Memoria e Futuro
La sindrome isolante
C’è una sindrome che non ha ancora un nome clinico ma ha una scansione fissa sul calendario: comincia all’incirca a metà gennaio, quando chi vive fuori dalla Sicilia da vent’anni per lavoro comincia a contare i mesi che mancano ad agosto, e culmina puntualmente in una fila di ore sotto il sole di Villa San Giovanni, o in un treno regionale fermo tra due stazioni della costa ionica, o in un bollettino dell’Osservatorio Etneo che chiude lo spazio aereo di Catania proprio nei giorni in cui milioni di persone avevano prenotato il ritorno. È l’attesa che si rovescia in umiliazione, e riguarda una popolazione precisa: quella dei migranti interni. Tra il 2002 e il 2024, secondo l’ultimo rapporto Svimez-Save the Children, quasi un milione di under 35 ha spostato la residenza dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord o l’estero; tolti i rientri, la perdita netta supera le 500mila persone, più della metà laureate. Nel solo 2024 il Sud ha perso ventiquattromila giovani laureati tra migrazione interna ed estera, e a crescere più di tutto è la componente femminile: 195mila laureate emigrate in vent’anni, quarantaduemila più degli uomini, con una quota salita dal 22 al quasi 70 per cento tra chi parte. La Sicilia, in questo quadro, resta il caso di scuola — trattiene all’incirca i due terzi dei propri laureati — e secondo il rapporto Svimez di novembre scorso, nel solo biennio 2022-2024 ha visto partire oltre quarantaquattromila giovani tra i 25 e i 34 anni verso il Centro-Nord o l’estero: i più bravi, ancora una volta, sono andati a cercare altrove quello che in Sicilia non hanno mai trovato.
Quest’anno la coincidenza è diventata notizia. L’Etna è entrato in una nuova fase eruttiva il primo gennaio e da allora non si è più fermato: esplosioni stromboliane, colate laviche nella Valle del Bove, una fontana di lava che tra il 6 e il 7 agosto ha prodotto una nube di cenere così alta da chiudere (chissà per quanto ancora) lo spazio aereo di Catania proprio nel pieno dell’esodo. La Regione ha risposto con sei treni speciali e i volontari della Protezione civile che distribuiscono acqua sotto i gazebo, un’immagine che dovrebbe rassicurare e che invece racconta l’esatto contrario: un vulcano sorvegliato ogni giorno da decenni viene ancora gestito come un’emergenza imprevista invece che come un dato strutturale del territorio.
Nei giorni dello stop ai voli, i social hanno restituito la sindrome meglio di qualunque comunicato ufficiale. I canali dell’aeroporto di Catania sono stati presi d’assalto da centinaia di commenti furiosi, e il bersaglio non era il vulcano ma l’assenza di un piano B: “senza un piano B siamo nel terzo mondo”, scriveva qualcuno sotto l’ennesimo annuncio di chiusura. Le due direzioni del viaggio si rincorrevano nelle stesse bacheche. C’è chi, come Joel, viveva a Parigi e doveva tornare dai familiari in Sicilia, e si è ritrovato davanti a un volo sostitutivo da seicentocinquanta euro; c’è chi, come Diego, capogruppo di una comitiva palermitana già a Fontanarossa, ha visto saltare il volo per le vacanze all’estero — “ci hanno rovinato tutto”. C’è chi ha dormito in aeroporto per sei notti aspettando un imbarco rinviato di ora in ora, e chi, pur di lasciare la Sicilia, ha preso un autobus fino a Pozzallo e poi un catamarano per Malta. Sullo sfondo, la rabbia per taxi e Ncc che chiedevano fino a ottocento euro per un trasferimento tra Catania e Palermo — tariffa ufficiale cinquecento — al punto da spingere il Codacons a un esposto in Antitrust. Nessuno, nei commenti, se la prendeva con l’Etna.
