalia italiana, rovesciata: da noi il nome che il pubblico ricorda è, quasi sempre, quello sbagliato. E non solo nel caso di Report.
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