Memoria e Futuro

Tredici muri

di Marco Di Salvo 13 Agosto 2026

Oggi nessuno se ne ricorderà, tra l’eclissi di ieri e la confessione di Lavitola: sessantacinque anni fa, nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961, Berlino si svegliò tagliata in due. Fu innalzato tra la mezzanotte e l’alba di un fine settimana d’estate, mentre tanti erano fuori città. Entro le sei del mattino erano già state chiuse quasi duecento strade, una sessantina di incroci e dodici stazioni ferroviarie. Prima il filo spinato, poi il cemento: centocinquantacinque chilometri di muro, che il regime chiamò bastione di difesa antifascista, come se recintare i propri cittadini fosse un atto di protezione e non di sequestro (secondo una perversione delle parole tipica dei regimi totalitari a cui ci stiamo abituando anche nelle nostre presunte democrazie). Rimase in piedi ventotto anni, fino al 9 novembre 1989. Più di cinquemila persone riuscirono a scavalcarlo, circa centoquaranta morirono provandoci.

Quel muro serviva a tenere la gente dentro. Era il confine che un regime imponeva ai propri sudditi per impedire che scappassero verso la libertà, ed è per questo che la sua caduta fu festeggiata come una vittoria: non del piccone contro il cemento, ma della libertà di movimento contro la sua negazione. Nel 1990 ai confini dell’Unione europea non c’era un solo chilometro di barriera. Zero. Era anni belli da vivere, ci si illudeva che la libertà di movimento avesse finalmente vinto sui confini, lontani e vicini.

Oggi, secondo un documento del Parlamento europeo, ce ne sono più di duemila, di chilometri di muro, spalmati su dodici Stati membri: tredici muri di Berlino messi in fila, e la cifra cresce ogni anno da quando, nel 2014, erano appena trecentoquindici. Ungheria, Bulgaria, Grecia, Polonia, Lituania: democrazie elette che innalzano recinzioni non contro un nemico ideologico ma contro chi arriva a piedi o in gommone e chiede di entrare. Il continente che considerò il crollo del muro il segno che la storia andasse in una direzione sola ha impiegato trent’anni di pace a costruire, in silenzio e un pezzo alla volta, molto più cemento di quanto la guerra fredda avesse mai eretto contro di lui.

In questo stesso weekend, a duemila chilometri di distanza, la paura è per un altro passaggio: dopo l’assalto della scorsa settimana, servizi spagnoli e italiani temono che il 15 agosto si ripeta un nuovo ingresso di massa a Ceuta e Melilla, le uniche frontiere terrestri dell’Unione con l’Africa. Meloni ha risposto sospendendo Schengen con la Spagna proprio fino a quella data — un confine temporaneo dentro uno spazio che dal 1985 non ne ha più — e ha promosso una lettera firmata da 22 paesi che attribuisce la crisi alla sanatoria decisa da Madrid. Il ministro degli Esteri spagnolo ha replicato che l’Italia, dove gli ingressi irregolari sono più numerosi che in Spagna, agisce per calcolo elettorale. Nel frattempo, dal 19 agosto tocca a Roma incassare: la Germania riprenderà a rispedirle i richiedenti asilo transitati sul suo territorio, a cominciare da una ventiduenne somala fuggita da un matrimonio combinato. Il muro contro la Spagna dura undici giorni. Quello della Germania, per l’Italia, si apre in un solo senso.

La differenza, si dirà, è che quei muri non servono a rinchiudere cittadini ma a proteggere frontiere, ed è una differenza reale. Ma la funzione morale del cemento resta la stessa, cambia solo la direzione della freccia. A Berlino, oggi, si vendono souvenir ricavati da frammenti del vecchio muro. Nel frattempo, a un’ora di volo o poco più, altri muri si innalzano. Questi non sono muri di cemento ma sospensioni di trattati, rimpatri, respingimenti alla frontiera: nessuno spara più a chi scappa da un regime. Ma la sostanza cambia poco, cambia solo il vocabolario. Nel 1961 il regime chiamò il suo muro bastione di difesa antifascista. Oggi si dice sospensione temporanea di Schengen, si dice trasferimento europeo invece di espulsione. Il cemento è quasi sparito, la retorica che con cui è sempre stato impastato no: ogni volta che un confine si richiude, qualcuno gli trova subito un nome che non fa paura. Ma la sostanza è dura come quel cemento di Berlino di 65 anni fa.

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