Perché il vulcano, in fondo, è solo l’evento che rende visibile un isolamento che esiste tutto l’anno e che precede di decenni qualunque colata lavica. Chi deve tornare in Sicilia in treno sa che la Trapani-Palermo è interrotta dal 2013 per una frana e che la riapertura, oggi, è ipotizzata per il 2028: quindici anni di annunci per un tratto di poche decine di chilometri. Sa che la Caltagirone-Gela è ferma dal maggio 2011, da quando crollò un viadotto, e che nessuno ha più trovato il modo o la volontà di ricostruirlo. Sa che quest’estate, mentre l’isola si riempie di turisti e di chi rientra, la Palermo-Agrigento è chiusa fino a fine settembre per lavori da ottantacinque milioni, sostituita da autobus il cui orario dipende dal traffico della statale. Sa che per andare da Trapani a Messina, dentro la stessa regione, servono fino a nove ore e mezza con due o tre cambi. Chi sceglie l’auto trova, sull’altra sponda dello Stretto, code medie di tre ore sotto il sole d’agosto a Villa San Giovanni, un dato così ricorrente da avere una sua letteratura giornalistica stagionale, con le stesse fotografie e gli stessi titoli ogni anno. Chi sceglie la nave scopre che la traversata dura venti minuti e che il problema non è mai stato il mare, ma tutto quello che sta prima e dopo il mare.
Su questo equivoco si costruisce anche la propaganda del momento: il ministro dei Trasporti promette un ponte per il 2034, e la sua parte politica accusa chi si oppone di ignorare i drammi reali degli automobilisti in coda, come se il problema fossero i venti minuti di navigazione e non i decenni di cantieri fermi, le linee interrotte da frane mai bonificate, i viadotti crollati e mai ricostruiti. È un rovesciamento utile: trasforma un fallimento amministrativo pluridecennale in un argomento per un’unica grande opera ancora sulla carta, e intanto lascia intatto tutto il resto.
Sciascia scriveva della Sicilia (e della sicilitudine) come di una condizione che ci si porta addosso anche quando la si lascia, più che un territorio. Il migrante interno di oggi vive esattamente questa sospensione: non è mai del tutto di lì, perché ne è partito per necessità e ci torna solo per ferie contate; non è mai del tutto altrove, perché ogni radice di famiglia, ogni nome sulla tomba, lo richiama indietro una volta l’anno. E ogni volta che prova a colmare quella distanza, il territorio nazionale gli ricorda fisicamente, con ore di coda e treni sostitutivi, che quel ritorno non è mai stato pensato come un diritto ordinario ma come un’eccezione da tollerare. La sindrome dell’isola, alla fine, non è la nostalgia di chi parte. È la conferma, ogni agosto, che tornare a casa in Italia può ancora richiedere lo sforzo annuale di un’emigrazione parente stretta di quelle della metà del secolo scorso.
P.S. Sulla politica siciliana, da Musumeci in giù, si potrebbe scrivere a lungo. Si preferisce non farlo, perché certe dichiarazioni si commentano da sole. Qualche piccolo esempio: Musumeci, oggi ministro per la Protezione civile ma già presidente della provincia di Catania nel 1999, ripropone la stessa idea che avanzava allora: spostare l’aeroporto a Enna, perché “a essere fuori posto non è l’Etna, ma l’aeroporto” — un’ipotesi tornata puntuale a ogni eruzione, insieme al rilancio di Comiso e a una fugace apparizione di investitori cinesi, senza che in quasi tre decenni sia cambiato nulla. Schifani assicura: “stiamo responsabilmente facendo il massimo per alleviare i disagi dei viaggiatori” — salvo ricordare, nella stessa nota, di non avere alcuna competenza sul traffico aereo — e coglie l’occasione per annunciare nuovi fondi e ribadire, come sempre, che servono più investimenti sugli scali dell’isola. Fiavet Sicilia chiede l’apertura di un tavolo permanente. Non è mancato nulla, tranne un piano.
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